La destra italiana fa ridere. Ma anche la sinistra italiana, come noto, fa ridere. Però la destra italiana di più, perché è al governo e dovrebbe quindi avere la coscienza del ruolo di responsabilità che interpreta da quattro anni e comportarsi di conseguenza. E invece, niente. Continua imperterrita a far ridere.
Youssef Siher è libero di dire quello che vuole, mentre non è affatto libero di passare dalle idee ai fatti. E di fatti nell’ordinanza non ce n’è manco mezzo
Fra le testimonianze più spassose del livello culturale della nostra meravigliosa classe politica che tutto il mondo ci invidia spicca quella recentissima del cosiddetto ideologo degli sfascia vetrine di Milano, l’ormai celebre Youssef Siher, prima fermato dal pm con la grave accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e poi liberato dal gip del tribunale di Milano fra le risate dei giuristi seri e le proteste di tutta la destra politica e mediatica, che ha accusato il gip di essere tra i firmatari di un appello pro Gaza, dimenticandosi però di ricordare che pure il pm che lo ha fermato aveva firmato lo stesso appello. Completezza dell’informazione.
Ma non è questo il punto. Il punto, quello dove la destra si copre di ridicolo, è che, lette le carte, le prove a carico di Siher si sono subito rivelate fragilissime, impalpabili - come evidenziato da un intellettuale per niente pro sinistra e Pro Pal del livello di Giuliano Ferrara su “Il Foglio” - un frullato di nulla, di ipotesi para sociologiche senza alcuna connessione con i fatti avvenuti. Oltre a uno sfondone davvero paradossale e cioè che Siher ha creato la famigerata pagina social “Movimento 17 ottobre” la sera del 18 ottobre e cioè il giorno dopo i saccheggi di Milano e quindi è davvero curioso che possa essere l’ispiratore dei fatti criminosi e intollerabili avvenuti il giorno prima. Comico.
Ma ancora più comico è che al Siher di cui sopra venga imputato, a livello popolare e televisivo, l’essere possessore di una notevolissima faccia da schiaffi - cosa effettivamente vera - anche se pare che, al momento, nel nostro ordinamento penale non sia ancora stato inserito il cosiddetto “reato di faccia”. E per fortuna, altrimenti a livello lombrosiano qui saremmo in tanti a trovarci in un mare di guai. Ed estremamente comica è pure la contestazione delle cose terribili che pensa, dice e scrive il sanguinario Siher nella sua pseudo macedonia complottista-flotillera-anticapitalista-antimelonista e tutto il resto della fuffa, del ciarpame, del pattume nel quale inzuppa la sua rivolta contro il mondo. Bene, qui sarà il caso di tornare seri. Il sedicente ideologo dei miei stivali dice cose che fanno schifo a qualsiasi persona dotata di cultura e buon senso, ma questo, in una democrazia liberale, non conta niente. In una democrazia liberale che non sia una barzelletta - e quindi non la nostra - uno può pensare, dire e scrivere quello che vuole. Perché le idee sono sacre, quali che siano. E in quanto sacre, sono inviolabili, intoccabili e non perseguibili. Chiaro? Viva Hitler si può dire. Viva Mussolini si può dire. Viva Stalin si può dire. Viva Bin Laden si può dire. Viva Netanyahu si può dire. Il mostro di Milwaukee era una brava persona si può dire. Forza Etna si può dire. Io odio gli juventini (o i milanisti o gli interisti) si può dire. E non c’è nessun sacerdote o pedagogo o rieducatore o maestrina dalla penna rossa o gran trombone del club del te delle cinque che lo può impedire. E’ chiaro? Così come andrebbe abolito il reato di vilipendio alla nazione, alle forze armate, al presidente della Repubblica, alla bandiera e alla religione perché a causa di questa ipocrisia anti liberale, anzi, illiberale sono stati condannati personaggi come Guareschi o Pasolini, giusto per fare un paio di esempi, perché impedisce la piena libertà di espressione ed è quindi, questa sì, una delle eredità più tenaci del fascismo.
Proprio per questo motivo Youssef Siher è libero di dire quello che vuole, mentre non è affatto libero di passare dalle idee ai fatti. E di fatti nell’ordinanza del suo fermo non ce n’è manco mezzo. Siher non ha detto nulla di diverso di quello che dicono tutti i giorni, da anni, personaggetti insopportabili - a proposito di “reato di faccia” - quali Ginevra Bompiani o Tomaso Montanari o qualche altro paio di dozzine di pulciosi intellettualoidi antisistema che, indossata la panoplia mentre aspettano l’aperitivo, straparlano di israeliani nazisti e di ebrei genocidiari. Tutte scemenze, naturalmente. Ma che hanno il pieno diritto di dire.
Un modo di ragionare tipico della destra, quando alla destra fa comodo fare carne di porco delle garanzie degli indagati, e tipico della sinistra, quando alla sinistra fa comodo fare carne di porco delle garanzie degli indagati. Tanto per dire il livello dei nostri statisti che si batteranno a breve per il governo della nazione, che comunque vada si troverà in ottime mani. E un modo di ragionare di molti pm, che spesso e volentieri si lanciano in inchieste sociologico-educative dagli esiti imbarazzanti. L’inchiesta su Garlasco: un’inchiesta ridicola. L’inchiesta sull’urbanistica a Milano: un’inchiesta ridicola. L’inchiesta sullo stadio Meazza: un’inchiesta ridicola. L’inchiesta su Arbitropoli: un’inchiesta ridicola. L’inchiesta sul nuovo Toni Negri, il nuovo Zinoviev, il nuovo Trotzkij, la primula rossa del terrorismo palestinese a Milano, Youssef Siher: un’inchiesta, ad oggi, ridicola.
Il segretario di Rifondazione Comunista che recentemente ha inneggiato alla strage del 7 ottobre è sicuramente un pirla, ma inneggiare ad Hamas non può essere reato, così come a Pol Pot o ai nazisti dell’Illinois e così come aprire pagine deliranti su Instagram o Telegram. Una democrazia liberale si basa sulla libertà di dire - attenzione, di “dire” - scemenze. Altrimenti non è più una democrazia, ma una pedagogia. E da lì in poi una autocrazia. Ma qui nessuno è disposto a prendere lezioni di bon ton da nessuno. Che se lo mettano in testa i nostri politici da quattro soldi, i nostri giornalisti leccapiedi e i nostri provinciali maestri di pensiero. Che farebbero bene a leggersi Benedetto Croce, sempre che sappiano chi è.
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