La lezione del campione: resilienza e fare squadra
Daniele Gilardoni, undici titoli iridati nel canottaggio, vede l’allenamento come una palestra di vita per i ragazzi. «Si impara a studiare, a organizzare il tempo, a condividere un obiettivo con i compagni e a gestire lo stress»
Lettura 4 min.Il primo aprile ha spento cinquanta candeline, ma di smettere di tagliare traguardi non se ne parla. Daniele Gilardoni da un po’ è lontano dai riflettori. Non ha i social e quando è al lavoro e non allena non disdegna la tranquillità della sua Bellagio, Visgnola, pardon. Il “Gila”, è il canottiere più titolato della storia mondiale del remo, con 11 titoli iridati, tutti conquistati nel quattro di coppia pesi leggeri. Una carriera che ha disegnato un triangolo di vittorie: Bellagio, dove ha conquistato il primo Mondiale; Como, con la Canottieri Lario e nove successi iridati consecutivi, altro record del mondo; infine Milano, per l’ultimo oro. Dopo l’esperienza da atleta, è arrivata quella da allenatore a Trezzo d’Adda. Prima era stato a Manchester e a Lecco. La Tritium rischiava di chiudere, lo hanno chiamato e in cinque anni ha ricostruito il settore del remo. Da gennaio è alla Canottieri Lecco come direttore tecnico, con l’obiettivo di rilanciare un movimento che sembrava essersi un po’ sopito.
Non ha più incarichi federali, i rapporti con Roma si sono raffreddati?
«Coerenza. Io ero con Abbagnale, poi sono cambiati presidente e consiglio e mi sono fatto da parte. È stato giusto così. Ma l’amore per l’azzurro non si può mica spegnere».
Vorremmo mandare un messaggio ai giovani e pensiamo che un campione, oggi allenatore, possa essere la persona ideale. Da atleta quante scuole del territorio ha girato dopo le vittorie?
«Davvero tante, anche se è passato un po’ di tempo. Adesso sono dall’altra parte, sul catamarano non più sul carrello. Dopo aver ottenuto buoni risultati a Trezzo d’Adda, vinto un Europeo, due Italiani, la Coupe de la Jeunesse e conquistato tante medaglie, ho scelto di avvicinarmi a casa, a Lecco. I rapporti con la Tritium sono rimasti eccellenti e qualcuno mi ha seguito in questa nuova avventura».
Qual è il primo consiglio che darebbe ai ragazzi?
«Di non preoccuparsi se qualcuno gli tira ancora addosso una ciabatta».
Si deve usare il pugno di ferro?
«No, tutt’altro. E’ che oggi l’allenatore, soprattutto in uno sport impegnativo come il nostro, dove ci si fa attività tutti i giorni, diventa un punto di riferimento importante per l’atleta, la famiglia e anche la scuola. Bisogna imparare a relazionarsi con i giovani non soltanto dal punto di vista sportivo. La motivazione è fondamentale. Così, qualche volta, serve una scossa e si può anche tirare la ciabatta, come faceva la nonna, che alla fine non ti prendeva mai. Cerchiamo di portare gli atleti ad alto livello, fino a far indossare loro la maglia azzurra. C’è un importante lavoro di squadra tra i tecnici e io ho la fortuna di poter contare anche su mia sorella Cristina, che è insegnante e sa davvero come trattare i più piccoli. A tutti bisogna dare obiettivi e stimoli, anche esterni».
Per esempio?
«Se ci sono lavori da fare in Canottieri, come dipingere un muro, si partecipa tutti, anche gli atleti. È un modo per sentirsi parte della società e capire che i risultati si costruiscono insieme».
E il rapporto con la scuola?
«Mi sforzo di capire perché per alcuni insegnanti sia ancora negativo che gli studenti pratichino sport agonistico. Un buon atleta, di solito, è anche un buon studente. La maggior parte dei campioni di canottaggio, e non soltanto di questa disciplina, è laureata. Ci si allena anche a studiare: si impara a organizzare il tempo, a condividere un obiettivo con i compagni di squadra o di classe e, domani, con i colleghi di lavoro. Si impara a gestire le situazioni di stress. Chi fa sport ad alto livello si applica di più in tanti ambiti della vita, dallo studio al lavoro, anche perché fisicamente non si stanca subito».
Si guarda al modello americano dei college?
