I cinghiali del Parco,«una situazione insostenibile». L’alleanza per sterminarli
Appiano Gentile «Autorizzare la caccia nell’area protetta». È la richiesta di agricoltori, allevatori e residenti: «Danni enormi, oramai non seminiamo più i campi»
Lettura 2 min.Appiano Gentile
«La pazienza è finita. Il cinghiale è incompatibile con i territori del Parco Pineta di Appiano Gentile e Tradate. Va eradicata la specie, autorizzando la caccia all’interno del Parco».
Una posizione durissima, quella espressa da agricoltori, allevatori, residenti che vivono e operano in zona Parco Pineta, esasperati da una presenza incontrollata di cinghiali, ma anche di cervi.
Se ne è discusso l’altra sera ad Appiano nella riunione convocata dalle sezioni della Lega di Appiano Gentile e Mozzate.
«La situazione è insostenibile – ha dichiarato Denis Bettoni, imprenditore agricolo e segretario della sezione della Lega di Mozzate – È terribile per un agricoltore alzarsi la mattina e vedere il campo devastato dai cinghiali. Coltivo 22 ettari tra seminativi e prato e negli ultimi anni avrò perso almeno 50mila euro. Gli agricoltori in zona Parco sono disperati. I cinghiali non sono compatibili con il nostro territorio, vanno eliminati. Non bisogna aspettare che escano dal parco, ma entrare con i cani, cercarli e cacciarli per ristabilire l’equilibrio della catena alimentare che si è rotto. Le strategie di contenimento del Parco non sono più sufficienti».
La rassegnazione
«Ci siamo rassegnati a non seminare - le parole di Antonio Sala, titolare dell’Azienda agricola La Pineta ad Appiano - Sono quattro o cinque anni che non seminiamo più e già questo è un danno che andrebbe riconosciuto. In tre o quattro anni ho perso qualcosa tra i 40 e i 50mila euro di raccolto. Tre anni fa ho smesso di coltivare il mais, l’anno scorso ci ho riprovato dopo aver recintato il campo con fili elettrici, ho speso 1.500 euro e non ho risolto perché entrano lo stesso. Coltiviamo miscugli autunnali, ma arrivano venti cervi a mangiarli e rasano il campo».
Non meno sfiduciato il collega Gabriele Vecchiori, titolare di un’azienda agricola in località Cascina Roncamoccio ad Appiano: «Ho speso circa 5mila euro per proteggere alcuni fondi con recinti elettrificati, che comportano una manutenzione quotidiana. I cinghiali sono furbi, non toccano le zone intorno ai campi, entrano nel mezzo e poi non c’è più niente. Perdite per 40-50mila euro. Ho dovuto acquistare due autotreni di erba medica e il granoturco, ho speso 25mila euro. Non se ne può più».
Ha rinunciato a seminare anche Edoardo Castelli di Castelnuovo Bozzente: «Nel giro di 7-8 anni ho perso due terzi del raccolto. Il mio fatturato è crollato di un milione di euro in dieci anni. Su mille pertiche, non ne coltivo più 300. Ho abbandonato il mais; speravo nel girasole ma mangiano anche quello. E dove ci sono patate scavano e schiacciano il frumento».
La resistenza
Prova a resistere Antonio Cerchiara dell’Azienda Cascina Martina a Concagno: «La situazione fuori controllo richiede soluzioni estreme, il selecontrollo lo si può fare dopo. Abbiamo 22 ettari coltivati a mais. Perdevamo il 25-30% del raccolto. Abbiamo contenuto il problema con recinzioni elettrificate, ma non è la soluzione. I recinti vengono manomessi, bisogna ogni giorno controllarli».
L’apertura della caccia nell’Ambito territoriale di caccia dell’Olgiatese, quattro anni fa, ha dato i suoi frutti, come confermato dal presidente Attilio Guin: «All’inizio siamo arrivati a prelevare intorno a 250-300 capi, adesso i cinghiali sono residuali. Da aprile ad oggi ne sono stati abbattuti 54. Arriveremo al massimo a 100 a fine stagione».
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