I lavoratori frontalieri hanno raggiunto numeri record: «un’opportunità per tutti»

L’analisi I lavoratori che varcano il confine tra Italia e Svizzera a un passo da quota ottantamila: mai così tanti. Il presidente dei Comuni di frontiera analizza la situazione: «Il nuovo accordo fiscale porterà benefici»

Il record del record. Quello del numero dei lavoratori frontalieri in Canton Ticino è così, ogni volta che vengono resi noti i nuovi dati sul loro volume, la cifra precedente, che già pareva da record, viene superata. I frontalieri crescono sempre. I dati del 30 giugno, resi noti a luglio, ne hanno contati 79.181 (+3,5%).

I numeri sono quelli dalla Statistica dei frontalieri, la STAF, elaborata dall’ufficio federale di statistica della Confederazione. Massimo Mastromarino, presidente dell’associazione Comuni italiani di frontiera e sindaco di Lavena Ponte Tresa li analizza considerandoli parte di una realtà economica transfrontaliera.

Presidente, quello dei lavoratori frontalieri in Ticino è l’ennesimo record. Come dobbiamo leggerlo?

Ai 79.181 che sono i frontalieri che lavorano in Canton Ticino vanno aggiunti quelli che vanno a lavorare nei Grigioni e nel Vallese e, se consideriamo anche loro, arriviamo a contarne probabilmente 85/86mila. Numeri alti che io ho sempre cercato di leggere come un fenomeno riconducibile al riconoscimento di una economia transfrontaliera che è ormai diventato un fatto strutturale.

Nel senso...

Abbiamo da una parte aziende in Svizzera che ampliano la produzione chiedendo manodopera, dall’altra offerta di servizi legati alla cura della persona, al benessere fisico, alla ristorazione, al turismo della spesa che descrivono rapporti socio-culturali che si rinsaldano. Ecco, se prendiamo atto di questa situazione che esiste, il fatto che ci sia un aumento di frontalieri a fronte di una crescita del sistema produttivo non ci deve scandalizzare, ma se invece lo guardo più a livello locale vedo un tessuto produttivo di frontiera che rischia di indebolirsi, perché non si trovano più maestranze qualificate.

Un esempio è il settore sanitario che non riguarda solo la fascia di confine, ma che soffre anche a livello regionale. Aggiungiamo che i territori di frontiera hanno la fortuna di vivere in modo meno forte problematiche legate all’inflazione, al carovita e caroprezzi che in altre province lombarde si vive, basti pensare alla città metropolitana di Milano o a Bergamo o a Brescia.

Il nuovo cuneo fiscale è lo strumento più vicino all’orizzonte che può permettere di introdurre correttivi che bilancino la situazione.

Come vede il dato dell’aumento dei frontalieri in relazione all’entrata in vigore il 1 gennaio 2024 delle nuove norme di tassazione dei frontalieri?

I nuovi frontalieri saranno tassati anche in Italia, ma con condizioni migliori delle attuali e il dumping salariale delle categorie più deboli potrebbe venir meno riportando l’impiego nella fascia di confine. Nell’accordo fiscale si parla anche di assegno di frontiera, cioè di un contributo ulteriore a chi sceglie di restare in Italia, e questo alza la paga media e rende gratificante il restare il Italia. Ma l’occhio deve essere quello che guarda il fenomeno nella sua complessità, anche chi vive in Svizzera è un frontaliero quando consuma in Italia e quindi anche gli svizzeri sono parte attiva dell’economia frontaliera.

Faccia qualche esempio.

Soprattutto per le professioni medie, quelle per esempio del settore manufatturiero, metalmeccanico che hanno uno stipendio medio, con il nuovo accordo fiscale ci potrà essere la possibilità di verificare se non sia comunque conveniente restare in Italia. E’ chiaro che il cuneo fiscale oggi è a favore della Svizzera, ma ci possono essere fasce per cui può tornare conveniente restare in Italia. Sono però situazioni che potremo osservare non prima di 5 o 6 anni. Oggi è prematuro fare ipotesi senza dati. Le professioni medie di fatto potrebbero essere convenienti da svolgere anche in Italia valutando i sacrifici che un frontaliere ora sopporta varcando il confine, code, doversi alzare presto, anche in virtù di una paga molto più alta di quella italiana.

