«Annata speciale. Niente allarmismi per la pre season»

Giofrè, general manager dell’Acqua S.Bernardo: «L’augurio è avere una squadra che scenda in campo sempre per vincere»

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Il momento, segnato con circoletto rosso anche sul calendario a muro, è arrivato. Domani si parte. Cantù, la sua gente e il suo general manager. Nuovo, ma non troppo.

A che stagione siamo arrivati, Simone Giofrè?

La prima nel 1999, ne ho saltate quattro e quindi è la numero 23.

Come si vive la vigilia? Sale anche a lei la tensione?

Diciamo che è una sorta di mix tra emozione ed eccitazione. Finalmente si comincia, mi dico. Ha un po’ quel piacere lì, del bambino che vede Gardaland dall’auto e sa che ci sta arrivando.

Che campionato sarà?

Speciale e particolare. Per mille motivi. Per noi per via del novantesimo e per l’arena. E per il movimento in generale sarà un anno spartiacque. C’è grande fermento, tanta visibilità e la corsa all’età dell’oro di Nba Europe. Vedremo quali saranno gli effetti positivi e quelli negativi, come accade con tutte le novità.

In fondo, per voi come per tutti quelli che girano attorno al movimento, si lavora solo ed esclusivamente per quel momento lì: la prima vera palla a due...

Ora conta. Come conta il risultato finale, che fa classifica. Alla fine riparti sempre da 0-0, devi cercare di giocartela contro chiunque e ha trenta opportunità per fare punti.

Pensiero generale vuole che sia meglio incontrare le big all’inizio, perché magari non ancora in palla. Vista Venezia nel weekend di Supercoppa, diciamo che stavolta non sembra il caso.

Anzi. Mi pare già bella rodata e in forma. Se però avessero voglia di alzare un po’ il piede dall’acceleratore a noi non farebbe certo schifo... Ma è sempre a squadra vice campione d’Italia.

Siete andati a Tortona a vederla?

No, niente Supercoppa. Sia io sia Frank (Vitucci, ndr) arrivavamo da una settimana densa di appuntamenti e ne abbiamo approfittato per tirare un po’ il fiato. Ma l’ho seguita in tivù.

Sappiamo che lei, scelta di vita, riesce a mettersi tappi di cera nelle orecchie per non badare troppo ai commenti sulla squadra. Ci dice come arriva allo start?

Cerco di leggere il meno possibile dei social, non voglio farmi condizionare dal pettegolezzo. Lavoriamo tutti per il pubblico, lo sappiamo bene. Ma nessuno più di noi stessi sa come stiamo, in qualsiasi momento. I giocatori, l’allenatore, io: siamo i migliori giudici di noi stessi. C’è in tutti della grande onestà intellettuale, che forse sfugge all’immaginario collettivo. Giusto che i tifosi giudichino, e con tutti i mezzi a disposizione, ma noi - ve lo assicuro - sappiamo bene quel che facciamo.

Dunque?

La squadra sta lentamente rispecchiando quelle che erano le idee iniziali. Purtroppo però, nelle cinque settimane di preparazione, due (la terza e la quarta) le abbiamo vissute con intoppi che ci hanno rallentato. Non è maniavantismo, solo la nuda presa di coscienza di ciò che è stato.

Preoccupato dello 0 su 6 alla voce vittore nella preseason?

Conta il giusto. E poi in un paio ci siamo andati vicino, perdendo di due. Le avessimo vinte, ci sarebbe stato meno allarmismo. Tutti i giocatori, possono far meglio. Ma, attenzione, anche quelli delle altre squadre. Quindi, affidiamoci solo al campo.

Che tipo è lei? Uno di quelli che parla tanto con la squadra o no?

Sì, sì. Mi confronto spessissimo. Questa settimana, ad esempio, ho fatto un passaggio individuale con due giocatori, d’accordo ovviamente con l’allenatore. Non tanto dinamiche tecniche, ovviamente, ma quel che serviva a me per capire meglio e far capire a loro. Appena posso ci sono, cerco di essere il più presente possibile e vedere tutti gli allenamenti.

