Cure sempre più personalizzate grazie anche alle nuove tecnologie
L’intervista Il primario di Asst Mario Galli: «È in atto una doppia trasformazione. Intelligenza artificiale e caldo crescente impongono un modello di prevenzione disegnato sul paziente»
Lettura 3 min.Oggi la cardiologia è sempre più personalizzata grazie anche alle nuove tecnologie che hanno permesso passi avanti importanti sia sul fronte della diagnosi che delle terapie. Fondamentale però pensare anche agli effetti del cambiamento climatico con un approccio dinamico.
Ne abbiamo parlato con Mario Galli, direttore della Cardiologia di Asst Lariana.
Dottore, oggi si sente sempre più spesso parlare di cardiologia personalizzata, quali le tecnologie che hanno reso possibile questo aspetto e come vengono impiegate?
«La cardiologia contemporanea si trova al centro di una doppia trasformazione: da un lato l’avanzamento di intelligenza artificiale, genomica, imaging digitale e telemedicina. Dall’altro l’impatto crescente del cambiamento climatico sulla salute cardiovascolare. Questa convergenza impone un modello di prevenzione e cura più personalizzato, dinamico e capace di adattarsi sia alle caratteristiche del singolo paziente sia alle condizioni ambientali».
Come avviene questa “personalizzazione”?
«La cardiologia personalizzata supera l’approccio uniforme alla diagnosi e alla terapia, integrando dati genetici, clinici, strumentali e ambientali. La genomica consente di individuare precocemente predisposizioni a cardiomiopatie, aritmie ereditarie e ipercolesterolemia familiare. L’imaging avanzato, applicato alla risonanza magnetica e alla tomografia computerizzata ad alta definizione, offre ricostruzioni tridimensionali dettagliate dell’apparato cardiovascolare, infine, biosensori e dispositivi indossabili permettono il monitoraggio continuo dei parametri fisiologici nella vita quotidiana».
L’intelligenza artificiale è davvero un supporto clinico importante in ambito cardiologico?
«Nello scenario descritto, l’intelligenza artificiale rappresenta un supporto clinico concreto. Gli algoritmi di machine learning, ad esempio, possono analizzare grandi quantità di elettrocardiogrammi e immagini diagnostiche per riconoscere anomalie difficilmente percepibili - come la fibrillazione atriale parossistica - e contribuire alla stima del rischio di eventi cardiovascolari acuti».
Il monitoraggio dei pazienti da remoto è una realtà consolidata o c’è ancora molto da fare?
«Il telemonitoraggio è ormai una realtà operativa per pazienti portatori di pacemaker o defibrillatori e per persone affette da scompenso cardiaco. Perché queste innovazioni però diventino pienamente accessibili, restano tuttavia necessari alcuni passaggi chiave: ridurre le disomogeneità territoriali, garantire la massima protezione dei dati sanitari e definire modelli chiari di rimborsabilità e responsabilità clinica».
Quest’anno più che mai abbiamo sperimentato gli effetti del cambiamento climatico, sul fronte della salute del cuore quali possono essere gli effetti di temperature roventi e prolungate come quelle che abbiamo appena vissuto?
«Le ondate di calore estreme e prolungate rappresentano un vero e proprio stress test per l’apparato cardiovascolare. Per disperdere il calore corporeo i vasi periferici si dilatano e la pressione arteriosa può ridursi e il cuore compensa aumentando la frequenza cardiaca, con possibile comparsa di tachicardia. La perdita prolungata di liquidi ed elettroliti rende, inoltre, il sangue più denso e viscoso, aumentando il rischio di trombosi, infarto e ictus. In queste condizioni il cuore è costretto a lavorare con maggiore intensità per sostenere la termoregolazione».
Ci sono delle persone più a rischio?
«Si, gli anziani sono particolarmente vulnerabili per la minore capacità di termoregolazione e per una ridotta percezione della sete. I pazienti cardiopatici, soprattutto con disfunzione di pompa o ridotta riserva cardiaca, possono andare incontro a scompenso più facilmente durante i picchi termici. Le persone in politerapia farmacologica richiedono attenzione specifica, perché diuretici, ACE-inibitori e beta-bloccanti possono interagire con gli effetti della disidratazione e degli sbalzi pressori. Infine, i pazienti fragili, con difficoltà economiche o logistiche nell’accesso ad ambienti climatizzati, presentano un rischio aggiuntivo legato alle condizioni sociali e abitative».
Anche chi potenzialmente non ha dei rischi può subire gli effetti del cambiamento climatico?
«Il caldo prolungato non colpisce solo chi presenta patologie note. Anche persone senza fattori di rischio evidenti possono subire conseguenze rilevanti durante sforzi fisici o esposizioni prolungate. Il meccanismo della sudorazione può saturarsi fino al colpo di calore, mentre la perdita massiva di sali minerali, come potassio e magnesio, può favorire aritmie anche in un cuore strutturalmente sano. A ciò si aggiunge l’effetto infiammatorio sistemico associato ai picchi di inquinamento atmosferico, in particolare ozono e polveri sottili, frequenti nelle giornate più torride»
Parlando di terapie, i clinici devono adottare un approccio dinamico, specialmente durante eventi meteorologici estremi?
«Si, di fronte a queste emergenze, la cardiologia deve adottare un approccio terapeutico dinamico. Durante i periodi estivi o in presenza di picchi termici, il medico può valutare una modulazione individualizzata dei dosaggi di farmaci antipertensivi e diuretici, con l’obiettivo di prevenire crisi ipotensive, disidratazione grave e peggioramenti dello scompenso cardiaco. Il paziente deve essere informato, responsabilizzato e coinvolto in piani d’azione definiti prima dell’inizio della stagione estiva».
E’ corretto parlare di prevenzione mettendo in atto strategie di adattamento? Quali e la tecnologia può essere un supporto?
«Si, utile, ad esempio adattare gli orari dell’attività fisica e lavorativa all’aperto, evitando le fasce di maggiore calore, ma anche definire piani di idratazione personalizzati, con monitoraggio del peso corporeo nei pazienti con scompenso cardiaco. Importante promuovere interventi abitativi e urbanistici che riducano l’esposizione prolungata al caldo, soprattutto nelle persone fragili. La tecnologia può rafforzare queste strategie attraverso sistemi di early warning, piattaforme meteorologiche collegate ai servizi sanitari e dispositivi smart capaci di rilevare variazioni di frequenza cardiaca, temperatura corporea e stato di idratazione. Le applicazioni di telemedicina possono, inoltre, facilitare il contatto tempestivo tra paziente ed équipe curante, consentendo aggiustamenti terapeutici rapidi in presenza di condizioni climatiche estreme».
Cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?
«La sfida dei prossimi anni sarà integrare innovazione tecnologica, prevenzione personalizzata e adattamento climatico in un modello di cura realmente proattivo. In questo percorso, la cardiologia non dovrà limitarsi a trattare l’evento acuto, ma dovrà anticipare il rischio, proteggere i pazienti più vulnerabili e promuovere una nuova cultura della responsabilità sanitaria condivisa».
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