Un progetto che cambierà il calcio e la città
Secondo noi non tutti hanno capito cosa sta succedendo a Como. Nel senso che in molti hanno capito che questa società indonesiana è ambiziosa, e che sa vincere. Ma forse non hanno unito i puntini. Forse sfugge la clamorosa grandezza del progetto
Lettura 2 min.Secondo noi non tutti hanno capito cosa sta succedendo a Como. Nel senso che in molti hanno capito che questa società indonesiana è ambiziosa, e che sa vincere. Ma forse non hanno unito i puntini. Forse sfugge la clamorosa grandezza del progetto. O forse qualcuno se ne è accorto nella clamorosa festa di ieri sera. La cosa che più sorprende è che in campo e fuori campo, il Como semina avversari e gioca in controtempo prendendo in contropiede tutti. E questa linearità di comportamento tra campo e fuori campo è una miscela clamorosa. Stiamo sul campo? Il Como, lo dicono tutti, ha giocato il miglior calcio in Italia. Hanno fatto fatica a riconoscerlo. Prima lo diceva qualche osservatore illuminato, messo alla gogna. Perché nel frattempo l’Italia stava fuori dai mondiali per la terza volta consecutiva e le squadre italiane finivano fuori dalla Champions alla prima partita vera. Dunque: in un paese dove ci siamo beati di catenacci e barricate, di contropiede e utilitarismo, arriva questo signore che parla un’altra lingua. Domanda: quali sono le icone dei nostri grandi successi? Spesso sono stati difensori. Ci avete fatto caso? Burgnich, Facchetti, Scirea, Cannavaro (pallone d’oro), Maldini. Eh per forza, abbiamo costruito i successi nel “primo non prenderle”. Mica un’onta eh. Quando Collovati e il nostro amico Gentile guardano le partite e dicono «i difensori come noi non ci sono più», hanno ragione. Il fatto è che Cesc Fabregas da Arenis del Mar ha finito il campionato dimostrando all’Italia che si può essere la migliore difesa del torneo senza scavare le trincee, ma giocando in attacco. Toh, non ci avevamo pensato. Per il calcio italiano (di questo periodo) è una rivoluzione copernicana, tanto che Fabregas potrebbe essere associato a Sacchi. Tutto ciò nella piccola Como, dimenticata dal calcio, che però arriva in Champions, non perché ha comprato Messi, ma perché ha delle idee.
Che in Italia spesso scarseggiano, e a Como poi sono una rarità. Vi rendete conto dell’ossimoro? A Como si sta scrivendo una favola calcistica di proporzioni epocali con le armi che alla città spesso sono mancate: coraggio, fantasia, allegria, positività. Aver fatto fuori Milan e Juventus dalla Champions è un risultato clamoroso. E adesso ci immaginiamo l’anno prossimo i titoloni dei giornali nazionali del tipo «Forza Como», dopo che il sistema ha scacciato la squadra azzurra come fosse una fastidiosa zanzara. Farebbe molto ridere.
Intanto, per quell’asse tutto fantasia che unisce società, panchina e campo, Suwarso gestisce il business fuori dal prato verde con la stesa mentalità di Fabregas o di Paz. Vede opportunità dove gli altri non le vedono, vede praterie invitati dove altri vedono arbusti e sterpaglie. Il più bel contropiede del mondo fuori dal campo, è stata l’operazione di smantellamento della curva, il paradigma della velocità tra questa società e quella con cui si muove la città (nel senso del percepito, non della politica). I comitati si sono sorpresi di questa operazione senza preavviso, così repentina, evidentemente non sapendo che c’è una Champions League da giocare, che ci sono delle regole (via i tubolari), che avremo tutte le tv del mondo collegate la sera, che avremo migliaia di stranieri qui (magari senza biglietto), che è un affare finanziario colossale, che arrivano 70 milioni al club, che entrano in ballo delicati meccanismi politici. E che ci sono tempi da rispettare. E allora veder demolita una curva in tre giorni e aver programmato di tirarla su in due mesi è una cosa che non ci si crede.
E la gente, gli umarell, si affacciano alle inferriate della curva e dicono: «Mai visto questo». La velocità in campo e la velocità fuori dal campo sono un doppio modello, per il calcio italiano e per la città. Fast, fast, fast. Non sarà possibile avere la Champions League in città senza un lavoro di squadra che contribuisca a gestire l’evento e l’immagine della città. Sveglia, che non siamo più in serie C. E dunque anche i dibattiti e i discorsi devono cambiare mood. Invece di pensare alla nuova curva, pensiamo magari a come costruire eventi collaterali sulle partite di Champions. O facciamo fare tutto agli indonesiani?
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