Una società che tradisce i giovani

L’opinione Un articolo del giornale greco “In” aiuta a riflettere su quello che sta accadendo: tra precarietà, incertezze e mancanza di prospettive, la rabbia dei ragazzi interroga il mondo degli adulti. Che futuro gli stiamo lasciando?

Caro direttore, l’altro giorno mi hai chiesto cosa penso delle proteste giovanili e dei saccheggi dei “maranza”. Ho tre figli, due ragazze in età universitaria e uno adolescente. Alla riunione del mattino ho provato ad argomentare un pensiero non facile, a metà strada tra la risposta repressiva - che banalizza un autentico disagio - e il giustificazionismo rispetto a derive violente, che non mi appartiene. Quello che sento, attraverso il confronto quotidiano con i miei figli di 16, 20 e 21 anni, è la fatica di immaginare un futuro. Un futuro che - a differenza della tua e della mia generazione, che hanno vissuto i decenni delle grandi opportunità - si vede negato in partenza ogni prospettiva. Fatto di precarietà, di assenza di regole, di un diritto che conta “fino a un certo punto”, di politica violenta, del ritorno alla legge del più forte. Di mera repressione, di ipotesi di reato di “felpa nera”, addirittura.

L’incapacità di dare risposte

E non posso che condividere il recentissimo richiamo del vescovo di Como, Oscar Cantoni: «Come cristiani non possiamo voltarci dall’altra parte. E, mentre rigettiamo con fermezza le devastazioni che questi ragazzi hanno provocato, abbiamo il dovere di rispondere (...). Non basta la sola repressione: occorrono progetti educativi e adulti disposti a stare vicino ai giovani, rispetto ai quali talvolta le famiglie sono del tutto assenti. Se la risposta delle istituzioni e della società civile si limiterà all’ordine pubblico, avremo forse arginato il sintomo, ma lasciato intatta la malattia».

Vedo i miei figli uscire di casa ogni mattina. Chi per andare al liceo, chi per inseguire il suo sogno tra Europa e Australia, chi salendo ogni santo giorno sul treno diretto a Milano per seguire le lezioni di Giurisprudenza in Statale.

E ripenso alla tua domanda. Alle mie argomentazioni. Alla nostra incapacità di dare risposte e un futuro decente ai nostri figli. E poi inciampo per caso in un editoriale di un giornale greco che ignoravo persino esistesse, “In”. Per altro di rimbalzo, nella rubrica delle lettere del settimanale “Internazionale” .

Quel che mi colpisce è il titolo. “Una società che tradisce i giovani”. Sintetizza al meglio la mia risposta dell’altro giorno, all’indomani degli scontri di Milano. Mi fermo e comincio a leggerla. Chi scrive è una studentessa di 22 anni.

Sentirsi visti, ascoltati e capiti

«Mi sono commossa - afferma - quando ho letto l’editoriale del giornale greco “In”. Mi riempie di speranza che ci sia qualcuno che parli bene dei giovani e che descriva questa situazione di difficoltà. La mia è una famiglia della classe media, ma non facciamo una vita facile (...). A scuola non ho imparato abbastanza, gli insegnanti cambiavano di continuo e quelli che rimanevano non sapevano gestire gli studenti. Non riesco a superare i test d’ingresso all’università (...). Non c’è possibilità di riscatto sociale. Con questo articolo mi sono sentita “vista” e ho potuto dare una spiegazione al malessere di tanti giovani come me, che non vedono il loro futuro».

Mi sono sentita “vista”. Potente. La curiosità è femmina, si dice. Ma anch’io non disdegno. E allora recupero al volo il numero precedente di “Internazionale”, in camera di mio figlio. E’ ancora sotto cellophane, ma non posso pretendere troppo da un ragazzo di 16 anni, anche se non è affatto stupido. E’ il numero 1687, della scorsa settimana. Vado agli editoriali. Trovo quello di Lefteris Charalampopoulos .

Il titolo è lo stesso: “Una società che tradisce i giovani”. Ed è proprio quello che, personalmente, imputo a chi ci governa, a chi governa il mondo, e anche a me stesso.

«Riflettiamo - scrive - su cosa significa essere giovani oggi: avere tra i 15 e i 25 anni, andare a scuola, all’università oppure essere già entrati nel mondo del lavoro. Significa dover affrontare un sistema scolastico in profonda crisi, con personale insufficiente, spesso scollegato dalla realtà e incapace di prepararti a un mondo sempre più complesso e incerto. Significa frequentare un’università pubblica sottofinanziata, che fatica a trovare un equilibrio tra la sua capacità di produrre conoscenza, ricerca e competenze, e le patologie di una società e di un’economia che spesso premiano l’opportunismo più della creatività. Significa pensare che la prospettiva, almeno all’inizio, non è trovare un lavoro all’altezza delle tue conoscenze e competenze ma, nel migliore dei casi, un impiego nei “servizi” o “stagionale”. Significa rendersi conto di non essere considerati il futuro della società, ma un problema e un peso. Essere guardati con sospetto dalle forze dell’ordine e, se si protesta per i propri diritti, ritrovarsi di fronte manganelli e lacrimogeni».

Vite difficili e futuro incerto

Il suffisso del cognome Charalampopoulos ricorda vagamente quello di un calciatore, Papastathopoulos, ex di Genoa e Roma. Ma oggi non divago: le sue parole esprimono il mio stesso pensiero, pur essendo state scritte da un collega di un altro Paese. Charalampopoulos, poi, la butta sull’ambiente. Ma il suo editoriale non si ferma a questo. Il suo “significa”, ripetuto quasi ossessivamente, va anche oltre: «Significa avere 16 o 20 anni e sapere che quando ne avrai 45 vaste aree saranno inabitabili, perché non si sta facendo nulla per fermare la catastrofe climatica; significa vedere le élite creare un mondo sempre più diviso, violento e pericoloso; confrontarsi con una società che invecchia drammaticamente. Liquidiamo i giovani dicendo che “non leggono” o che “stanno incollati agli schermi”, ma se li ascoltassimo vedremmo che sono inquieti e angosciati, che hanno valori e ideali, che prediligono la qualità della vita al reddito, che desiderano relazioni sociali autentiche e tempo libero invece di dover continuamente dimostrare di essere all’altezza. I giovani che scendono in piazza non sono criminali: lo è una società che s’impegna ogni giorno a rendere le loro vite più difficili e il loro futuro peggiore. E che hanno tutte le ragioni di voler cambiare».

Io non arrivo a dire che condivido tutto questo al 100%. Ma il concetto di fondo sì, al di là della retorica di parte sui “maranza” e i saccheggi da Footlooker. La nostra società ha davvero tradito i giovani. E noi che mondo stiamo consegnando ai nostri figli?

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