Processo per il delitto di Veniano: per l’ex convivente di Ramona Rinaldi accuse da ergastolo
L’inchiesta La Procura chiede il giudizio immediato per Daniele Re: udienza il 10 giugno. Secondo l’accusa nessun dubbio: lui uccise la donna strangolandola e simulò il suo suicidio
Veniano
Sarà tutto un processo di dettagli. Particolari che non tornano. Indizi che, messi l’uno dietro all’altro, secondo l’accusa hanno la forza di prove. Oppure sarà un processo di periti, di studio della psiche umana, di analisi approfondita sulla capacità di intendere e di volere. Di certo sarà un processo umanamente difficile, come tutti gli omicidi certo, ma anche di più. Perché la vittima è una mamma di 39 anni. Trovata morta impiccata, poco più di un anno fa, nel bagno di casa. E perché accusato della sua morte è l’ex convivente. Che, sospetta la Procura, l’ha uccisa dopo mesi di maltrattamenti e sospetti e accuse e vita d’inferno.
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La tragedia
Lei si chiamava Ramona Rinaldi. Aveva profondi occhi scuri e la notte in cui è stata trovata morta dai soccorritori indossava i pantaloni di un pigiama della Disney. Abitava in un appartamento in vicolo Pozzo, a Veniano, con la figlia piccola e il convivente Daniele Re, 33 anni, ex commesso di supermercato, da tempo senza lavoro. Da quando si era dimesso, perché convinto che i suoi colleghi che l’avessero tutti con lui. Mesi prima della tragica notte tra il 20 e il 21 febbraio dello scorso anno, Ramona aveva confidato le fatiche di una relazione che si era fatta malata, e forse non soltanto in senso figurato. Perché le manie di Daniele Re hanno avuto una vera e propria escalation: manie controllo, manie di possesso, manie di persecuzione. E Ramona Rinaldi ha subito, ha resistito, è andata avanti forse pensando solo ed esclusivamente al bene della sua bimba.
Il processo che si aprirà il prossimo 10 giugno davanti alla Corte d’Assise di Como, è anche figlio della caparbietà con la quale i Carabinieri (coordinati dal pm Antonia Pavan)e, soprattutto, la Procura hanno lavorato. Perché la tesi del suicidio non ha mai convinto. Ramona non soffriva di depressione. Non aveva mai detto di volerla fare finita. E poi amava la figlia più della sua vita e mai l’avrebbe lasciata sola. Certo, questa non può essere una prova decisiva. Ma altri particolari hanno insospettito. La donna è stata trovata impiccata alla doccia con la cintura dell’accappatoio, la porta del bagno bloccata non si sa come. Ma il convivente non ha neppure tentato di sfondare la porta e ai soccorritori ha dato versioni diverse e opposte su cosa fosse successo quella notte. Versioni contraddittorie.
Quindi i vicini di casa hanno aumentato i sospetti: hanno sentito un forte colpo ore prima dell’arrivo dei soccorsi. Hanno visto le luci dell’appartamento accese, quando Daniele Re sosteneva che stessero tutti dormendo.
Dna e sangue
Infine, gli indizi scientifici. Il dna di lui sulla cintura dell’accappatoio. Addirittura un capello di lui, finito incastrato nel nodo scorsoio. E poi quei lividi sulle gambe di Ramona, verosimilmente dovute a numerosi calci ricevuti durante una lite. E infine la maglia del pigiama della Disney trovato nella lavatrice, avviata nel cuore della notte, senza però che i lavaggi fossero riusciti a lavar via il sangue della vittima.
Sarà un processo difficile. Forse combattuto. Ma soprattutto umanamente tormentato. Come accade sempre nei casi di femminicidio.
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