Addio a Catelli: fondatore della Stecca. Ma anche sportivo, alpino e benefattore
Uggiate con Ronago Si è spento a 90 anni, era impegnato in moltissime attività del paese. Era stato anche imprenditore illuminato, sempre vicino ai lavoratori e alle loro famiglie
Uggiate con Ronago
A 91 anni da compiere il prossimo 7 maggio, Pompeo Catelli ha cessato di vivere l’altro giorno nella sua casa – bottega di Uggiate.
Ma parla ancora, continuerà a parlare attraverso le sue opere e soprattutto parlerà in suo nome “La Stecca”, che non è solo il segno del passaggio tra una classe e l’altra dei cinquantenni. Non è solo un evento che coinvolge la popolazione, le autorità, la Filarmonica Santa Cecilia e le associazioni. Non è solo gruppo di coscritti riuniti per il mezzo secolo tra convivialità e gite. E’ una fibra, un’anima di Uggiate con un ruolo: far del bene.
Per la comunità
Catelli l’ha messo per iscritto, come un lascito alla Comunità, nel 1986, quando fondò “La Stecca”, insieme al compianto Gisello Gasparini. Consegnò al Comune il simbolo, una scultura di Arcisio Bernasconi, sulla quale ogni classe incide il proprio anno di nascita ed aggiunse 28 parole: «La classe festeggiante dovrà far pervenire al Comune una offerta che sarà poi immediatamente girata, a discrezione del Comune, ad Enti assistenziali o umanitari operanti sul nostro territorio comunale».
Sono passate da allora 40 classi, almeno 1.200 coetanei, ma nessuno è in grado di calcolare quanto bene si sia moltiplicato con la tradizione della Stecca iniziata da Pompeo, nome da gens patrizia romana, cognome uggiatese doc al quale fece onore prescrivendo che ogni classe, ogni anno, componesse una poesia in dialetto, patrimonio da tramandare.
Per la sua Uggiate, fu tra i fondatori del Gruppo Alpini, da caporalmaggiore delle Penne Nere; tra i promotori del Gs Uggiatese e tra gli organizzatori della Scuola di sci al Tamaro: non medaglie, ma iniziative per la Comunità e chissà quante volte il bene profuso non è stato pubblicizzato. Davanti a sé, una carriera nel calcio, mediano nella Faloppiese, si distinse nelle Giovanili del Como e la Juventus lo chiamò per un provino. «Un balùn l’è mia un laurà. Va’ a laurà», lo ammonì il padre Luigi. Il pallone non è un lavoro, vai a lavorare, come ricorda il figlio Cesare. Lavorava in Rivarossi, a Sagnino, stampi per trenini; nel 1960 aprì ad Uggiate un’azienda di manutenzioni, impiantò forni per l’industria alimentare, trattando in particolare caramelle gommose apprezzate da generazioni e collaborò per grandi marchi, contratti sottoscritti con una stretta di mano.
Oggi il funerale
Il lavoro per lui era innanzitutto condivisione del fattore umano: puntava alla qualità del prodotto e del servizio e, nel contempo alla qualità delle relazioni con i 50 dipendenti, consapevole delle ricadute sulle rispettive famiglie e sulla società. Cinquanta per volta e significa che ne sono passati a centinaia, uomini e donne che lo ricordano come imprenditore illuminato dalla sensibilità aperta.
Voleva lasciare qualcosa. Ha lasciato tante belle cose, è la memoria unanime e oggi, alle 14.30, nella chiesa parrocchiale di Uggiate, le preghiere lo accompagneranno nell’ultimo dei tanti tratti percorsi. Ma non è l’ultima parola. Le opere di Catelli parlano al presente e al futuro.
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