Scienza e fede alla prova del mare

Un romanzo storico su FitzRoy, navigatore e meteorologo che per anni accolse Darwin a bordo del Beagle, occasione per riflettere sull’effetto distruttivo che a volte possono avere anche le teorie corrette

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«Mio caro Fitz Roy, non vi accorgete che l’utilitarismo sta cambiando la nostra stessa società e opera anche in natura?»: è il 13 dicembre 1856, siamo a casa di Charles Darwin e famiglia, a Upper Norwood, Inghilterra. Lui, il biologo, geologo e filosofo della natura che rivoltò il pensiero scientifico e filosofico del diciannovesimo secolo con la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, sta ragionando insieme a Robert FitzRoy, già capitano a bordo del brigantino da rilevazione topografica Beagle, dove era stato ospitato per cinque lunghi anni dal 1831 al 1836.

I due non si vedono più se non occasionalmente. Troppo diverse le loro conclusioni sull’evoluzione della Vita sulla Terra. Il grande navigatore, cartografo, meteorologo ascolta: è consapevole dell’abisso che separa le convinzioni dei due: il naturalista durante quei cinque anni aveva capito (e dimostrato) che il Diluvio Universale - la visione creazionista della Vita – non aveva più cittadinanza nel mondo moderno. FitzRoy in cuor suo ha capito ma è uomo di fede, conservatore illuminato, guidato da valori arcaici ma benevoli: non può accettare certe idee, vede il crescente successo di Darwin come il tramonto del proprio mondo: «C’era nell’aria un senso residuo e inappagato di iconoclastia e Darwin l’aveva saputo cogliere. La scienza, non la forza delle picche e dei moschetti, avrebbe spazzato via il vecchio ordine, per mano dei giovani affascinati dal meccanicismo». Per il “marinaio” FitzRoy, innovativo navigatore della Marina britannica, l’esploratore, l’inventore della meteorologia moderna, la vita è come le tempeste dei mari burrascosi che aveva magistralmente solcato come James Cook nei secoli precedenti.

Il volume

La frase immaginata dal compianto Harry Thompson e che Darwin rivolge a FitzRoy, è il perno della porta girevole di un periodo storico le cui conseguenze possiamo ancora oggi riconoscere, anche nell’era digitale e sempre più smaterializzata: una soglia che l’autore ci invita a varcare leggendo l’immane sforzo del suo romanzo storico “Questa creatura delle tenebre” (Nutrimenti, pp. 748 pagine, € 20), dedicato soprattutto a Robert FitzRoy l’uomo, la figura storica, ma anche il simbolo di questo passaggio cruciale dell’umanità intera. Nato il 5 luglio 1805 e morto suicida il 30 aprile 1865 a Londra, egli incarna molti mali dell’era moderna. Durante gli anni di navigazione, con la spedizione dei reperti scientifici raccolti da Darwin e dagli ufficiali del Beagle (tutti destinati, poi, a grandi carriere) e dei testi del naturalista, in Gran Bretagna la fama di Charles diventa clamorosa e le discussioni tra lui e il capitano del Beagle, sempre civili e profonde, scientifiche e umanistiche, spesso di stampo religioso sul tema della fede, inevitabilmente si insinuano nelle condizioni psichiche dell’allora ventiseienne Capitano, leader inflessibile ma amorevole, inviso alle logiche meschine degli intrighi, spesso forieri di tragedie, della politica e della Marina Militare.

Al loro rientro in Inghilterra, FitzRoy – che aveva accolto lo sconosciuto Darwin a bordo cinque anni prima – viene accolto da un’orda di giornalisti e di curiosi che chiedono del naturalista. FitzRoy, lungi dall’essere offeso, è però preoccupato dalle teorie che Darwin si appresta a elaborare e diffondere, destinate a sconvolgere un sistema di valori sociali consolidato caro al capitano. In fondo, è vittima della nuova macchina infernale: la celebrità (altrui) come leva per ottenere quello che lui non può ottenere, ovvero ascolto. È anche vero che la scienza e la storia daranno ragione a Darwin, ma nel libro questo aspetto emerge come punto di rottura di un’epoca, non solo di un rapporto tra due figure a loro modo straordinarie. FitzRoy, l’inconsapevole vittima, aveva involontariamente posto le condizioni della propria rovina sociale, dando fiducia a Darwin, la persona che avrebbe demolito le teorie creazioniste fondate sull’unica prova della fede religiosa. Vere e proprie superstizioni in vigore da secoli.

