Zenga a La Provincia: «Butez? Ma quali piedi. Lui è bravo a parare»

Intervista L’ex portiere della Nazionale: «A Como ricordo un contrasto con Borgonovo. Era una persona speciale»

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Parola a Walter Zenga, una delle figure più carismatiche e talentuose del calcio italiano a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. In tanti ricordano il suo soprannome iconico: Uomo Ragno. Perchè con i suoi riflessi prodigiosi e le parate acrobatiche, Zenga è diventato il simbolo di un’epoca d’oro, in particolare per l’Inter e la Nazionale italiana.

Dopo oltre 600 presenze da calciatore, ha intrapreso una lunghissima e cosmopolita carriera da allenatore, alla guida di 20 squadre diverse tra club italiani, europei e del Medio Oriente.

Lo scorso gennaio è stato allo stadio Sinigaglia per vedere dal vivo Como-Roma e nei suoi commenti ha sempre riservato elogi al progetto lariano. Per fare il punto sul momento della squadra azzurra, lo abbiamo contattato.

Buongiorno Zenga, che dire del Como?

Quello che avevo già detto a suo tempo. Ho lavorato due anni in Indonesia e mi avevano dato indicazioni sulla proprietà e su come si sarebbero mossi. Non sono sorpreso di quello che stiamo vedendo: agiscono con attenzione e professionalità. Se si lavora bene, i risultati sono una conseguenza. Poi certo, la Champions al secondo anno di Serie A ha sicuramente anticipato le previsioni di tutti.

Quando era al Siracusa disse: «Il Como è l’esempio che ho in mente».

È vero. Ero direttore tecnico e il modello era quello. Ma poi serve la proprietà alle spalle per fare certe cose, torniamo al discorso di prima. Le situazioni erano parecchio diverse.

Si ricorda qualche partita a Como da avversario?

Sono venuto diverse volte... tempi lontani. Ricordo solo un episodio in cui feci un brutto scontro al limite dell’area di rigore con Borgonovo. Cadde a terra e lo aiutai a rialzarsi. Eravamo amici, una persona strepitosa.

Recentemente è stato al Sinigaglia per Como-Roma. Che effetto le ha fatto?

Giudicare vedendo solo una partita dal vivo è superficiale. Mi servirebbe assistere a qualche allenamento per capire le metodiche e fare un’analisi completa. Sicuramente Fabregas ha trasmesso una mentalità pazzesca e la società ha scelto bene i giocatori. Lui è capace a farli muovere insieme. L’arma del Como è l’organizzazione sotto tutti i punti di vista.

Ha visto Butez? Fa il centrocampista...

Qui vi fermo. Per me il portiere deve prima di tutto parare. Ok, gioca bene con i piedi. Ma i centrocampisti non giocano in porta. Lui intanto è affidabile con le mani: serve sottolinearlo altrimenti passa il messaggio che è forte solo perché gestisce bene la palla. Oggi in tanti forzano questa cosa di voler partire da basso anche quando non hanno i giocatori per farlo. Scimmiottare non va bene. Ai Mondiali ci ha appena provato la Tunisia e ha preso gol.

Cosa manca a questa squadra per crescere ancora?

Non lo so, ma visto l’andazzo mi fiderei della società. Tutti, dal presidente al ds Ludi, hanno le spalle larghe e sanno quello che fanno. Prima capiscono la situazione, poi si muovono di conseguenze. Sono un modello. Non dico da imitare perchè è difficile, ma sicuramente da tenere in considerazione.

Nico Paz, che ne pensa?

Lui è sempre stato sulla bocca di tutti perchè arrivava dal Real Madrid, ma per me il vero crack è un altro...

Chi?

Baturina. All’inizio non giocava ed è lì che si è vista la forza dello staff. Ritorniamo ancora al discorso di prima. La stagione dura 11 mesi, bisogna avere pazienza, programmare e dare fiducia. A me il Como piace per questo. E dopo l’ultima giornata ho scritto a Ludi...

Cosa?

Che l’anno prossimo faccio l’abbonamento (ride, ndr).

Che tipo di vetrina saranno i Mondiali per i giocatori comaschi?

Beh cruciale. Io ho giocato Europei, Mondiali e Olimpiadi. Queste competizioni ti portano esperienza facendoti adattare a pressioni forti. Poi oggi è difficile giudicare i singoli in così tante sfide e con così tante squadre. Riguardavo l’altro giorno un filmato di Italia-Germania, Europei del 1988. Nell’introduzione Bruno Pizzul diceva: «Ci saranno due gironi da quattro squadre». Ho sorriso, pensando che al Mondiale oggi di squadre ce ne sono 48. E manca l’Italia... che amarezza.

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