Salari, debito e investimenti: i nodi dell’economia italiana
Il ritardo nei finanziamenti in nuove tecnologie e la questione delle competenze che servono, ma non si trovano. Russo: «Sullo sfondo un autunno segnato da inflazione, tassi elevati e bilanci pubblici più difficili da costruire»
Lettura 3 min.L’Europa e l’Italia stanno affrontano una fase di crescita rallentata, condizionata da alcuni fattori strutturali e una composizione degli investimenti che lascia meno spazio alle tecnologie avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina. Ne abbiamo parlato con l’economista Giuseppe Russo, soffermandoci anche sulle specificità italiane, dai salari al potere d’acquisto, dalla pressione fiscale al debito pubblico. Un’analisi che guarda alla trasformazione legata all’intelligenza artificiale, al ruolo delle competenze e alle prospettive per il 2027, tra inflazione, tassi d’interesse e conti pubblici.
La lentezza delle economie europee presenta alcuni elementi comuni?
Il primo è di natura demografica, l’invecchiamento della popolazione riduce la crescita della domanda. Il secondo riguarda l’istruzione e le competenze della forza lavoro. I livelli medi di istruzione sono ormai medio-alti e continuano a migliorare solo marginalmente. Di conseguenza, il contributo dell’istruzione alla crescita della produttività è oggi più limitato rispetto al passato, quando i progressi erano più consistenti. Il terzo elemento è legato alla composizione degli investimenti. Negli Stati Uniti e in Cina una quota maggiore degli investimenti produttivi è destinata a ricerca, sviluppo e tecnologie avanzate. In Europa, molto meno.
Per quale motivo l’Italia cresce meno del suo potenziale?
Negli ultimi vent’anni i salari italiani non hanno tenuto il passo dell’inflazione, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e frenando i consumi. A questo si aggiungono una pressione fiscale aumentata nel tempo e la necessità di mantenere un avanzo primario per finanziare gli interessi sul debito pubblico. Il risultato è una domanda interna debole, sostenuta solo in parte dal turismo, e una maggiore propensione al risparmio da parte delle famiglie. Sebbene oggi l’Italia cresca a ritmi simili a quelli degli altri Paesi europei, i nodi strutturali di salari, tasse e debito continuano a limitare il potenziale di crescita.
Perchè la quarta rivoluzione industriale, quella dell’intelligenza artificiale, riguarda soprattutto gli Stati Uniti e l’Asia e molto meno l’Europa?
La produttività del capitale dipende dal tipo di investimenti effettuati, in Europa si investe maggiormente in costruzioni e macchinari. In Italia, per esempio, gli investimenti in costruzioni rappresentano circa il 12% del PIL, contro il 6% negli Stati Uniti. Quel 6% di differenza gli Stati Uniti lo destinano ad AI, tecnologie spaziali e altri settori ad alto contenuto innovativo, che generano un valore aggiunto per addetto molto più elevato rispetto alle costruzioni. In quest’ultimo settore i margini di crescita della produttività sono limitati, perché l’apporto di nuove tecnologie può migliorare anche di molto alcuni aspetti, ma non produce innovazioni rivoluzionarie come per esempio creare una rete di telefoni satellitari.
Le competenze saranno la chiave per sfruttare l’AI, ma le aziende non riescono a trovare personale qualificato, come fare?
L’innovazione richiede competenze che cambiano rapidamente e che spesso non fanno parte della formazione ricevuta da una forza lavoro che in Italia risulta essere sempre più adulta. Secondo me tutto si impara. Apprendere sul posto di lavoro, attraverso l’esperienza, è molto importante, ma riguarda ciò che l’azienda sa già fare. Quando si introducono elementi nuovi, bisogna ritornare sui banchi, che non saranno quelli di scuola, ma della formazione continua, integrando l’esperienza accumulata sul posto di lavoro con nuovi percorsi di apprendimento. Le competenze si possono acquisire a qualsiasi età, ma servono tempo, investimenti e una strategia formativa adeguata.
Guardando all’autunno, quali sono le prospettive per l’economia?
Dell’autunno vanno considerati due aspetti: l’economia reale e quella monetaria. Sul fronte dell’economia reale non si vedono segnali di rallentamento, l’attività economica sta assorbendo l’aumento dei costi di trasporto e dell’energia senza perdere slancio. Questo vale sia per l’Europa sia per gli Stati Uniti, quindi non emergono particolari preoccupazioni. Il mercato del lavoro resta solido e il sistema bancario è più robusto rispetto al passato, con meno crediti problematici e volendo, una maggiore capacità di erogare credito. Il tema più delicato riguarda l’inflazione. Non si tratta di un’inflazione generata da salari in forte crescita, che oggi non si osservano. Al contrario, l’aumento dei prezzi deriva soprattutto da fattori esterni, come energia, fertilizzanti e trasporti, aggravati dalle tensioni geopolitiche che allungano le rotte commerciali. Questa inflazione importata ha già portato l’inflazione intorno al 3% in Italia e al 4% negli Stati Uniti, rappresentando il principale rischio economico per l’autunno.
Quali margini di manovra avranno i governi con le prossime leggi di bilancio?
Entro il 31 dicembre tutti i Paesi devono approvare la legge di bilancio e i governi saranno chiamati a predisporre quella per il 2027 in un contesto di costo del denaro più elevato. Per i Paesi ad alto debito, come Stati Uniti, Italia e Francia, questo significa destinare maggiori risorse al pagamento degli interessi, riducendo lo spazio fiscale generato dalla crescita economica. Di conseguenza, le risorse che potrebbero essere utilizzate per tagliare le tasse o aumentare la spesa pubblica vengono in parte assorbite dall’aumento degli oneri sul debito. I principali problemi dell’autunno saranno due: da un lato l’inflazione, alimentata dall’aumento dei costi con effetti sui beni essenziali, dall’altro i tassi di interesse più alti che limitano ulteriormente la capacità di intervento dei governi. Per questo motivo, i bilanci del 2027 saranno probabilmente molto prudenti e offriranno pochi margini per nuove misure. L’inflazione rischia infatti di annullare gran parte dei benefici derivanti dalla crescita, lasciando come unica alternativa interventi su sprechi e spesa corrente, una strada che però viene raramente percorsa, soprattutto negli anni elettorali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
