LA rivoluzione dei lidi
Resta solo venderli

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L’estate 2026 si apre con una nuova stangata per chi sceglie il mare. Secondo le rilevazioni diffuse dalle associazioni dei consumatori, i prezzi di ombrelloni e lettini registrano mediamente un aumento del 6% rispetto allo scorso anno: un rincaro che riaccende una discussione che va ben oltre il costo di una giornata in spiaggia.

Se infatti gli aumenti vengono spesso giustificati con l’incremento dei costi energetici e del personale, l’opinione pubblica mostra una particolare resistenza ad accettarli. Sullo sfondo, d’altra parte, vi è una questione irrisolta: quella delle concessioni balneari e della legittimità del sistema che assegna l’utilizzo dei litorali.

Sul piano storico la nascita del demanio marittimo non va letta solo come una scelta amministrativa: per gli Stati moderni la costa era innanzitutto un confine strategico legato alla difesa e alla sicurezza nazionale. Il controllo delle coste aveva quindi un valore militare: i litorali erano punti di accesso per flotte straniere e sbarchi. Per questo le aree costiere furono progressivamente sottratte alla disponibilità privata e ricondotte alla sfera pubblica.

Il codice del 1942

Nel secolo scorso il Codice della navigazione italiano del 1942 ha disciplinato il demanio marittimo, stabilendo che l’uso di porzioni di costa - per esempio per stabilimenti balneari, porti, attività commerciali o turistiche - potesse essere autorizzato attraverso una decisione amministrativa.

Le spiagge sono insomma dello Stato, ma il loro sfruttamento è dato a soggetti privati con concessioni che, per decenni, sono state prorogate quasi automaticamente. Questo meccanismo ha consentito a molti stabilimenti di consolidare la propria presenza, sviluppando business spesso molto redditizi e investendo risorse considerevoli. Tuttavia, proprio la lunga durata di queste concessioni e i canoni fissati dallo Stato (ritenuti troppo bassi) hanno alimentato critiche sulla mancanza di concorrenza.

È in questo contesto che s’inserisce la direttiva europea Bolkestein, che impone di assegnare le concessioni relative a risorse scarse attraverso gare pubbliche. L’obiettivo è favorire la competizione e garantire pari opportunità di accesso agli operatori economici.

Concessioni in scadenza

Dopo anni segnati da rinvii e scontri politici, il legislatore italiano ha fissato al 30 settembre 2027 la scadenza delle attuali concessioni. Entro quella data dovranno essere bandite nuove gare per l’assegnazione degli stabilimenti balneari. La questione, tuttavia, non è chiusa, dato che in più occasioni la giustizia amministrativa e quella ordinaria hanno sostenuto la necessità di procedere alle gare anche prima della scadenza nazionale, spingendo diversi comuni (è il caso di Roma e del litorale di Ostia, ad esempio) ad avviare percorsi di riassegnazione delle concessioni, con risultati che al momento appaiono positivi.

Le nuove procedure segnano una svolta significativa. Gli stabilimenti sono assegnati attraverso una competizione aperta anche a operatori provenienti da altri Paesi europei: una cosa, quest’ultima, che ha suscitato molte reazioni negative di stampo sciovinista (da più parti, infatti, si teme l’arrivo di aziende multinazionali...). Al tempo stesso, per evitare che gli attuali concessionari siano penalizzati dagli investimenti effettuati negli anni, la normativa prevede il riconoscimento di un indennizzo, che deve tener conto sia degli investimenti non ancora ammortizzati sia del valore commerciale dell’attività costruita nel tempo.

Si tratta di un punto particolarmente delicato. Molti gestori hanno investito pensando di poter mantenere il controllo delle strutture per periodi molto lunghi, se non indefiniti. L’eventualità di perdere la concessione genera allora forti resistenze e alimenta il conflitto tra esigenze di concorrenza e tutela delle attività esistenti.

Va aggiunto che il sistema delle concessioni balneari porta con sé un problema più generale: quello di uno statuto proprietario percepito come fragile. Quando il controllo di una risorsa dipende da arbitrarie decisioni amministrative e da proroghe ripetute, il rischio è che emergano accuse di favoritismi e richieste di trasparenza.

Resta dunque aperta la domanda che accompagna ogni nuova stagione balneare: fino a che punto gli utenti sono disposti ad accettare rilevanti aumenti dei prezzi per servizi che insistono su beni pubblici la cui assegnazione si presta a critiche e sospetti? È una questione che va ben oltre il costo di un ombrellone e finché il sistema delle concessioni continuerà a essere percepito come caratterizzato da privilegi consolidati, ogni rincaro apparirà ingiustificato ai consumatori.

Per giunta è interessante rilevare come nessuno avanzi una semplice proposta: quella di uscire, anche solo in parte, dal regime attuale delle concessioni iniziando a vendere almeno una quota dei litorali attuali. Se si facesse così avremmo ovunque spiagge “libere” (statali, gratuite e non attrezzate), spiagge in concessione e spiagge davvero privatizzate, su cui i gestori potrebbero investire senza il timore di dover perdere tutto nell’arco di qualche anno.

Il “caro ombrelloni”, dunque, non è soltanto una questione di tariffe. Dietro l’aumento registrato quest’anno si intravvede un confronto più ampio sul futuro delle coste italiane e sull’equilibrio tra concorrenza, investimenti privati e regole del diritto. Una partita destinata a entrare nel vivo con l’avvicinarsi del 2027, quando il sistema delle concessioni sarà chiamato alla sua prova più importante.

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