Problemi d’udito e sordità: i primi casi a cinquant’anni
Meno casi in Italia grazie a controlli in età infantile e normative in materia di prevenzione in ambiente lavorativo. Il dottor Sergio Panizza: «Le principali cause sono l’invecchiamento, farmaci ototossici e le forme genetiche, rare»
Brescia
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità le patologie dell’orecchio e i disturbi uditivi colpiscono oltre un miliardo e mezzo di persone nel mondo e più di 13 milioni di persone in Italia. Nel nostro Paese, grazie anche agli screening in età infantile e a normative in materia di prevenzione in ambiente lavorativo, la principale causa di sordità oggi è quella legata all’invecchiamento. Importante l’aderenza all’utilizzo di apparecchi acustici per contrastare l’isolamento e il decadimento cognitivo.
Ne abbiamo parlato con Sergio Panizza, responsabile servizio di Audiovestibologia dell’Istituto Clinico S.Anna di Brescia.
Dottore i dati diffusi negli ultimi giorni e relativi ai disturbi uditivi rivelano un aumento di casi nel mondo. Anche in Italia si assiste a una crescita in questo senso?
«E’ importante fare una distinzione perché ci sono aree del mondo dove gli screening in età infantile non esistono così come normative in materia di prevenzione. In Italia, fortunatamente, queste due opportunità ci sono e hanno senza dubbio segnato un passo importante per quanto riguarda alcune patologie dell’orecchio».
Ci aiuta a capire meglio? «Per quanto riguarda i più piccoli in Italia esiste uno screening uditivo neonatale, si tratta di un test non invasivo che viene eseguito nei primi giorni di vita del bimbo e che permette di diagnosticare precocemente eventuali sordità congenite. Non si vedono più, inoltre, otiti croniche legate a fenomeni infettivi che oggi vengono contrastati grazie a terapie specifiche. Parlando, invece, della popolazione adulta in Italia la prevenzione dell’udito sul lavoro è normata da leggi precise per proteggere i lavoratori dai rischi di esposizione al rumore. In sostanza il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare il rischio, di ridurre l’esposizione e di fornire dispositivi di protezione adeguati».
Questo cosa ha comportato nel tempo? «Per quanto riguarda i più piccoli grazie a questi test si può intervenire prima e meglio una volta diagnosticata la problematica. Per quanto riguarda, invece, i lavoratori, negli anni grazie alle normative si è ridotto notevolmente il numero di sordità e di problematiche uditive lavoro correlate».
Oggi, quindi, in Italia quali sono le principali cause di sordità?
«L’ipoacusia legata all’invecchiamento, quella legata all’assunzione di alcuni farmaci che sono ototossici e le forme genetiche, fortunatamente rare. Per quanto riguarda l’invecchiamento dobbiamo pensare che la sordità fa parte della vita per cui, con il passare degli anni, colpisce tutti. Così come invecchia il nostro corpo, infatti, anche l’udito si deteriora. Ci sono situazioni in cui, per vari fattori, questo processo di invecchiamento arriva prima e altre in cui arriva più tardi».
Prima citava gli screening per i neonati. L’OMS in occasione della giornata mondiale dell’udito ha parlato di oltre 90 milioni di bambini che soffrono di sordità nel mondo o di una perdita parziale dell’udito e che il 60% di questi casi sarebbe evitabile con semplici misure sanitarie?
«Come dicevo prima esistono aree del mondo più evolute in questo senso e altre meno. Il fatto è che intercettare fin dalla nascita queste problematiche consente di intervenire prima inviando fin da subito le famiglie a un centro specialistico di audiologia. La tecnologia oggi consente, infatti, di restituire a questi bambini una capacità uditiva».
Perché è importante intervenire e, laddove presente, superare lo stigma delle famiglie legato all’utilizzo di un apparecchio acustico nei bambini?
