In Comune per cercare un lavoro, ma parla solo arabo: «Richiesta legittima, ma mi chiedo quale sia la gestione dell’accoglienza»

Valmorea Il caso di un richiedente asilo che ha incontrato il sindaco: «Bisogna insegnare la lingua, altrimenti è difficile integrarsi»

«Trovatemi un lavoro. Voglio lavorare» e lo ripeteva in arabo, con toni non aggressivi, ma ostinati. È successo venerdì, in municipio, tra imbarazzo e sconcerto degli impiegati che si sono trovati improvvisamente davanti un giovane sui vent’anni che ricorreva al traduttore automatico sul telefonino per farsi capire. Parlava in arabo o così sembrava e l’apparecchio traduceva in italiano stentato.

Chiamato dai dipendenti, è accorso il sindaco, Lucio Tarzi: «Ma come potevo spiegare al ragazzo che il Comune non può dar lavoro? E che non avrebbe potuto star lì ad insistere? Non capiva neppure l’inglese», si rammarica, ricostruendo l’episodio. Al momento, Tarzi ha ipotizzato che il giovane sarebbe potuto essere ospite della Cooperativa “Intesa Sociale” che da anni si occupa di accoglienza ai migranti e nella ex filanda di Casanova vivrebbe un gruppo di richiedenti l’asilo. Infatti, Tarzi ha telefonato al presidente di “Intesa Sociale”, Luigi Capiaghi che ha mandato un operatore in municipio. Poche parole, ma sufficienti per convincere il ragazzo ad uscire dall’ufficio.

«Certo, l’episodio ci ha colpiti, dal punto di vista umano – riflette Tarzi – questo ragazzo chiedeva solo un lavoro, richiesta comprensibile e legittima, posta in modo improprio. Ma mi chiedo quale sia la gestione dell’accoglienza di tutte queste persone: se non imparano almeno l’italiano, come possono avere lavoro, reddito, integrazione?». E ricorda la lunga storia di accoglienza degli stranieri da queste parti, cominciata alla fine degli anni ’80 del secolo scorso con Don Renzo Scapolo e, tra l’altro, continuata con l’esperienza a Rodero della Croce Rossa.

Richiedenti l’asilo ora abbandonati a se stessi? «Niente affatto – dice Luigi Capiaghi – Intanto, il ragazzo è di origine egiziana, è con noi da due o tre mesi, è ospitato nella ex filanda con una ventina di connazionali. Vuole lavorare, ma non sa l’italiano ed è molto difficile trovare un’occupazione senza conoscere la nostra lingua. Non mancano i posti, ma il requisito minimo della lingua per candidarsi». La Cooperativa ha trovato lavoro a 150 – 200 persone, negli ultimi anni: insegnava loro l’italiano, le regole e li supportava nella ricerca di una collocazione. Ma dal primo agosto, con il “decreto Cutro”, è cambiato il sistema d’accoglienza e ai migranti non sono più garantite l’assistenza psicologica, l’informazione sulle normative e l’insegnamento della lingua.

L’accoglienza è limitata a vitto, alloggio, assistenza sanitaria e, semmai trovassero un lavoro e avessero un reddito, i migranti escono dal circuito e hanno il problema della casa. «Noi stiamo andando avanti almeno con l’insegnamento della lingua, con i nostri mediatori culturali – assicura Capiaghi – E non c’è solo l’arabo. Ma c’è una multiformità di lingue e c’è chi proprio non sa una parola di inglese o di francese. La situazione si sta facendo impegnativa: anche dalle nostre parti, assistiamo ad una crescita degli arrivi. Sottolineo la collaborazione con la Prefettura e il contatto con le amministrazioni locali».

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