Giocattolo e simbolo, il doppio dell’orso

L’orsacchiotto nasce negli Stati Uniti all’inizio del XX Secolo: da quel momento non è più uscito dalle nostre vite,invadendo letteratura, fumetti, cinema d’animazione

Giocattolo e simbolo, il doppio dell’orso
L’orsacchiotto, “Teddy bear”, è ancora oggi uno dei più amati compagni dell’infanzia

Viviamo in un mondo dove gli animali sembrano scomparsi. Non si tratta solo del fenomeno dell’estinzione che ogni anno coinvolge almeno una decina di specie. Si tratta invece della reale esperienza del mondo animale che ognuno di noi può fare nel corso della vita. Come è evidente, le campagne sono vuote, visto che gli allevamenti industriali sorgono in luoghi inaccessibili. I boschi sono percorsi da rare e furtive presenze. Se è vero che si sta verificando un progressivo adattamento di molte specie alla vita urbana, come spiega Menno Schilthuizen in “Darwin va in città”, (Raffaello Cortina editore), è altrettanto inconfutabile che riguarda forme viventi che sfuggono all’occhio umano come insetti o uccelli, con l’eccezione di qualche esemplare di volpe o di cinghiale.

Relitti arcaici

Insomma, la direzione, da qualche decennio, è tracciata: alla categoria “animali” iscriviamo soltanto i nostri pet, il cane e il gatto. I sapiens – accentuando all’opposto la propensione umanistica a non considerarsi animali – hanno vinto. E gli animali, nonostante l’animalismo, sono equiparati ad oggetti obsoleti, relitti di un mondo arcaico. Inevitabilmente, allora, da circa un secolo, tendiamo ad umanizzare gli animali, rendendoli antropomorfi nell’aspetto e nel comportamento. Ora, se cane e gatto hanno conosciuto questa sorte per via della contiguità con la nostra vita, risulta meno immediato capire perché lo stesso destino sia toccato all’orso.

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