La bandiera della libertà

Un numero monografico de “L’Ordine” in occasione del 250° della fondazione degli Stati Uniti d’America, al cui progresso hanno contribuito anche due milioni di emigranti lombardi

Lettura 2 min.

«Ich bin ein Berliner» («Io sono berlinese») è forse una delle frasi più celebri, e citate, di John Fitzgerald Kennedy. Come noto, il presidente americano la pronunciò il 26 giugno del 1963, durante una visita a Berlino Ovest, nella piazza che oggi porta il suo nome. Intendeva dire, come spiegò nel suo discorso, che «tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino». Un modo retoricamente forte e riuscito di esprimere solidarietà ai tedeschi, che si erano visti tagliare la capitale in due dal famigerato muro, e allo stesso tempo proclamarsi paladino del mondo libero.

Oggi, a 250 anni dalla pubblicazione della Dichiarazione di Indipendenza, da cui sono nati gli Stati Uniti d’America, verrebbe spontaneo dire «Io sono americano». Ma il rischio di essere fraintesi è altissimo. Americano fronte “Maga” o americano fronte “No Kings”? Come dice uno dei massimi esperti italiani di storia americana, Arnaldo Testi, nell’intervista contenuta in questo numero monografico de “L’Ordine”, da tempo negli Usa non si respirava un clima così radicalizzato, quasi da vigilia di una guerra civile.

Di certo, possiamo tutti dirci americani dalla parte della Statua della Libertà, che, da quando è stata innalzata nel 1885 come dono della Francia, ha accolto emigranti da ogni latitudine, compresi oltre due milioni di lombardi. La frase «Io sono americano» o «Siamo tutti americani» la si può - e, forse, anche la si deve - ancora pronunciare, perché non è un artificio retorico, non è il solito scimmiottamento dello slogan kennediano fuori tempo massimo, ma al contrario nasconde qualcosa di terribilmente concreto e letterale.

Il contributo dato dagli italiani alla formazione dell’identità americana non si è certo limitato a Cristoforo Colombo, ma è continuato con emigranti e missionari che hanno lasciato un segno nell’economia (dal fondatore della Bank of America Amedeo Pietro Giannini a Franco Modigliani), nella musica (da Frank Sinatra a Louise Veronica Ciccone, in arte Madonna), nel cinema (da Frank Capra a Martin Scorsese), nella religione (la santa Francesca Cabrini, legatissima al santo comasco Giovan Battista Scalabrini) e persino nel più americano di tutti gli sport, il baseball, che annovera tra i suoi campioni Yogi Berra, figlio di Pietro, omonimo ma non parente di chi scrive, agricoltore dell’hinterland milanese sbarcato a Ellis Island nel 1909. Senza dimenticare la letteratura, ovviamente, con Lawrence Ferlinghetti, citato anche da Stefano Marzorati nelle pagine seguenti, in un articolo dedicato a quei “portatori sani di libertà” che sono stati Allen Ginsberg (celebriamo anche il suo centenario) e i poeti beat. Ferlinghetti, scomparso nel 2021 alla soglia dei 102 anni, alla fine del secolo scorso si mise a cercare le origini del padre che non aveva mai conosciuto, essendo morto prima della sua venuta al mondo, tra Chiari e Como, le città di cui gli aveva parlato la mamma. Infine, ne rinvenne l’atto di nascita a Brescia.

Inutile soffermarci qui su considerazioni geopolitiche, essendoci chi lo fa con ben altra competenza all’interno del nostro supplemento. Meritano, invece, una spiegazione la bandiera che abbiamo scelto come logo di questo numero - è quella dei primi 13 stati che formarono l’unione, cucita secondo la tradizione dalla sarta di George Washington Betsy Ross - e l’immagine di copertina. Quest’ultima si intitola “That Liberty Shall Not Perish” ed è un’impressionante litografia propagandistica, che mostrava l’effetto dei possibili bombardamenti sulla Statua della Libertà, invitando gli americani a comprare i “liberty bonds” per contribuire alle spese belliche del Primo conflitto mondiale. È opera di Joseph Pennel, disegnatore e incisore di primo piano a cavallo tra il XIX e il XX secolo, amico e illustratore delle opere di Shaw, Stevenson, James e Wilde. Un’immagine attuale anche oggi, la sua, mentre soffiano venti e parole di guerra, come lo sono i reportage di viaggio in bicicletta che Pennel realizzò con la moglie scrittrice Elizabeth Robins, compreso quello tra il Lario e le Alpi, pubblicato lo scorso anno con il nostro giornale. Sperando che le biciclette abbiano il sopravvento sui bombardieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA