Spari mortali al maresciallo. Medici militari sotto accusa
Asso. Il brigadiere che ha ucciso il comandante in servizio nonostante la malattia. La Procura di Como accusa la psichiatra e la commissione di omicidio colposo
Asso.
Dopo l’ultima visita psichiatrica, l’ufficiale medico del centro ospedaliero di Milano aveva confermato che Antonio Milia non era ancora idoneo a riavere l’arma di servizio.
Ma dodici giorni dopo la Commissione medica, dove non siede neppure uno psichiatra, decide che il brigadiere può tranquillamente tornare a lavorare. Con la sua pistola. Nove giorni più tardi Milia spara tre colpi all’indirizzo del suo comandante e lo uccide.
Incapace di intendere
La Procura di Como ha ufficializzato l’accusa di omicidio colposo a carico dei medici militari che hanno riammesso in servizio il brigadiere che nell’ottobre 2022 ha ucciso il luogotenente Doriano Furceri. Milia, giudicato dal Tribunale militare, è stato ritenuto incapace di intendere e di volere al momento del delitto. Nell’emettere la sentenza, i giudici avevano però deciso di inviare gli atti alla Procura ordinaria per valutare l’operato di chi ha valutato erroneamente le sue condizioni psichiatriche.
I pubblici ministeri comaschi hanno chiuso le indagini preliminari e formalizzato le accuse a carico di quattro indagati. Sotto inchiesta c’è anche la psichiatra che aveva confermato la non idoneità del brigadiere al porto e alla detenzione di armi. Che sì, aveva lanciato l’allarme ma, secondo l’accusa, avrebbe omesso di approfondire l’effettiva natura della malattia psichiatrica di Milia, e soprattutto omesso di segnalare alla Commissione medica le possibili conseguenze in caso di rientro sul posto di lavoro e della restituzione dell’arma di ordinanza.
L’avviso di chiusura delle indagini è stato notificato al tenente colonnello Gianfrancesco Varcaro e ai capitani Maria Carolina Romanelli e Marco Boschi, tutti ufficiali componenti la Commissione medica dell’ospedale militare di Milano. Ovvero chi ha formalmente riammesso in servizio nella caserma di Asso, armato, Antonio Milia. Sotto accusa, per omicidio colposo - come detto - anche la psichiatra militare, il maggiore Silvia Spitoni.
Il filo conduttore di tutta la vicenda è il delirio persecutorio di cui soffriva il brigadiere e che era sfociato in modo clamoroso il 26 gennaio di quello stesso anno quando Milia ha esploso un colpo di pistola all’interno del suo alloggio, nella caserma dei Carabinieri di Asso.
Fin dai primi giorni, dopo un ricovero in psichiatria al Sant’Anna, i medici avevano sottolineato come l’uomo non soffrisse solo di ansia e depressione, ma che raccontava di essere controllato, sorvegliato, perseguitato e di temere un complotto ai suoi danni. Il tutto nato proprio sull’ambiente di lavoro. Il comando provinciale era intervenuto immediatamente togliendo la pistola d’ordinanza al suo uomo e inviando tutti gli atti all’ospedale militare.
«Sintomi sottovalutati»
Dopo le prime visite, nelle quali viene evidenziato un episodio depressivo maggiore con sintomi psicotici, Milia inizia a esprimere preoccupazioni per le conseguenze professionali della sua condizione e per la possibilità di perdere l’alloggio di servizio.Secondo l’accusa, i medici avrebbero dovuto considerare la possibilità che il paziente avesse interesse a minimizzare i sintomi per ottenere l’idoneità, cosa che invece non avrebbero fatto. E così, quando a ottobre si è presentato nuovamente dalla psichiatra militare, questa aveva diagnosticato un “pregresso episodio psicotico breve in remissione”. Il 18 ottobre la Commissione medica (nella quale non siede alcuno specialista della mente) «esprime un erroneo e illegittimo giudizio di idoneità incondizionata al servizio». Il pomeriggio del 27 ottobre Milia sparava e uccideva il suo comandante Furceri.
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