È morta Dolly Parton, la regina chic del country

L’artista Autrice di pezzi iconici come “Jolene” e “I will always love you”, ma anche attrice, imprenditrice e filantropa che ha lasciato il segno in tantissimi ambiti della cultura globale

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Negli 80 anni della sua vita, quasi tutti vissuti sotto ai riflettori, Dolly Parton, ha dimostrato come il country potesse essere una musica non solo americana e, soprattutto, non solo maschile. Scomparsa a Nashville dopo una breve battaglia contro il cancro, la cantante, autrice, attrice e imprenditrice ha lasciato un’eredità che va ben oltre le classifiche, un’icona prima di essere una star.

Da subito votata all’arte

Nata nel 1946 nel Tennessee, quarta di dodici figli, è cresciuta in una famiglia poverissima: il padre era contadino e operaio edile e non aveva potuto studiare. Dolly iniziò a cantare da bambina, esibendosi in pubblico per la prima volta a soli 6 anni. A 13 era già sul prestigioso palcoscenico del “Grand ole opry”, presentata da Johnny Cash, tra i primi a incoraggiarla. Nel 1964 arrivò a Nashville come autrice, iniziando timidamente a incidere. Poi l’incontro con Porter Wagoner, grande country star, che la volle nel suo show e con il quale formò un duo di successo. Non voleva rinunciare, però, a una carriera solistica: nel 1974 proprio nel momento dell’addio a Wagoner nacque “I will always love you” che, nel 1992 la versione di Whitney Houston, inserita nel film e nella colonna sonora “The bodyguard”, trasformò in un successo planetario (il disco è tra i più venduti della storia, con più di 50 milioni di copie nel mondo).

Come ha raccontato Parton, nello quello stesso giorno scrisse anche un’altra grande hit, “Jolene”: da una parte il congedo da un compagno artistico, dall’altra la supplica alla rivale che minaccia il suo amore. Tra gli altri classici non si può non citare almeno le toccanti “Coat of many colors” e “In the good old days (When times were bad)”, entrambe ispirate alla povertà dell’infanzia.

Da Dollywood al vaccino Moderna

E già “Dumb blonde”, il primo singolo datato 1965, giocava con lo stereotipo della bionda bella e sciocca per rovesciarlo: l’immagine poteva essere un’arma, non una gabbia. Tacchi, scollature, unghie laccate, strass, capelli platinati e smisurati erano parte di un personaggio consapevole e ironico.

La sua estetica sopra le righe è stata adottata anche da generazioni di drag queen: lei rispose con la consueta autoironia, partecipando persino a un concorso per sosia di se stessa, perdendolo tra le risate. Nel corso degli anni sostenne i diritti delle persone LGBTQ+ e si espresse contro le discriminazioni diventando trasversalmente, amata.

Il cinema ne ampliò la popolarità: da “Dalle 9 alle 5, orario continuato”, con Jane Fonda e Lily Tomlin, a “Fiori d’acciaio”, una prova notevole. Ma Parton fu anche una formidabile imprenditrice – nel 1986 trasformò Silver Dollar City in “Dollywood”, oggi uno dei grandi poli turistici del Tennessee – e filantropa: nel 1995 ha dato vita a “Imagination library”, un progetto che distribuisce gratuitamente libri ai bambini, oggi esteso a molti Paesi, con 25 milioni di volumi diffusi ogni anno. Era una battaglia personale: il padre non aveva potuto imparare a leggere e scrivere.

Nel 2020 ha donato un milione di dollari alla ricerca sul Covid-19, contribuendo agli studi alla base del vaccino Moderna.

Musicalmente, Parton ha attraversato generazioni e linguaggi. Tra i suoi oltre cinquanta album, “Trio” del 1987, con Emmylou Harris e Linda Ronstadt, resta un vertice, con la sua vertigine di armonie vocali.

Cosa dire a quegli uomini che, di fronte a tutto questo, la vedevano solo come una procace bambola bionda? Prima di un tour lei radunava tutta la parte maschile della crew, e al termine delle informazioni di servizio, si alzava la camicetta ed esclamava «Ecco, ora le avete viste: iniziamo a lavorare».

La notizia della scomparsa è stata annunciata dal nipote Bryan Seaver in un video pubblicato sui social: «È morta in pace».

Non solo una cantante

Parton è stata soprattutto una cantante, ma non solo: autrice (un romanzo nel 2022 in coppia con il re del thriller James Patterson), attrice di cinema, intrattenitrice, imprenditrice e filantropa, la storia di riscatto dalla povertà della esuberante proto-femminista degli Appalachi è entrata nell’immaginario collettivo dell’America di ogni colore politico e ogni classe sociale grazie a brani come Coat of Many Colors e My Tennessee Mountain Home.

Dolly per anni ha avuto un segreto: la love story con Carl Dean. Proprietario di una ditta che asfaltava le strade, il marito che per sei decenni era rimasto al suo fianco dietro le quinte l’aveva fatta innamorare a 18 anni ed era stato l’involontaria ispirazione di Jolene. Carl è morto nel marzo 2025 e da allora Dolly non è stata più la stessa.

L’omaggio di Trump: «Non c’è mai stata, né mai ci sarà un’altra come lei»

Pur avendo rifiutato l’offerta di Donald Trump di una Medaglia della Libertà e pur essendo chiaramente allergica alle politiche del tycoon (tra le tante sfide la maxidonazione che all’inizio del Covid contribuì alle ricerche sui vaccini contro la pandemia della casa farmaceutica Moderna), Parton fu essenzialmente una unificatrice. «C’è qualcosa su cui andiamo tutti d’accordo?», si chiese nel 2019 il New York Times: «Sì, Dolly Parton». E oggi il presidente le rende omaggio: «È una perdita enorme per milioni di persone. Non c’è mai stata, né mai ci sarà, un’altra come lei. In suo onore, dispongo che la bandiera americana venga abbassata a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti per una settimana».

Il suo era un country-chic

Autrice di oltre 3000 canzoni interpretate oltre che da lei da artisti come Tina Turner, Norah Jones, i White Stripes, Merle Haggard, RuPaul e Whitney Houston, Dolly seppe sfruttare con astuzia - e in un certo senso trascendere - gli stereotipi e il kitsch del mondo rurale, creando uno stile country-chic tutto suo che nella canzone Backwood Barbie definì «l’idea di glamour di una ragazza di campagna.

Nonostante la voce da soprano a tratti quasi fanciullesco, Dolly Parton era tutto fuorché la «bionda stupida» evocata nel nel singolo del 1966, Dumb Blonde. «Ho creato tutto questo e ci ho giocato sopra: il trucco, l’intero personaggio», disse nel 2002 al New York Times, alludendo sia alla chirurgia plastica che ai colloquiali e inconfondibili ’Dollyismì, le battute e gli aforismi che erano diventati parte integrante del suo personaggio: «Ma non sono solo questo e spero che la gente capisca che sotto i capelli c’è un cervello, sotto le tette c’è un cuore e sotto tutto il resto c’è il talento».

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