Non basta un cartello per lavarci la coscienza

Editoriale C’è una domanda che precede tutte le altre: siamo sicuri che, davanti alla tragedia di Arwa, la prima reazione debba essere quella di cercare qualcuno da condannare?

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Ma davvero pensiamo che la colpa sia di una bambina di nove anni che stava giocando insieme alle cuginette con i piedi in acqua e che, forse, è stata risucchiata da un’onda improvvisa? Ma davvero ci basta rispondere che il cartello c’era, che il divieto era ben visibile, che era scritto perfino in arabo, e che quindi ciascuno è responsabile del proprio destino? Davvero è tutto qui?

Arwa aveva nove anni. Non stava attraversando il lago a nuoto. Non stava sfidando il destino. Era a un passo dalla riva, a giocare con le cuginette. Poi, secondo le prime ricostruzioni, un’onda improvvisa, una corrente, pochi istanti. E il lago se l’è portata via. Ci saranno indagini, ci saranno accertamenti, ci sarà un’autopsia su quel povero corpicino. Ma c’è una domanda che precede tutte le altre: siamo sicuri che, davanti a una tragedia del genere, la prima reazione debba essere quella di cercare qualcuno da condannare?

Perché è esattamente quello che sta accadendo.

Commenti social

Sui social c’è chi si limita a ricordare che lì il bagno era vietato. E fin qui, è un fatto. Ma c’è perfino chi scrive “adesso ci tocca pure pagare le ricerche con i nostri soldi”. Una frase che ferisce quasi quanto la tragedia stessa. Perché significa che, ancora prima di provare compassione, qualcuno ha sentito il bisogno di presentare il conto. Come se una notte di ricerche, con sommozzatori, vigili del fuoco e soccorritori impegnati a restituire una bambina alla sua famiglia, fosse uno spreco da rinfacciare anziché il dovere più alto di una comunità civile.

“Pietà l’è morta”, scriveva Nuto Revelli. Poi capita di leggere il commento di una mamma comasca, parole che meritano di restare: «Come posso dormire stanotte pensando a quella bambina sola, nel freddo del fondo del lago?».

Ecco, forse è da qui che dovremmo ripartire.

Non perché l’emozione debba sostituire la ragione. Non perché il dolore cancelli le responsabilità individuali. Le regole esistono e devono essere rispettate. I divieti non sono un’opinione. Ma una comunità matura è quella che riesce a tenere insieme due pensieri: pretendere il rispetto delle norme e, nello stesso tempo, non perdere la capacità di immedesimarsi nel dolore degli altri. E magari far arrivare alla città parole di lutto dei suoi massimi rappresentanti istituzionali, come poi avvenuto ieri sera in consiglio comunale con l’intervento accorato dell’assessore Michele Cappelletti.

Alibi morale

E tuttavia, dire semplicemente “il cartello c’era” rischia di diventare un alibi morale. Se un tratto di lago è notoriamente pericoloso, se ogni estate richiama famiglie, turisti e bambini, la domanda non può fermarsi alla presenza di un divieto: ieri c’erano di nuovo persone a fare il bagno, in quel luogo. Bisogna chiedersi se tutto ciò che era possibile fare per prevenire una tragedia sia stato davvero fatto. È una domanda che non sostituisce il lavoro della magistratura. Lo accompagna. Perché prevenire vale sempre più che spiegare.

Nel punto in cui Arwa è scomparsa, ieri mattina è comparso un piccolo mazzo di fiori. Poi mani pietose ne hanno messi altri. Che, come sempre, velocemente appassiranno. Sarebbe terribile se, insieme a quei petali, dimenticassimo le parole di quella mamma. Perché è nella sua notte insonne, molto più che nei commenti rabbiosi o nei processi celebrati sui social, che si misura la qualità di una comunità. Una comunità che non rinuncia a cercare la verità, ma che prima ancora sa riconoscere il valore di una vita. La vita di Arwa, che aveva soltanto nove anni.

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