Quella “mano di dio”, rivincita di un popolo

Apriamo un numero monografico de “L’Ordine” dedicato ai mondiali di calcio con un racconto scritto per noi dall’autore sudamericano Milton Fernandez, dedicato al 40° anniversario di uno dei gol più clamorosi di Maradona

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Il sole colava a picco sullo Stadio Azteca quel 22 giugno 1986. L’aria tremava sopra il cemento e sopra il prato, come se persino il cielo fosse in apprensione. Dall’alto, Città del Messico sembrava ribollire.

Sotto, in quel rettangolo verde, non si giocava soltanto una partita. Era qualcos’altro. Qualcosa che non poteva stare dentro un recinto lungo novanta minuti. Che arrivava da lontano, che non avrebbe smesso di risuonare.

A migliaia di chilometri di distanza, Mateo - dodici anni - guardava il televisore in bianco e nero nel bar del suo quartiere, a Buenos Aires. Il locale odorava di caffè, di fumo e di speranze tradite. Gli uomini parlavano poco, bevevano piano, con lo sguardo fisso sullo schermo.

Suo padre non era seduto con gli altri. Era tornato dalla guerra quattro anni prima, da quelle isole del sud che a casa continuano a chiamare Malvinas, con lo sguardo spezzato e un silenzio che avvolgeva ogni suo andare.

Da allora si rifugiava in officina, come se bulloni e tenaglie potessero stringere anche i ricordi, come se il rumore del metallo potesse coprire quello del vento sulle isole.

Argentina contro Inghilterra. Quarti di finale del Mondiale.

Per molti era calcio. Per loro, una rivincita simbolica. Una piccola riparazione davanti alla storia recente delle Malvinas, ai soldati che non erano tornati, all’umiliazione che ancora pesava su tante famiglie.

Nessuno lo diceva a voce alta nel bar, ma tutti lo sapevano. Si capiva dagli sguardi, dalle mascelle serrate, dalle mani intrecciate davanti alla bocca.

La partita procedeva, bloccata, aspra. Gli inglesi erano alti, solidi, disciplinati. Si muovevano con ordine, come se il campo fosse una mappa, e loro l’avessero studiata con precisione. Gli argentini sembravano giocare con qualcosa di più nelle gambe. Con nervi, con orgoglio, con memoria.

Mateo sentiva il cuore in gola.

Ogni volta che Diego toccava il pallone, tutto il bar si inclinava verso lo schermo, come attratto da una calamita invisibile.

Minuto cinquantuno.

Maradona riceve sulla sinistra. Finta. Supera due maglie bianche. Prova la triangolazione. Il pallone rimbalza e si alza, goffo, verso l’area. Il portiere inglese, un gigante, salta con i pugni alzati. Sembra più vicino al cielo che alla terra.

Anche Diego salta. Per un istante, il tempo si interrompe.

Mateo giura di aver visto tutto al rallentatore. Il braccio sinistro appena sollevato, il contatto minimo, quasi invisibile. Un gesto che sembra un riflesso, soltanto un’ombra. Ma il pallone cambia traiettoria. Scavalca il portiere. Si infila in rete.

Gol.

Silenzio.

Un silenzio pieno di incredulità, di domande non fatte.

Poi, le urla.

Diego corre, apre le braccia, grida. I compagni lo circondano. «Venite ad abbracciarmi», sussurra. “Fate in fretta”. Bisogna crederci fino in fondo.

Gli inglesi protestano. Il portiere sbraita, indignato. I difensori accerchiano

l’arbitro. Ma questo indica il centro del campo.

Il gol è valido.

Nel bar, qualcuno esita.

- È stato con la mano - dice uno.

- Non importa - risponde un altro -. Ce la dovevano, questa.

In quella frase c’è tutto. Le lettere mai arrivate, i nomi incisi nel marmo, le madri che ancora guardano il mare. Non era vera giustizia, certo. Non restituiva nessuno. Ma in quell’istante molti sentirono che era una piccola rivincita davanti alla storia delle Malvinas, una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

Più tardi, quando glielo chiesero, Diego dirà che fu «un po’ la testa di Maradona e un po’ la mano de Dios». Quella frase diventerà leggenda, quanto il gesto.

In officina, il padre di Mateo sente il boato che trapassa i muri. Esce, per la prima volta dopo mesi, si asciuga le mani con uno straccio e resta a guardare il televisore del bar dalla porta. Non dice nulla. Ma i suoi occhi non sono più così spenti.

E il destino non si accontenta della polemica.

Quattro minuti più tardi, il pallone torna sui piedi di Diego, a centrocampo. Non c’è più caos. Non c’è rimpallo. C’è spazio. E c’è lui.

Parte.

Uno. Due. Tre… Quattro avversari restano dietro. Beardsley, Reid, Fenwick, Butcher… (Chi se li ricorda?)

Corre come se fuggisse da qualcosa che vede solo lui. Come se a ogni passo si lasciasse dietro la sconfitta, la vergogna, la rabbia accumulata. Come se un intero paese corresse al suo fianco, spingendolo. La palla incollata al piede. Il corpo proteso in avanti. La traiettoria inevitabile.

Entra in area. Scarta il portiere. Lo aggira come un’ombra. Spinge il pallone in rete.

Gol.

Questa volta non ci sono mani. Non ci sono dubbi. Non ci sono ombre. Solo bellezza.

Un gesto puro, geometrico e selvaggio allo stesso tempo. Un’azione che sembra uscita da un sogno.

Il bar esplode. Ci sono bicchieri che tintinnano, sedie che si spostano, uomini che si abbracciano senza vergogna. Mateo piange senza sapere perché. Forse per la tensione, forse per la liberazione.

Suo padre entra, si avvicina e gli appoggia una mano sulla spalla. È un gesto semplice, ma pesa come una promessa.

Non parlano. Non ce n’è bisogno.

L’Argentina vincerà quella partita. Poi vincerà il Mondiale. Ma per Mateo, e per milioni di altri, tutto resterà racchiuso in quei quattro minuti.

Anni dopo capirà che il primo gol fu astuzia, rabbia, rivincita. Una crepa nella regola. Un gesto umano, imperfetto.

Il secondo fu altro. Fu arte. Fu dignità. La dimostrazione che la grandezza non ha bisogno di scorciatoie.

E poi, naturalmente, restò la memoria.

Il primo, quello illegale.

Il secondo, quello mille volte visto e rivisto, quello divino.

Uno nato da una mano proibita.

L’altro da piedi che sembravano non toccare terra.

Qual è il più famoso, tra i due?

Forse quello che divide, che accende ancora discussioni.

O quello che unisce, che strappa tuttora applausi.

Forse entrambi.

Perché insieme raccontano l’uomo e il mito. L’astuzia e il miracolo. La ferita e la redenzione.

E in quell’intreccio, ancora oggi, continua a battere il cuore di una storia che non sarà mai finita.

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