Uccise la sorella, ma lo Stato non l’ha curata: lo Stato deve risarcire Stefania Albertani

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto il nostro governo responsabile della violazione di tre articoli della Convenzione: quello che vieta trattamenti inumani e degradanti, quello sul diritto alla libertà e alla sicurezza che punisce le detenzioni illegali e infine quello che garantisce il diritto a un ricorso effettivo

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Cirimido

Sta finendo di scontare una condanna a 20 anni di carcere per aver ucciso e dato alle fiamme la sorella. Ma non per questo ha perso quei diritti garantiti dalla Convenzione europea a tutti gli esseri umani. Diritti che, invece, le sarebbero stati negati.

Lo Stato italiano è stato condannato a pagare 25mila euro a Stefania Albertani, la donna che nel maggio 2009 a Cirimido, dopo aver tenuto sequestrata la sorella Mariarosa, prima l’ha uccisa e quindi ha dato fuoco al suo corpo. Poi, nell’ottobre successivo, ha tentato di uccidere anche i genitori. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto il nostro governo responsabile della violazione di tre articoli della Convenzione: quello che vieta trattamenti inumani e degradanti, quello sul diritto alla libertà e alla sicurezza che punisce le detenzioni illegali e infine quello che garantisce il diritto a un ricorso effettivo.

La causa è stata presentata dai legali della donna, attualmente in carcere a Bollate, nel 2020. Ma la sentenza è arrivata soltanto nelle scorse settimane.

Albertani era stata condannata nel maggio 2011. Nella sentenza il giudice aveva ridotto la pena finale perché la donna si trovava in stato di incapacità parziale di intendere e di volere al momento dei fatti. Nella sentenza venne disposta la detenzione presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Dopo tre anni, il giudice di Sorveglianza riesaminò il fascicolo da un lato dando atto che la Albertani aveva beneficiato di un percorso terapeutico, aveva ripreso gli studi e aveva acquisito consapevolezza dei reati commessi, e dall’altro che il suo stato psichico fosse comunque incompatibile con un trasferimento immediato in carcere.

Nonostante questo l’Amministrazione penitenziaria il 22 maggio 2015 trasferisce la donna al carcere di San Vittore. E subito si sono visti i contraccolpi per l’impossibilità «di proseguire un percorso terapeutico in ambiente penitenziario». Da qui la condanna per la violazione dell’articolo sul divieto di trattamenti inumani e degradanti per «insufficienza delle cure psicoterapeutiche prestate in carcere».

Inoltre il trasferimento dall’ospedale psichiatrico giudiziario a San Vittore era avvenuto nonostante la decisione del magistrato di Sorveglianza, che disponeva il ricovero nell’Opg, non sia mai stata revocata. Era stata l’amministrazione penitenziaria a decidere autonomamente la detenzione in carcere e questo si chiama “detenzione irregolare” secondo la Corte.

Infine prima del 2019 i legali di Albertani non avevano alcun appiglio legale per poter far esaminare da un tribunale la legalità della detenzione e per denunciare l’inadeguatezza delle cure ricevute. Da qui la condanna anche per violazione del diritto a un ricorso effettivo.

Da qui la condanna a risarcire a Stefania Albertani i danni morali e le spese sostenute nel procedimento.

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