Giacomo Gattuso: «Como, io lo sapevo. La svolta quando è arrivato Fabregas»

L’intervista Ex bandiera e allenatore degli azzurri, torna in panchina nel Renate in Serie C. «Che bello vedere la squadra così in alto, ma non mi sorprende. Il mio sogno? Un giro di campo per salutare i tifosi»

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Giacomo Gattuso ha fatto un patto col Diavolo. Jack ha 58 anni, ma sembra un ragazzino. Magro come un atleta, come un ciclista addirittura, lo guardavamo ammirati mentre scendeva dall’auto nel parcheggio de La Provincia. Già, perché lui, uno degli uomini più amati dal popolo lariano, è venuto a trovarci in redazione. Non per caso. Ha appena firmato il contratto da allenatore del Renate in serie C, dopo una amara esperienza a Novara. Non vede l’ora di rimettersi in pista, Jack. Ma prima “bisognava” fare due chiacchiere per riannodare i fili della storia.

Benvenuto.

Grazie (dice affacciandosi alla redazione, ndr). Mi ricordo che ero stato qui da voi cinque anni fa, per celebrare la promozione in B. Avevamo cercato un sacco di foto in archivio, era stato divertente. Avevo rivisto tutta la mia vita... (ride, ndr).

Dunque torni in pista.

Non vedevo l’ora. Renate è il posto giusto.

Ma sei reduce da una storia amara.

Davvero. A Novara, poi, che per me è un altro posto del cuore, come sapete. Più di ventanni lì, con tante belle cose fatte. Mai mi sarei immaginato finisse così.

Racconta.

Avevo preso la squadra nell’ottobre del 2023, che era ultima e spacciata. Ci siamo salvati ai playout. L’anno dopo eravamo terzi alla fine dell’andata. Tutto ok. Ma al mercato di gennaio è successo un casino. Hanno cominciato a vendere alcuni elementi, promettendo che li avrebbero sostituiti adeguatamente, invece hanno preso giocatori che non rispondevano alle mie esigenze. Fuori ruolo proprio. Non capivo, ero basito. Ho preteso che lo dicessero alla piazza, ma i rapporti ormai erano deteriorati. Ed è arrivato l’esonero. La società era nuova, ha agito in buona fede, l’anno dopo hanno investito ancora. Hanno sbagliato per scarsa esperienza. Ma è stato davvero brutto. Sono rimasto fermo un anno perché ero sotto contratto. E adesso, una volta libero, ecco il Renate.

Di Massimo Crippa.

Corsi e ricorsi. Pensate che Crippa era mio compagno alla Canzese. Io quell’anno ero sempre infortunato, così la società mi disse: siamo al di sotto delle aspettative, adesso o alleni, oppure rompiamo il contratto. Decisi di allenare. Abbiamo recuperato, siamo stati promossi in D. E l’anno dopo abbiamo sfiorato la C. E lui era un personaggio incredibile. Non ci credevo. Arrivava dal Napoli di Maradona, e ogni giorno dava il 110%, un mostro. Fu fondamentale. Bello che dopo vent’anni si sia ricordato di me. Credo che faremo delle belle cose insieme.

Renate, un posto ideale per allenare.

In un certo senso sì. Non c’è pressione esterna, la società lavora bene, fa calcio come piace a me.

Non trovi più Boscolo, però.

Quella è stata una sorpresa: mi aveva chiamato, avevamo programmato un incontro per capire come impostare i programmi. Poi è tornato al Como. Sarà felice.

Chissà, magari torni al Como anche tu...

Chi può dirlo? Adesso ho in testa questa nuova avventura, ma prima o poi mi piacerebbe tornare. Como per me è una malattia. Vuoi sapere un piccolo segreto?

Prego.

Non sono più tornato al Sinigaglia per la paura delle emozioni che potrei trovare. Il Como lo guardo in tv. Sempre. Vuoi un altro segreto?

Ri-prego.

Il mio sogno sarebbe quello di poter salutare il pubblico, una volta. Non l’ho potuto fare, è finita così, all’improvviso, dopo una storia fantastica. Mi immagino un giro di campo per salutare tutti. Capisco che è difficile, lasciatemi sognare.

Giro di campo come nel 1999: via a gennaio, saluto alla gente.

Sì, mi ricordo bene. Faceva freddo.

Già che ci siamo, ci fai il podio delle tue emozioni con il Como?