«Credo che fortunatamente in Italia questo stigma non ci sia. Sicuramente per un genitore la diagnosi di perdita di udito nel proprio figlio non è una questione semplice. Ma mamme e papà sono consapevoli che l’invio a un centro specializzato è fondamentale per contrastare le problematiche legate a questa perdita di udito. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il non sentire si traduce in una difficoltà nello sviluppo del linguaggio. Nei centri specialistici viene così studiato e condiviso con le famiglie un percorso di trattamento e di protesizzazione per far fronte alle difficoltà del bambino che viene monitorato nel tempo». Per quanto riguarda la popolazione più adulta ci diceva prima che anche l’orecchio invecchia. Nonostante questa consapevolezza però sono ancora molte le persone che non si sottopongono a controlli quando si manifestano alcuni campanelli di allarme?
«Per quanto riguarda l’età di insorgenza possiamo dire che i primi segnali si manifestano attorno ai 50 anni, quindi, in una popolazione ancora giovane. In questa fase della vita la soglia dell’udito risulta normale ma la capacità di discriminazione di frequenza, cioè la capacità di pulire le frequenze per esaltare le lettere, comincia a non essere più così efficace. In Italia l’aspettativa di vita media oggi è di 83/84 anni, quindi è chiaro che, se i primi segnali di deterioramento insorgono a 50 anni, questo processo andrà avanti per altri 30 anni. Ovvio che la componente genetica e i fattori ambientali hanno e avranno un ruolo in questi 30 anni».
E’ noto però che una sordità non trattata favorisce l’insorgenza di decadimento cognitivo e isolamento sociale?
«L’accesso alla diagnostica oggi è estremante facile ma questo arriva molto spesso quando la persona stessa capisce di avere un problema e non è sempre così».
«Ci sono persone che non hanno una vita attiva e che passano le giornate in casa, magari guardando la tv e uscendo poco. E’ chiaro che queste persone difficilmente si renderanno conto che il deficit uditivo è per loro un problema.
Diverso, invece, il discorso di una persona attiva che inizia a rendersi conto di non sentire bene quando è in mezzo alle persone e che proprio per questo motivo inizia ad isolarsi. Cervello e orecchio, inoltre, sono strettamente correlati quindi è chiaro che se l’orecchio non sente il cervello è meno allenato e questo favorisce il decadimento cognitivo».
Quindi anche l’uso della protesi è legato alla consapevolezza del singolo?
«Esattamente, il paziente deve riconoscerne la necessità e questo è il motivo per il quale molte persone non aderiscono con costanza all’utilizzo di apparecchi acustici che, per quanto sofisticati, non sono un nuovo orecchio, ma un aiuto all’orecchio che non sente. Per i parenti, inoltre, è utile comprendere che questi ausili aiutano a percepire i rumori vicini per cui non si può pensare che se si è in un’altra stanza o al piano di sopra la persona possa percepire quanto si sta dicendo. La diagnosi precoce è così fondamentale per l’utilizzo di protesi che possano mantenere orecchio e cervello allenato, perché purtroppo ad oggi non ci sono terapie in grado di arrestare un processo di presbiacusia. L’impianto cocleare è riservato solo a sordità profonde e a casi selezionati».
Ma quali sono i campanelli di allarme? «I primi segnali riguardano le alte frequenze per cui la persona inizia a capire male quando si trova in un ambiente disturbato, come un luogo pubblico dove ci sono molte persone, oppure quando alla tv ci sono parole e suoni insieme. Se però la persona parla al telefono, ad esempio, sente normalmente. La sordità non è silenziosa, ad un certo punto iniziano a comparire dei fischi».
Un’ultima domanda riguarda i giovani, è vero che l’abitudine di ascoltare musica ad alto volume, spesso con le cuffiette, può anticipare l’insorgenza di ipoacusia?
«Si è vero. L’ascolto oltre una certa soglia di decibel, al di là della frequenza, comporta un danno all’orecchio perché si verifica un’eccessiva pressione sonora e di conseguenza un deterioramento. Quindi è importante che i ragazzi si tutelino in questo senso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