Alcune simulazioni sono state fatte con ciò che prevede la nuova tassazione, ma ci sono moltissime variabili da considerare, dipende se un lavoratore è single, se ha famiglia, se entrambi i coniugi lavorano, se hanno figli; però si deve ricordare che gli assegni familiari sono completamente deducibili e questo è un grande vantaggio. Sono state fatte stime, ma sono molto sommarie a fronte anche di una serie di agevolazioni importanti.

A parte lo stipendio, ci sono altri fattori che determinano l’impennata costante dei frontalieri?

La questione vera è che c’è una domanda molto forte in Canton Ticino di manodopera nel settore dei servizi finanziari e sanitario ed è evidente che quando una economia va bene, come quella ticinese, essa aumenta la propria domanda e trova risposta grazie a una situazione salariale più conveniente di quella italiana.

Il nuovo accordo fiscale quali conseguenze per i Comuni italiani di frontiera, oltre che per i frontalieri?

I Comuni di frontiera dal nuovo accordo ne escono rafforzati perché è stato garantito l’importo di 89milioni di euro di ristorni che è una cifra molto alta, inoltre si è ottenuto col nuovo accordo fiscale che questi ristorni possano essere usati al 50% per le spese correnti (lavori strade, tagli dell’erba per esempio) e questo per i Comuni di frontiera è importante perché in passato con i ristorni dovevamo costruire scuole e campi da calcio, grandi opere, ma ora questi impianti dobbiamo manutenerli e i Comuni fanno molta fatica a farlo. Quando i nuovi frontalieri pagheranno le imposte anche in Italia, penso all’Irpef, vi porteranno nuove risorse.

Dobbiamo essere contenti del nuovo accordo perché non ci sarà un depotenziamento dell’economia locale dei paesi in cui i frontalieri abitano, i vecchi frontalieri continueranno a mantenere le vecchie condizioni e penso che questo sia il più grande risultato ottenuto dal nuovo accordo fiscale e che non era scontato fino al 2020, quando si ipotizzava che anche i vecchi frontalieri dovessero essere tassati, ora invece lo saranno solo i nuovi.

La morale?

Questo nuovo accordo fiscale va guardato come opportunità e bisogna essere capaci di vederlo nell’ambito non di una competizione, ma di un territorio integrato che ha come peculiarità questo tipo di economia transfrontaliera che riguarda un tessuto produttivo che va da Como a Varese a Lugano, a Bellinzona. Vedo un sistema economico che ha costruito delle regole che si sono stabilizzate.

Alla fine di giugno, il numero di stranieri con un permesso per frontalieri (permesso G) attive in Svizzera era pari a circa 391.000. Il loro numero complessivo è aumentato di 5,7% rispetto al 2° trimestre 2022. Cifre enormi

Bisogna dire che oltre centomila lavorano nell’area ginevrina e in altre aree, questo dato riguarda appunto tutta la Svizzera ed evidenzia che la Svizzera importa forza lavoro non solo dall’Italia; credo che in termini assoluti i frontalieri provenienti dalla Francia siano più numerosi di quelli italiani.

Molti italiani vanno a lavorare anche nella Svizzera interna, anche qui merito dei salari molto più alti che giustificano maggiori sacrifici?

Sì perché nella Svizzera interna gli stipendi sono più alti di quelli del Canton Ticino, questo avviene soprattutto per le professioni più qualificate che, a fronte di stipendi molto alti, si possono permettere di sostenere costi di trasferta più alti. Se invece sono italiani che si stabiliscono là la situazione cambia: è fuga di cervelli ed emigrazione.

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