Al primo posto Novara-Como spareggio del 2005. Ok, allenavo il Novara, ma ci siamo capiti. Ero stato chiamato in panchina per quella partita. Sapevo che avrei affrontato il Como. Mi dissi: “Ecco, sono rovinato: comunque vada sarà una tragedia”. Potevo dire: “Comunque vada sarà un successo” e invece no, per dire come la vivevo. Quando i tifosi del Como urlarono il mio nome a fine partita non capii più nulla e scoppiai a piangere. E andai in conferenza a dire che volevo allenare il Como l’anno dopo, per riportarlo su. Che storia.

Secondo posto?

Il successo di Verona nella finale playoff di C con la Spal. Un successo con la fascia di capitano sul braccio. La chiusura del cerchio per me che partivo dal settore giovanile.

Terzo?

La promozione in B da allenatore. Anche se giocavamo in stadi deserti, sentivo la città che aspettava, che bramava, una cosa strana. Fu bellissimo.

A proposito. Che effetto ti fa vedere il Como così in alto?

Posso dire che me lo aspettavo? Avevo capito tutto. Non era difficile, forse. Ma mi ero reso conto di che pasta fosse fatta questa società. Non subito però, eh..

In che senso?

Fino alla promozione in B e alla salvezza l’anno dopo, pur in una società che puntava in alto e lo si sapeva, viaggiavamo comunque nella normalità. Mercato tranquillo, obiettivo salvezza. Ma nell’estate della seconda stagione in B, è cambiato tutto. Lì ho visto proprio il piede dell’acceleratore andare giù. A fondo. L’arrivo di Baselli, il segno. Ma anche tutta l’organizzazione che ci circondava.

Poi è arrivato Fabregas.

Eh, quello è stato il segno definitivo. Mi ricordo che andai a vedere subito i suoi video, ce n’era uno di mezzora con tutti i suoi assist. Volevo capire bene come utilizzarlo. Giocavo con il 4-4-2 da tempo, ma per lui sarei passato al un centrocampo a tre.

Cosa ti ha colpito di lui?

La sua umiltà. Poi abbiamo visto quanto sia ambizioso, quanto volesse bruciare e tappe, ma nel gruppo è stato fantastico e quel suo modo di porsi mi aveva dato la misura del campione.

Ti sorprende vederlo così in alto?

No. E’ un allenatore speciale. Potrei dire addirittura il migliore. Secondo me il suo valore sta nel fatto che è eccellente in tutte le aree, mentre spesso magari un tecnico eccelle in una direzione piuttosto che in un’altra. Lui dal punto di vista tattico è top, ma anche dal punto di vista motivazionale. Sa entrare nella testa dei giocatori.

Da calciatore però ha giocato poco a Como.

Io posso dire che probabilmente lo avrei fatto giocare di più. E quando lo sento, perché ogni tanto lo sento, glielo dico sempre. Poi si sapeva che il suo progetto sarebbe stato allenare e che la società gli avrebbe dato una chance, ma certo non si poteva prevedere questa situazione in tempi così rapidi.

Insomma, il Como in Champions non ti sorprende.

Mi sorprendono i tempi. Ci hanno messo davvero poco. In questo sono stati incredibili. Sapevo che sarebbero arrivati in alto, magari pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, hanno bruciato le tappe.

Qual è il loro valore.

Credo che nessuno faccia calcio come loro in Italia. Vi faccio un esempio. A volte, quando c’è qualche problema in uno spogliatoio, saltano fuori le fazioni, le sacche di potere, lo scontro tra i direttori sportivi, procuratori, allenatore. Qui non succede perché c’è una direzione piramidale, dove tutti remano dalla stessa parte e l’allenatore fa scelte condivise con il club. Un approccio differente che fa la differenza.

Adesso dove può arrivare il Como?

Credo che non gli sia preclusa nessuna possibilità, e dico davvero.

Tu conosci bene anche Ludi.

Incredibile: come con Crippa, il nostro rapporto nacque tanti anni fa. Lo ebbi come giocatore e poi venne a fare il ds in Primavera del Novara, anno in cui vincemmo il campionato. Uno avanti, grande testa. Charlie è perfetto per questa società. Un valore aggiunto.

Hai rimpianti, visto dove è arrivato il Como?

No. Non ho nessun rimpianto perché non si può fare “uno più uno” immaginando una storia che non c’è stata. Non so come sarebbe andata se fossi rimasto, le cose cambiano velocemente, bisogna vivere il presente e basta. L’unico rimpianto, veramente, è non aver potuto salutare i tifosi.

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