Moretti cosa significa?

Un’aggiunta. Un’opportunità che si è palesata in poco tempo. Ha qualità ed era disponibile. Noi avevamo la necessità di completare il roster, all’inizio l’idea era portarsi su un ragazzo del Pgc, ma non si è riusciti a convincerlo. Allora abbiamo cambiato strategia, decidendo di percorrere la nuova strada velocemente.

E come sta andando?

Da ragazzo intelligente qual è, è entrato in punta di piedi. Tre/quattro allenamenti più la partita di sabato, ma è molto svelto di cervello e ci metterà poco.

Non le pare una squadra troppo sbilanciata sugli esterni?

Vero, c’è n’è uno in più rispetto ai piani. Ma quando ti si presenta una situazione di qualità come quella di Moretti, con caratteristiche che nel gruppo non c’erano, l’obiettivo non può che essere concretizzarla, come abbiamo fatto. Flagg, comunque, alla bisogna può scivolare nel “quattro” e darci una mano.

È tranquillo o s’è messo il cuore in pace?

Durante l’anno bisogna restare sempre attenti, e capire quali possibilità ci possano essere per migliorare. Noi come tutte le altre squadre, del resto. Lo sport è competizione e l’asticella va sempre alzata. Di conseguenza anche le aspettative e le attenzioni.

Lei che tipo è? Interventista come già successo o attendista?

Diciamo che non sono un interventista, mi piace dare fiducia e possibilità ai giocatori che ho. Mi è capitato di farlo nella prima stagione a Treviso, quando ci trovammo davanti a due problemi, uno extracampo e uno tecnico e quando con Osvaldas Olisevičius prendemmo il volo. A Brindisi, nella stagione di D’Angelo Harrison e Wes Clark, l’obbligo arrivò dagli infortuni. In quell’occasione non si parlò di sostituti, ma aggiunte.

Come vede Vitucci?

Molto sereno. Sa perfettamente, una volta analizzata la pre stagione, dove c’è bisogno che la squadra debba migliorare e quanto e perché siamo indietro.

Con il club?

Rapporti ottimi, perché me lo chiedete?

Non si sa mai...

Si sa eccome. Qui a Cantù abbiamo un dietro le quinte che, di questo periodo, è molto più importante del front. La società ce l’ha ben chiaro da anni. Poi capisco che, per ragioni di risultati, si veda e conti molto di più solo la parte sportiva. Ma tutti noi stiamo lavorando tantissimo e a più livelli. Contemporaneamente.

Cosa si sente di promettere alla gente di Cantù?

Più che una promessa, il mio è un augurio. Quello cioè che la squadra scenda in campo ogni partita per cercare di vincere. Chiunque sia l’avversaria. Non si può e non voglio promettere. Ma lasciatemi almeno la chance di augurarmi qualcosa di buono.

Ce lo concede un giochino o fa il serio tutta l’intervista?

Prego.

Novant’anni. Potesse scegliere un giocatore italiano nella storia di questo club da inserire nel roster attuale chi prenderebbe?

Ci penso.

Veloce, però...

Facile sarebbe dire Pier Luigi Marzorati, probabilmente il più grande di tutti. Ma la sua è una pallacanestro diversa e per la mia squadra del 2026 servirebbe molto di più Antonello Riva. Vero, anche lui di un’altra generazione, ma per qualità, caratteristiche e capacità di andare a canestro farebbe ancora la differenza.

E uno straniero?

Non ho dubbi e non me ne vogliano gli altri: è Thurl Bailey. Venuto qui dopo l’Nba ha avuto innate capacità tecniche. Ancora adesso metterebbe via tutti in qualsiasi formazione, Eurolega comprese. Ripeto, in questo discorso e in quello degli italiani non me ne vogliano mostri sacri come Carlo Recalcati, il Pierlo, Bob Burgess e tanti tanti altri.

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