La solita solfa sui giovani da ascoltare

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E così, negli anni Sessanta, in tutto l’Occidente era esplosa la rivolta studentesca perché nessuno ascoltava i giovani.

Poi, negli anni Settanta, i giovani di cui sopra hanno iniziato a sparare ai carabinieri e ai magistrati perché nessuno ascoltava i giovani. Negli anni Ottanta, invece, i giovani si sono messi a consumare, a riflussare e a carrierare pur di poter esibire un Moncler in discoteca e questo, naturalmente, perché nessuno ascoltava i giovani. Che rivolte invece negli anni Novanta contro la peste della globalizzazione mondiale, sempre perché nessuno ascoltava i giovani. E negli anni Zero si è poi diffuso il virus del terrorismo islamico e dei black bloc perché nessuno ascoltava i giovani per poi scivolare negli anni Dieci nei quali sono deflagrati i populismi e i qualunquismi digitali perché, come d’abitudine, nessuno ascoltava i giovani e ora, nel bel mezzo di questi elettrizzanti anni Venti, i giovani, ben consci del fatto che nessuno ascolta i giovani, spaccano le vetrine e arraffano tutti i simboli capitalistici che odiano e contro i quali spaccano le vetrine e che però poi indossano o vendono su Vinted perché, pure stavolta, è più che certo che nessuno ascolta i giovani.

Ma potremmo andare sempre più a ritroso, visto che la rivoluzione del rock’n’roll degli anni Cinquanta è assolutamente basata sul fatto che nessuno ascoltava i giovani, ma anche le radiose giornate di maggio che hanno spinto l’Italia nella prima guerra mondiale erano state incendiate da manifestazioni di giovani che, in quanto giovani, nessuno ascoltava, perché, notate bene, nessuno mai ascolta i giovani, per non parlare delle squadracce fasciste e naziste che, appena dopo la grande guerra, si erano messe a menare, a bastonare e a olioricinare perché nessuno li ascoltava, né il vecchio Giolitti né il vecchio Hindenburg. In fondo, erano giovani, ‘sti poveri fascisti: perché nessuno li ascoltava? E fermiamoci qui altrimenti, di decennio in decennio, arriveremmo rapidamente a Carlo Codega, alla spedizione dei Mille, alla presa della Bastiglia, alla battaglia di Anghiari, ad Annibale ed Asdrubale e forse pure alle Termopili.

Che bel mestiere quello del sociologo. Soprattutto nella sua versione televisiva. Soprattutto nella sua versione da contenitore pomeridiano per casalinghe di Voghera, nel quale, il sociologo televisivo di cui sopra, discetta pillole di saggezza adamantina, distilla gocce di verità rivelata, confida rivelazioni baluginanti che nessuno mai avrebbe nemmeno lontanamente potuto supporre, perché che tempi che viviamo, signora mia, che con questi diabolici cellulari in mano ai nostri ragazzi non si sa più cosa fare. Ora, premesso che sulla figura del sociologo, anzi, per dirla meglio, sul sociologismo catodico, sul sociologismo d’accatto, sul sociologismo straccione che infesta da sempre con esiti devastanti il mondo dei media, già grottesco di suo, probabilmente le cose più corrette le hanno dette due scrittorucoli, profondi indagatori dei più intimi recessi dell’animo umano, come Vladimir Nabokov e Isaac Bashevis Singer e che si possono sintetizzare nel seguente modo - “Appena sento la parola sociologia (ma anche psicologia) metto mano alla pistola” - è tutta la discussione sul perché e il percome delle ragioni che stanno alla base del movimento giovanile dei cisposi, pulciosi e forforosi sfasciatori di vetrine di questi ultimi giorni a essere del tutto priva di senso.

C’è un dato di cronaca e ci mancherebbe altro: si vede quello che accade e lo si racconta al pubblico. C’è un dato oggettivo della responsabilità individuale di ognuno - Responsabilità individuale, capito? Individuo, capito? Singolo individuo autonomo senziente e agente, capito? - che va valutato e giudicato. E poi c’è un dato legato allo spirito dei tempi e al cosiddetto contesto storico, sociale, economico e antropologico, e anche questo ha un suo profondo valore di analisi. Ma tutto ciò nulla ha a che vedere con le fregnacce pseudo sociologiche, con i luogocomunismi perdonisti, con le tartufesche banalità mainstream, con le minestrine sororali e generazionali scodellate da professoronzoli che mentre si riavviano il ciuffo in diretta televisiva pontificano sui duri tempi che viviamo, caro lei, nei quali - vuole sapere la verità? - nessuno, ma proprio nessuno, ascolta i giovani.

Ridicolo. È vero il contrario. È il giovane che, per sua natura, non ascolta. Non ascolta nessuno. Soprattutto non ascolta gli adulti. E peggio ancora gli anziani. E più di tutto i genitori. Il giovane, in quanto tale, è parricida in natura, nel senso che vuole la “morte” del padre, ed è regicida in politica perché vuole la morte del potere, della gerarchia, dello status quo esistente, quale che sia, in quanto tale. Perché non è suo. Perché non comanda lui. Ci sono fiumi di testi storici e letterari a dimostrarlo. Altrimenti non sarebbe giovane e cioè un soggetto che in una fase breve, bruciante e indimenticabile della sua esistenza, che sarà poi destinato a rimpiangere per sempre, vive in una condizione mentale di eternità. Il giovane, nella sua mente, non muore. Non muore mai. È immortale, da cui deriva la sua bassissima coscienza del pericolo, che è tipica dei giovani e che noi dei giornali registriamo purtroppo ogni weekend, perché la coscienza del pericolo, il timore, la paura è tipica degli adulti. Anzi, degli anziani. Quelli che il giovane non ascolta perché li vuole “morti”. Questo, almeno, nelle società vere, nelle società “sane”, nelle società primigenie. È tipico invece delle società cotte, stracotte, bollite e decadenti trovare giovani che ragionano come anziani. E cioè giovani che pensano, con timore e tremore, al futuro.

Non accade mai nulla di nuovo su questo vecchio sasso. La guerra tra una generazione che nasce e una che muore è il sale della storia e della società. Si manifesta in modi differenti e coerenti con i tempi, ma è sempre la stessa identica cosa: i giovani si illudono tutti di fare la rivoluzione - per un po’ - prima che ci pensi la vita, a forza di ingiustizie, dolori e tradimenti, a rimetterli tutti quanti a cuccia. Come ha fatto esattamente con noi.

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