Marilyn come la Gioconda
Il paragone è di Antonio Tabucchi, scritto nell’introduzione al libro in cui sono stati raccolti gli scritti della Monroe, che ne rivelano le inquietudini e l’acume. Da qui comincia un numero monografico de “L’Ordine” a lei dedicato in occasione del centenario della nascita
Lettura 2 min.Scrivere poesie non rende necessariamente un essere umano migliore, ma di massima rivela cosa nasconde sotto la superficie. Vale anche per un’icona qual è stata, e continua a essere, Marilyn Monroe. Perciò, in questo numero monografico de “L’Ordine” che le dedichiamo a cento anni dalla nascita, vogliamo cominciare a raccontarla da qui. Dalle sue poesie.
Le trovate nel libro “Fragments. Poesie, appunti, lettere”, pubblicato in edizione italiana nel 2010 da Feltrinelli. Nell’introduzione Antonio Tabucchi paragona Marilyn alla Gioconda e leggere il pensiero sgorgato dalla penna dell’attrice fa un po’ l’effetto che si potrebbe provare ascoltando la musa del genio vinciano mentre rivela l’enigma del suo sorriso appena accennato.
La scrittura di Norma Jeane Mortenson (nome all’anagrafe della diva) è frammentaria ed ellittica, un po’ per circostanze contingenti e un po’ per vocazione. Se da una parte, infatti, Marilyn ha affidato i suoi pensieri a una serie di agende e fogli volanti, lasciati per testamento al suo maestro di recitazione Lee Strasberg la cui vedova ha deciso di pubblicarli nel 2010, dall’altra la forma poetica risulta essere la sua preferita.
Siamo di fronte a una poesia ellittica, ma anche immaginifica e fortemente simbolica. Ricca di illuminazioni, quando prova a catturare il senso della vita: «Vita - / Ho in me entrambe le tue direzioni / Restando come appesa all’ingiù più spesso / ma forte come la tela di un ragno al / vento - esisto di più nella fredda brina scintillante./ Ma i miei raggi perlati hanno i colori che ho / visto in un quadro - ah vita ti hanno / imbrogliata».Oppure quando cerca un ponte che la conduca , fatalmente, nella seconda direzione, agli inferi: «Oh Dio vorrei essere / morta - assolutamente inesistente - / scomparsa da qui - da ogni posto ma come / Ci sono sempre i ponti - il Ponte / di Brooklyn / Ma amo quel ponte ( da lì tutto è bello / e l’aria così pulita) mentre cammini c’è / calma anche con tutte le / macchine che passano impazzite di sotto. Quindi / ci vorrebbe un altro ponte / uno brutto e senza panorama - solo che / mi piacciono tutti i ponti...».
A volte procede per associazioni di idee al limite del nonsense: «Versi di impazienza dei tassisti che lavorano sempre, sempre in macchina - strade calde, polverose, ghiacciate - per poter mangiare, e magari risparmiare per una vacanza in cui attraversare in macchina il paese per portare la moglie a trovare i parenti. La parte del fiume fatta di pepsi cola - il parco - sia ringraziato Dio per il parco. Ma io non guardo queste cose, io cerco il mio amante. /Meno male che mi hanno detto cos’è la luna quando ero piccola».
Gli scritti raccolti nel volume accompagnano Marilyn dal 1943, quando diciassettenne assapora le disillusioni del primo matrimonio con il poliziotto James Dougherty, fino agli appunti per un’intervista che le era stata richiesta negli ultimi mesi di vita («amo i poeti e la poesia», si legge tra le altre cose). Sono testimonianze di un’esistenza interamente dedicata al tentativo di emanciparsi: dall’orfanotrofio, dai mariti che non la amano, da Hollywood, che non le permette di essere se stessa. Testi di una sincerità disarmante, frammista a un’autoironia amara, come nel racconto in cui immagina di essere operata da Strasberg e dalla “dott. H” (la sua psicanalista), che alla fine non trovano «assolutamente nulla»: «è uscita soltanto segatura così sottile - come da una bambola di pezza».
«L’unica cosa di cui avere paura è la paura» scrive l’attrice ossessionata dal timore di non essere all’altezza della situazione. E alla fine si scopre che la diva più cercata e desiderata ha un’“amica” in comune con la poetessa più appartata della storia, Emily Dickinson. La chiama per nome e cerca di ammansirla: «Solitudine - sii quieta».
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