La curiosità di Volta dal liceo al metano

Il 3 novembre di 250 anni fa lo scienziato comasco scopriva quello che inizialmente battezzò “gas infiammabile delle paludi”. La lettura di Lucrezio sui banchi di scuola decisiva per le sue ricerche

«Come i cani, appena si sono gettati su una traccia sicura, / scovano con il loro fiuto la tana coperta di foglie / di un animale selvatico che si aggira sulle montagne, / allo stesso modo anche tu sarai in grado di penetrare / nei luoghi oscuri e segreti di questo argomento / e alla fine, passo dopo passo, potrai stanare la verità».

Questo brano del “De rerum natura” del poeta latino Lucrezio, qui riportato nella traduzione pubblicata nel 2022 per Mondadori da Milo De Angelis, è stato posto in esergo al libro “Lettere del Signor Don Alessandro Volta sull’aria infiammabile nativa delle paludi”, stampato nel 1777 dall’editore milanese Giuseppe Marelli. In questa manciata di versi è racchiuso non soltanto un metodo, ma anche il sogno che il fisico comasco ha cominciato a inseguire da quando ha scoperto l’opera di Lucrezio sui banchi di scuola, attorno al 1762, passando dal ginnasio dei gesuiti al seminario Benzi, due istituti che sorgevano nel cuore del capoluogo lariano, prima dell’inaugurazione nel 1803-04 del liceo intitolato dal 1865 proprio a Volta.

A proposito di studenti, come ha detto il Premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, inaugurando ad aprile del 2025 il percorso di avvicinamento alle celebrazioni del bicentenario della morte di Volta, «è importante far capire ai ragazzi come certe scoperte vengono fatte partendo sì da dati reali, ma lavorandoci sopra nel lungo periodo». E ha pure sottolineato un’altra «caratteristica fondamentale di Volta», ovvero «il suo essere stato interdisciplinare», allo stesso tempo «un fisico» e anche «un chimico». Nonché un poeta, aggiungiamo noi, ricordando che, ispirato dal “De rerum natura”, scrisse un poema in 492 esametri latini. A «un sentimento emulatore» di Lucrezio, scrive Zanino Volta, pronipote dell’inventore della pila, in un volume dedicato alla giovinezza dell’illustre bisnonno, «è dovuto il carme latino ch’egli dettò in quel tempo . Gliene fornirono l’argomento i fenomeni fisici e chimici studiati da Priestley , Musschenbroek e da altri illustri dell’epoca . Gli esametri di lui , scritti in buona lingua , non mancano d’eleganza e di spontaneità». Volta rimase affezionato a quel primo componimento per tutta la vita, al punto che «fin ne’ suoi più tardi anni fu solito ridire [quei versi] a’ figliuoli».

Nelle sette lettere che compongono il libro di Volta sul gas delle paludi, Lucrezio è di gran lunga l’autore più citato, ma accanto a lui compaiono altri grandi latini, come Ovidio, Virgilio e il comasco Plinio il Vecchio, a conferma di una visione multidisciplinare del sapere. Il destinatario delle missive voltiane è padre Carlo Giuseppe Campi che, come scrive lo scienziato comasco nella prima, «sul principio dell’autunno» del 1776 gli aveva segnalato una «sorgente d’aria infiammabile» a San Colombano al Lambro. Volta si rammarica di non essere riuscito a organizzarsi per visitarla insieme, ma il 14 novembre, scrivendo da Como, segnala al collega di aver osservato e raccolto «in un capace vaso di vetro» una copiosa quantità di bolle d’aria infiammabile, scovate «nel costeggiare certi canneti vicini ad Angera, il giorno 3 del corrente mese».

Volta si trovava sul Lago Maggiore ospite della famiglia dell’amica agronoma Teresa Ciceri Castiglioni, che era nata proprio ad Angera e si era trasferita a Como dopo aver sposato Cesare Liberato Ciceri nel 1770. Sulla facciata del municipio angerese è posta una targa a ricordo dell’uomo che «primo traendo vivida fiamma dal gas di palude nuovo orizzonti schiudea all’umano sapere». La scoperta, nell’iscrizione, è datata 4 novembre, perché quello fu il giorno in cui lo scienziato comasco organizzò un colpo di teatro, accendendo letteralmente la superficie del lago nei dintorni dell’Isolino Partegora. Lo scrive lui stesso a Campi: capendo dall’odore «che potea ben essere aria infiammabile [...] predissi alle persone le quali allora eran meco, e ad altre che invitai la mattina seguente, 4 novembre, che quell’aria sarebbe andata in fiamma, spettacolo che s’avverò con loro non poca sorpresa, e mia molta soddisfazione».