«Un sistema che si sta sviluppando anche in altri Paesi. La Romania, per esempio, è ai vertici del nostro sport grazie al metodo, mentre l’Italia, che valeva i primi tre o quattro posti, adesso fa tanta fatica. Credo che investire sul legame tra istruzione e attività agonistica sia importante per costruire atleti e persone».
Ma ci si allena ancora così tanto nel canottaggio?
«L’impegno è quotidiano e la stagione è lunga. Per chi pratica ad alto livello ci si può fermare da metà agosto a fine settembre. La tecnologia consente però di ridurre le sedute di qualche ora: le barche sono più veloci e c’è uno studio maggiore dei carichi e degli scarichi di lavoro. Quello che conta, comunque, è sempre la motivazione».
È vero che da ragazzo voleva la bici?
«Verissimo. Mio padre me la comprò soltanto dopo che ero arrivato terzo ai Giochi della Gioventù, per gratificarmi. Forse me l’avrebbe presa comunque, perché avevo dato tutto. Da allenatore cerco di agire allo stesso modo: devi meritarti il carrello in barca. Per un ragazzo conquistare una medaglia ai Campionati italiani ha un valore che si porterà dietro per tutta la vita».
Anche i suoi allenatori si comportavano così?
«Sono cambiate molto le metodologie e i rapporti. Prima l’aspetto psicologico non veniva tenuto in grande considerazione. Adesso i ragazzi ti chiamano se hanno preso una nota a scuola o hanno litigato con la fidanzata. Devi essere un po’ psicologo, oltre che allenatore».
E con gli smartphone?
«Durante gli allenamenti, nelle trasferte e sul campo di gara nessuno può usare il telefonino. È la mia regola. Abbiamo le radioline e sul pulmino ascoltiamo la musica, anche se quella che piace a loro è davvero terribile».
Come pensa di vincere a Lecco, come ha fatto alla Lario, a Bellagio, Milano e alla Tritium?
«Con la mentalità. Alla Canottieri Lario mi portarono Enzo Molteni e Ruggero Capurso nel 2001. Si doveva ricreare la squadra e c’era la volontà di vincere. E dopo di me, a distanza di 25 anni, la Lario continua a conquistare successi nel mondo. In consiglio ho avuto l’attuale presidente, Claudio Salvagni, e so come la pensa sul canottaggio. I ragazzi devono capire che vincere subito non è semplice: servono tempo, applicazione e motivazione».
C’è qualcosa che la sconforta più di tutto?
«Quando un atleta dotato smette alla prima difficoltà. Mi è successo anche con ragazzi che seguivo: qualcuno ha cambiato società per cercare di bruciare le tappe, poi ho saputo che ha mollato. Che peccato».
Che cosa dice a un giovane che perde?
«Dopo una gara sbagliata ti cade il mondo addosso. Se sei arrabbiato, ti lascio sbollire e sfogare, senza esagerare. Poi ne parliamo. Il canottaggio è quasi una scienza esatta: se le cose vanno male, da qualche parte c’è stato un errore. Posso aver sbagliato io nella valutazione della formazione della barca. Mi è capitato di sostituire un capovoga infortunato con un atleta che non riusciva a rendere in quella posizione. Oppure il ragazzo non è stato costante negli allenamenti: magari ha saltato quindici giorni a gennaio e gli è mancato qualcosa. La barca volava per 1.500 metri, poi negli ultimi 500 veniva raggiunta e superata dagli avversari».
Se si vince, però, il merito è di Gilardoni?
«No, per carità. Non sono quel tipo di allenatore. I miei trofei li ho a casa. Non sento pressioni su di me, ma voglio che i ragazzi ne abbiano un po’. Se la società ha degli obiettivi, è giusto che anche allenatori e atleti si impegnino per rispettarli».
Facciamo una previsione sul remo azzurro a Los Angeles 2028?
«No, non sono più in Federazione e non sarebbe corretto. L’ho detto, sono preoccupato, ma soprattutto per i giovani. Bisogna investire anche sui principi educativi e costruire una mentalità vincente. Possibile che tanti ex atleti della mia generazione, e non parlo soltanto di canottaggio, ricevano ancora offerte di lavoro dall’estero? Credo sia importante che queste risorse possano restare qui, lavorare e contribuire a far diventare grande il nostro Paese».
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