Conflitto nel Golfo, export in frenata per moda e legno-arredo
L’analisi Medio Oriente e Iran sono mercati importanti per le pmi del territorio. Moscatelli: «Stiamo cercando alternative percorribili, ma non è un processo immediato, richiede tempo»
Lettura 2 min.La guerra in Medio Oriente pesa sull’export italiano che nei primi quattro mesi del conflitto registra un calo molto più forte rispetto alla media europea. Tra i settori più colpiti moda, legno-arredo, metallo, alimentare, gioielleria e occhialeria.
L’analisi di Confartigianato rileva che nel 2026, considerando gli ultimi 12 mesi fino a giugno, l’Italia ha esportato in Medio Oriente beni per 26,4 miliardi di euro. Nei primi quattro mesi della guerra, le esportazioni italiane verso l’area sono diminuite di 2,16 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nel complesso l’UE ha perso 4,69 miliardi di esportazioni, la quota italiana è il 46,1%. Anche il confronto percentuale evidenzia la maggiore esposizione dell’Italia, l’export è sceso del 22,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, contro il -8,7% della media UE.
«Il legno-arredo brianzolo vive soprattutto di contract e di produzioni su misura e i mercati del Golfo sono sempre stati molto ricettivi rispetto a queste lavorazioni. Se guardiamo agli altri sbocchi importanti, lasciando da parte Germania, Spagna e Francia, dove si continua a lavorare, ci sono Stati Uniti, Russia, Ucraina, Israele e appunto i Paesi del Golfo. Magari non in quest’ordine, ma sono questi i cinque mercati che hanno trainato il settore negli ultimi anni. Il problema è che, ultimamente, non ce n’è uno che si salvi» commenta Massimo Moscatelli, imprenditore del settore Legno-Arredo, tesoriere di Confartigianato Como e componente della Camera di Commercio Como-Lecco con delega all’Internazionalizzazione.
«Negli Stati Uniti il problema non è tanto il livello del dazio, quanto la sua incertezza, con un quadro che cambia continuamente i clienti frenano gli acquisti. Israele era un mercato in forte crescita. In merito a Ucraina e Russia, gli scambi non sono completamente fermi, ma sono diventati molto più complicati anche a livello logistico. E adesso si sono aggiunti anche i Paesi del Golfo e l’Iran».
C’è tutta una parte della Brianza, che lavora molto sul classico e che oggi è bloccata: «Ci sono progetti fermi e aziende che hanno i magazzini pieni di merce che non riescono a spedire. Al quadro si aggiungono l’aumento dei costi dell’energia e le tensioni sul fronte del petrolio. Tutti questi fattori si sommano e rendono la situazione sempre più complessa».
Le strategie messe in campo
In questo scenario cosa è possibile fare? «Come Camera di Commercio Como-Lecco, attraverso il Tavolo per l’Internazionalizzazione, abbiamo iniziato a ragionare sulla ricerca di nuovi mercati. Il mondo è grande, ma non è così semplice entrare in un mercato dall’oggi al domani. Si possono avviare contatti e iniziare a costruire relazioni, ma prima che un’impresa diventi competitiva e riesca a consolidare la propria presenza, possono volerci anni. Poi c’è anche chi ha la fortuna di trovare il cliente giusto, nel momento e nel posto giusto, e riesce a portare a casa subito un risultato. Ma per aprire davvero un mercato e renderlo stabile serve tempo».
Su questa linea, il prossimo anno, la Camera intende ospitare un “summit” dei Paesi amici della Camera di Commercio di Kiev: «Siamo stati in Croazia, a Zagabria, per incontrare il network degli amici delle Camere di Commercio ucraine e abbiamo avviato un percorso di partenariato. Stiamo cercando di muoverci in altre direzioni e di individuare nuovi sbocchi commerciali, ma sostituire mercati così importanti, come quelli di cui parlavamo prima, non è facile. La vera svolta sarebbe che alcune delle situazioni attuali si risolvessero, finissero e si potesse ripartire».
Moscatelli evidenzia inoltre che il calo delle esportazioni non riguarda solo l’Italia, ma è generalizzato in tutta Europa: «Anche gli altri Paesi stanno cercando nuovi mercati e questo aumenta inevitabilmente la concorrenza. Oggi c’è una concorrenza forte non solo tra imprese, ma anche tra Paesi europei per conquistare gli stessi mercati».
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