Volta, come aveva fatto Lucrezio spiegando ai suoi contemporanei che i fulmini non erano scagliati da Zeus, cerca di dare una motivazione scientifica ai fuochi fatui, che al tempo erano da molti creduti anime di defunti, poiché si manifestavano come bluastre fiammelle vaganti sulle superfici palustri e nei cimiteri, dove le bare non erano a tenuta stagna come quelle odierne. Volta ipotizza che i fuochi fatui «alla fine non sieno se non aria infiammabile spremuta dal terreno paludoso» accesa dall’elettricità presente nell’aria.

Interessante è anche la conferma della sua coperta tra Como e dintorni: «Che direte, s’io vi annunzio a prima giunta, che ho ritrovato e raccolto “Aria infiammabile” in altre parti, ove ebbi a portarmi nel corrente autunno, e perfino qui a Casa mia?» scrive Volta a padre Campi. «Per lo spazio di ben molti giorni - racconta al suo corrispondente -, altro non ho fatto che andare tastando e rimestando ogni letto d’acqua del contorno, colla tasca piena di guastadette che mi riportava a casa colme di novella aria». E si sorprende di averla trovata anche in città, più o meno dove ora sorge il Tempio Voltiano: «Appena appena io avrei sperato di raccogliere aria infiammabile lungo le sponde di questo mio Lago non guari discoste dalla città, ove non avvi alcun canneto, né fondo d’acqua assai fangoso, ma avviene soltanto di trovarsene taluno coperto di poltiglia, o al più di erbacce verdi: con tutto ciò era cosa assai naturale, che io non lasciassi di fare sopr’essi pure l’esperimento. Prima adunque passeggiando rasente queste rive, e colla canna tentando, e quasi interrogando per ogni dove il fondo dell’acqua, vidi che ovunque esso non era troppo sodo, o puramente ghiaioso e sassoso, montava al pelo dell’acqua ove un maggiore ove un minore numero di gorgoglj d’aria».

Nei mesi successivi - l’ultima delle sette lettere a Campi è datata 15 gennaio 1777 - Volta pensa alle possibili applicazioni della sua scoperta. Oggi le possiamo ammirare proprio al Tempio Voltano e sono ben spiegate nel volume biografico che Bruno Magatti ha dedicato al grande fisico nel 2022 per NodoLibri. In primis la pistola elettro-flogopneumatica di ottone e vetro, che veniva riempita con una miscela di aria atmosferica e metano, in grado di sparare un tappo di sughero grazie a una scintilla innescata da un elettroforo. Il meccanismo alla base del suo funzionamento è ritenuto un antesignano del motore a scoppio. Perfezionando la sua scoppiettante invenzione, Volta ebbe addirittura «l’idea della prima linea telegrafica», come gli riconobbe Marconi nel 1927: il 18 aprile del 1777, infatti, scrisse a un altro sacerdote-scienziato, Carlo Barletti, che posando un filo di ferro sospeso su pali di legno tra Como e Milano avrebbe potuto far viaggiare una scarica elettrica capace di azionare la sua “pistola”.

Poi c’è l’eudiometro di Volta: un tubo di vetro utilizzato per misurare la qualità dell’aria. Riempiendolo di una miscela di aria atmosferica e metano e facendo scoccare una scintilla, la combustione consumava l’ossigeno presente e lo strumento permetteva di determinarne con precisione la quantità. Infine lo scienziato inventò la lucerna ad aria infiammabile, che però consumava troppo gas per funzionare a e allora la trasformò in un elegante accendi-lume.

A chiamare “il gas delle paludi” metano e a scoprirne la formula saranno i chimici francesi Eugène-Melchior Péligot e Jean-Baptiste Dumas nel 1835. Per farlo arrivare nelle case degli italiani, portando una rivoluzione negli impianti di riscaldamento e in cucina, bisognerà aspettare il secondo dopoguerra, quando verranno scoperti i grandi giacimenti fossili. Ora l’Ue punta a mettere al bando gli idrocarburi, metano incluso, nel 2040. Ma intanto cresce la produzione di biometano, variante rinnovabile del gas naturale ricavata dalla decomposizione anaerobica di rifiuti e biomasse, del tutto simile all’aria infiammabile delle paludi. E comunque il futuro dell’energia è più che mai nel segno di Volta: dalle batterie, evoluzioni della sua pila, ai pannelli fotovoltaici, che, non a caso, richiamano il nome dello scienziato lariano. Ma questa è un’altra storia, frutto però della stessa, inesauribile, curiosità che Volta ha condiviso con Lucrezio.

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