Vierchowod: «Il Como, la Roma e la Nazionale: vi racconto tutto»
Domenica c’è Como-Roma. L’intervista allo “zar”, ex di entrambe le squadre: «I lariani sono avviati su una buona strada, ora serve solo costanza»
Lettura 5 min.Como
L’appuntamento è al solito bar dove fa colazione con gli amici. Giubbotto di pelle da top gun, l’inseparabile Harley che però in questi giorni è sostituita da uno scooter. E quella faccia un po’ così che sembra dire: «Cosa vuoi ancora da me?». Ma è una gag, Pietro Vierchowod con il passare degli anni si è intenerito, e adesso si ferma volentieri a parlare del suo passato. E stavolta il crocevia è doppio. Perché lui era stato, prima di Kean e Ricci, l’unico giocatore della storia che aveva vestito la maglia della Nazionale da giocatore del Como. E poi, signori, domenica c’è Como-Roma. E lui è stato non banale ex di tutte e due le squadre: con i giallorossi ha vinto anche uno scudetto, 1982-83. Insomma, caro zar, ti tocca...
Kean e Ricci hanno giocato in Nazionale da giocatore del Como.Hanno eguagliato un tuo... primato. «Eh, mi spiace, ma le cose sono ben diverse. Per carità, bravi eh. Nulla da dire. Ma è difficile fare paragoni».
Perché? «Io fui convocato nell’inverno del 1980-81. L’Italia doveva giocare il Mundialito in Uruguay. Chiamarono me perché Collovati giocava nel Milan in serie B, e il campionato cadetto non si fermava. Chiamarono me che giocavo in una provinciale come il Como, in una Nazionale composta dal blocco juventino più giocatori di Inter, Roma, Fiorentina. Essere chiamato mentre giocavo in una “piccola” fu un caso clamoroso. Oggi Kean e Ricci hanno un’altra storia e il Como è un altro Como».
Come andò quell’esperienza? «Ricordo la mia soggezione i primi giorni a tavola, il blocco Juve ai primi posti del tavolo, io in fondo dall’altra parte. Ma neppure per un minuto mi venne fatto pesare il mio ruolo di debuttante. Scirea, e poi tutti gli altri, mi fecero sentire a casa».
In campo? «Giocai una sola partita contro l’Olanda. Facemmo 1-1. Chi marcavo, proprio non me lo ricordo. Ma dalle mie parti passavano i due fratelli Van de Kerkhof e Peters».
Una lunga storia, la tua con la Nazionale. «Ho giocato tre Mondiali, e il quarto l’ho... rifiutato».
In che senso? «Quando arrivò Sacchi, dopo il ’90, mi disse: “fra quattro anni avrai 31 anni, dunque non credo di tenerti in considerazione”. Anche se poi mi chiamò una volta contro l’Olanda perché sapeva che con Van Basten ero sempre stato efficace. Gli erano rimasti in mente i miei duelli con Marco, fatti di colpi proibiti. Io con il gomito, lui con la suola e i tacchetti... Al 90’ però, amici come prima. Poi a ridosso dei Mondiali del 1994 il ct mandò Ancelotti a dirmi che ci aveva ripensato e che gli sarebbe piaciuto portarmi come chioccia. Chioccia? Che significa chioccia? Il termine mi fece arrabbiare. Ero in forma, due anni dopo avrei vinto la Champions con la Juve. Cosa dovevo andare a fare? Il soprammobile? Rispedii al mittente la proposta».
E le altre edizioni dei Mondiali? «Nel 1982 mi infortunai. Probabilmente avrei giocato io al posto di Bergomi la finale. Nel 1986 le giocai tutte. Nel ’90 ricordo la finale per il terzo e quarto posto contro l’Inghilterra».
Domenica c’è Como-Roma. «Gran bella partita».
Tu sei ospite fisso al Sinigaglia. «Abito vicino allo stadio, non me ne perdo una. Davvero bello vedere giocare questo Como».
Un doppio ex: Como e Roma. «Beh, Como è casa mia. Settore giovanile, esordio in B nel 1977. Poi il grande salto dalla C alla A, la salvezza con il Bologna. Sapete tutto, dai. Iniziai centrale, ma negli anni del grande salto giocavo laterale, in mezzo c’erano Volpi e Fontolan, e io andavo sulla fascia. Ricordate quel gol con il Cagliari, partendo dalla difesa palla al piede? Non se lo ricorda nessuno, perché non c’erano le tv come oggi. Era il 28 dicembre, il lunedì partii con la Nazionale per Montevideo. Capodanno in ritiro».
E la Roma? «Vincere uno scudetto a Roma è una cosa incredibile. Il mio cuore è legato alla Samp, certo, ma quella stagione in giallorosso è ben viva nel mio cuore».