Tutto questo lo si coglie già da cosa implica il titolo del libro, tratto da un verso de “La tempesta” di Shakespeare: “Riconosco come mia / questa creatura delle tenebre”, dice Prospero al servo Calibano, riconoscendogli che se è diventato “mostruoso” è anche a causa del suo trattamento e della sua educazione. “La tempesta”, ricordiamolo, intreccia temi fondamentali e attualissimi, come questo romanzo storico: il rapporto tra il potere e il suo controllo, il perdono e la riconciliazione, e con Calibano (l’indigeno) e Ariel (lo spirito asservito), il rapporto tra colonizzatori e colonizzati. La “creatura delle tenebre” conviverà per tutta la vita nella mente e nel cuore di FitzRoy, che la aveva nutrita, per esempio, immaginando, in buona fede, di poter cristianizzare alcuni indigeni della Terra del Fuoco.

Ci sono numerosi passaggi nel vagabondare di FitzRoy attraverso la geografia, che sono il filo rosso di questa storia universale: l’11 gennaio 1835, chiuso nella sua cabina buia, nella baia di Valparaiso pensa che le rilevazioni della Terra del Fuoco non sono fatte bene. Le mappe vanno rifatte: «La soluzione del dilemma gli balenò improvvisa e brillante. Stavolta non avrebbe tracciato una rotta nel labirinto. Ecco quale era stato il suo errore. Avrebbe lasciato che il sentiero si dipanasse da sé. La luce immacolata del cielo avrebbe illuminato le tenebre indicandogli il cammino». Del resto la Marina gli aveva affidato un compito preciso: completare l’indagine idrografica delle coste meridionali del Sud America iniziata durante la spedizione precedente, realizzare carte nautiche a scopi militari e commerciali, fare rilevazioni delle colline viste dal mare, misurare le altimetrie, verificare la longitudine di Rio de Janeiro, punto dal quale venivano misurate tutte le distanze in Sud America; misurare maree e condizioni meteorologiche, rilevare ed esplorare le Isole Falkland e Galapagos, poi raggiungere Tahiti e Port Jackson in Australia. Infine tornare in Inghilterra.

Paesaggi sconfinati

Un sentiero profondo, che si incunea fino agli oscuri abissi della psiche dell’uomo FitzRoy e che spinge “Questa creatura delle tenebre” a una riflessione sulla condizione umana: si è stabilito che l’uomo fosse affetto dallo stesso disturbo bipolare; dunque questo libro va letto anche in filigrana, nelle trasparenze simili a paesaggi di mari sconfinati solcati con coraggio e perizia, che però non serviranno al “capitano” per evitare un destino beffardo. Verrà allontanato dalla madrepatria per avere pestato i piedi sbagliati; non ancora quarantenne, è governatore della Nuova Zelanda (1843-1845), ma anche la sete di giustizia, l’andare oltre l’ego per il bene più grande dell’umanità, lo porta a difendere i diritti dei Maori di fronte all’arroganza e alle truffe perpetrate da parte di chi deteneva possedimenti sottratti con astuzia e rivenduti a ignari emigranti inglesi. Gli costerà caro. Destituito e rimandato a Londra, negli ultimi anni si dedicherà alla realizzazione della rete di stazioni meteorologiche che la politica, ancora una volta, smantellerà a causa di parlamentari senza scrupoli, sobillati dai mercanti che non volevano vedere i pescherecci e mercantili fermi in porto per dare retta alle accurate previsioni delle tempeste che tante vittime causavano nei mari della Gran Bretagna.

La Storia, diceva Benedetto Croce, è sempre storia contemporanea. Poi, a furor del popolo dei lavoratori del mare, il sistema ideato da FitzRoy verrà ripristinato, ma per lui sarà troppo tardi: il sogno di aiutare la sua comunità, gli era stato negato negli ultimi giorni di vita, chiudendo il suo progetto. La creatura delle tenebre era rimasta lì, sempre in agguato, fino a domenica 30 aprile 1865, dopo un pensiero sereno, definitivo: «devo intraprendere l’ultima traversata. Un viaggio senza mappe» e poi, infine, «Il rasoio, freddo, sulla gola».

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