Nel Comasco c’è l’ndrangheta: 388 anni di pene per l’operazione “Cavalli di razza”

GiudiziariaSono 34 gli imputati in aula: Michelangelo Belcastro, Bartolomeo Iaconis e Michelangelo Larosa rischiano vent’anni

Sono numeri che fanno impressione quelli usciti ieri dalla requisitoria del pm Pasquale Addesso nell’ambito del processo contro la ’ndrangheta in provincia di Como nato dall’operazione dello scorso mese di novembre denominata “Cavalli di razza”.

Al termine di due udienze interamente dedicate alle conclusioni della pubblica accusa (quella di ieri e quella precedente del 14 settembre, mentre ora la parola passerà alle difese), il magistrato della Dda – con un passato recente come sostituto procuratore proprio a Como – ha letto richieste di condanna per un totale di 388 anni.

Rito abbreviato

Trentaquattro gli imputati, tutti che avevano scelto in rito abbreviato che comporta dunque anche lo scontro di un terzo della pena. Le quantificazioni invocate dal pm vanno da un minimo di 3 anni e 4 mesi, ad un massimo di 20 anni per ben tre imputati, tutti a cui viene contestata anche l’associazione mafiosa: si tratta di Michelangelo Belcastro dello “Ninnè”, 33 anni residente a Bulgarograsso, Bartolomeo Iaconis (63 anni, già in carcere perché condannato all’ergastolo per l’omicidio al bar Arcobaleno di Bulgorello) e Michelangelo Larosa, dello “Bocconcino” (50 anni).

Il reato associativo era stato invocato in totale per quindici imputati, nell’ambito di un procedimento che era vastissimo e che aveva finito con l’incrociare ulteriori due inchieste delle Dda di Reggio Calabria e di Firenze.

Una operazione che, nel mese di novembre del 2021, aveva portato a 104 arresti in tutta Italia, la metà dei quali messi a segno proprio qui, nella nostra provincia. Como, terra di conquista della malavita calabrese: se c’era bisogno di conferme queste erano infatti arrivate da un’indagine portata a termine - sul Lario - dal nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Como, con l’ausilio della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Milano.

I reati contestati

I reati contestati vanno (a vario titolo) dalla già citata associazione mafiosa alla bancarotta fraudolenta, dall’estorsione con modalità mafiosa alla frode fiscale, dal traffico di cocaina al riciclaggio di denaro.

Nell’elenco dei reati ipotizzato dagli inquirenti si intuisce come la ’ndrangheta guardi al futuro, allargando i propri interessi fino ad affiancare al business storico - la droga e le minacce – una nuova anima “imprenditoriale”. Ed in questo in Comasco è stato palcoscenico privilegiato (si fa per dire) della mutazione, sia con la maxi inchiesta sulle finte cooperative (fatte nascere e morire in pochi anni per lucrare sull’evasione), società dedite soprattutto ad attività di facchinaggio, di pulizia e di trasporti, sia con le estorsioni anche nei confronti di aziende importanti del territorio.

Della Spumador, del resto, si è a lungo parlato nel secondo processo aperto per gli stessi fatti di cui abbiamo parlato fin qui, ovvero quello in corso a Como per chi non aveva scelto il rito Abbreviato. Pesanti infatti erano state – secondo l’accusa – le minacce nei confronti di dirigenti della Spumador e di altri padroncini per far ottenere alla Sea Trasporti srl di Lomazzo, riconducibile ad Antonio e Attilio Salerni (per cui il pm ieri ha chiesto 18 e 14 anni) commesse di trasporto sempre maggiori.

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