Racconta. «Fu un periodo turbolento. Il Como mi cedette alla Samp e Mantovani subito mi disse: devi andare a Firenze. Io sarei stato a Genova, il progetto era bello, squadra giovane, ambiziosa, anche se era difficile immaginare lo scudetto. Però a Firenze sfiorammo il titolo. Che ci venne... scippato».
Come? «Eravamo pari punti con la Juve all’ultima giornata, i bianconeri vinsero a Catanzaro su rigore, a noi venne annullato un gol regolare a Cagliari. Motivo? Io un’idea ce l’ho: dovevamo partire per i Mondiali e non c’era tempo per fare lo spareggio. Forse mi sbaglio ma... Ho anche un altro ricordo».
Tipo? «Ho conosciuto mia moglie che avevo 19 anni e lei 17. Ci sposammo che io ero alla Fiorentina e organizzai la festa qui a Como con tutta la squadra che sarebbe dovuta arrivare in pullman. Ma la domenica ci fu l’incidente di Antognoni che si ruppe la testa contro Martina. E saltò la trasferta. Comunque, dopo Firenze la società mi mandò a Roma. Arrivo in ritiro e...
E? «Trovo la squadra che mangia wurstel e birra a tavola. Mi sono detto: ma dove sono capitato? A Firenze De Sisti aveva un po’ di attenzione per l’alimentazione, ma Liedholm proprio no. A lui bastava che in campo si facessero le cose per bene».
La zona. «Nessuno mi spiegò nulla. Men che meno Liedholm. Ci pensarono i miei compagni di reparto, Di Bartolomei soprattutto, a spiegarmi come funzionava.
Stagione travolgente. Non facile. Perché là dietro restavo solo io. Salivano tutti. Anche Dibba che infatti segnò un sacco di gol con i suoi tiri micidiali. Se mi avvicinavo alla linea di metà campo Liedholm si alzava e urlava: Pietroooo torna indietroooo.
Com’era il Barone? Superstizioso. Una delle prime partite entrai nello spogliatoio e presi la mia maglia per indossarla. Non l’avessi mai fatto. Il rito era che dovesse distribuirle lui. Mi guardò e mi disse: speriamo che non ti capiti niente in partita. Mi toccai...».
A proposito: a casa lei ha tante maglie. «Quasi tutte, tranne quella del Como che non trovo più. E ho un pezzo da novanta: l’ultima maglia italiana di Maradona, che giocò contro di noi a Genova prima di sparire».
Fatti di campo? «Non so perché, mi ricordo quella volta che in Samp-Roma, io in giallorosso, Mancini bruciò il suo controllore Di Bartolomei e segnò. Liedholm me ne disse di tutti i colori. E io: ma mister, non era il mio uomo. E lui: Dibba è lento, dovevi controllare tu».
Un bel gruppo. «Ricordo Pruzzo. L’anno prima gli tirai un cazzotto a Fiorentina-Roma ed espulsero lui. Non si capirono l’arbitro Casarin e il guardalinee. Il bomber me ne disse di tutti i colori. Quando ci ritrovammo a Roma mi abbracciò subito con una risata».
Alla fine di quella annata finalmente la Samp. «Non tanto finalmente. Perché dopo aver perso una scudetto, averne vinto uno e avere la prospettiva di giocare la Coppa Campioni, ci avevo fatto la bocca. Pensare di andare a giocare in una quasi neopromossa non era facile. Ma Borea mi convinse e fece bene. Iniziò un periodo magico».
Il Como di oggi assomiglia alla tua Samp? «Beh, certo, ci sono tante affinità. Il progetto che mi spiegò Mantovani quando arrivai era proprio quello che si realizzò, puntare su giovani forti, farli crescere, non venderli, e vincere con loro. Facile a dirsi, difficile a farsi. La Samp ce la fece. Coppe Italia, una Coppa Coppe, uno Scudetto, una Supercoppa Italiana e quella finale di Coppa Campioni che è ancora qui che brucia. Il Como si è avviato su quella strada, stanno lavorando bene. Ora serve solo costanza».
Fabregas? «Bravissimo. Mi piace. La difesa? Ecco, in questo inizio di campionato c’è qualcosa da registrare. E la sconfitta con il Frosinone forse dice che la squadra ha preso sotto gamba quella partita. Un pericolo che con la Roma non c’è».
Che partita sarà? «La Roma secondo me ha cambiato un po’ modo di giocare. Anzi, Gasperini. Non vuole essere più a tutti i costi spettacolare, come era all’Atalanta. Adesso è più equilibrato, ha una difesa di ferro. E credo che sia la strada che imboccherà anche il Como per l’ultimo salto di qualità».
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