Il fascino di Marassi non distrae i lariani. Cesc, pugno al cielo
Presa diretta Prima del riscaldamento, uno sguardo alla gradinata sud. L’ultima immagine della serata è il saluto ai tifosi: ci si vede a casa giovedì
Lettura 2 min.Genova
Genova, città di mare e storia. Non è una trasferta come tutte le altre. Non lo sarà mai. Sfugge dai canoni moderni di un calcio che corre troppo veloce e ricerca il nuovo dimenticandosi di ciò che il passato è stato e ha insegnato. E non potrebbe essere altrimenti. Per la città, coi suoi carruggi, i bar e negozi con insegne che resistono allo scorrere del tempo, i vestiti che cadono dalle finestre. Per il calcio, che si respira ovunque. E poi ci sono il Genoa, club più antico d’Italia, e Marassi capaci di fondersi in un binomio autentico.
(Foto di Fabrizio Cusa)
Il caldo ancora accompagna la giornata, come se nostalgico non volesse lasciar andare questa estate. È tardo pomeriggio. Si arriva allo stadio. Quando si entra impossibile non notare gli infiniti striscioni che riempiono ogni spazio. A fare da padroni i due principali stesi sulla gradinata sud e nord. A destra la scritta “You’ll never walk alone”. A sinistra, invece, quello con la data della fondazione (7 settembre 1893). La più antica in Italia, appunto.
Il fascino di Marassi (definito da Fabregas una piccola “Bombonera”) cattura tutti, anche chi, come Nico Paz, è cresciuto guardando il Bernabeu. Nei minuti in campo per visionare il manto erboso insieme ai compagni, il talento argentino si concede un momento da solo per ammirare la gradinata sud e scattare una foto da custodire.
I giocatori rientrano negli spogliatoi. Gli ultimi sono Smolcic, Ricci e Milla. Lo spagnolo partirà dalla panchina. Al suo posto Perrone. Le curve iniziano a riempirsi. Ci sono anche tanti giovani (nelle ultime stagioni l’età media è scesa da 49 a 42 anni).
(Foto di Fabrizio Cusa)
I giocatori entrano per il riscaldamento. Nico prende subito un pallone. Due elastici e un doppio passo. Poi, prima del saluto ai tifosi comaschi (che canteranno per tutti i 90’), l’argentino si concede un abbraccio e un sorriso con Baturina e Diao. Chi riesce scatti una fotografia. Sarà l’immagine con i protagonisti del match. A qualche metro di distanza Kean si diverte nel torello. Ogni tanto lancia un’occhiata alle sue spalle. Arriverà il suo momento.
“Creuza de mä” di Faber e “Guasto d’amore” di Bresh precedono l’entrata in campo delle squadre. Gli ultimi sono Fabregas e De Rossi che arrivano insieme. Parlano e si abbracciano. Attraversano quel centrocampo che avevano governato da calciatori.
L’arbitro fischia. Osservare i due allenatori è come guardare una partita nella partita. Si assomigliano, animati dalla passione e dall’adrenalina. Cesc dopo poco tira uno schiaffo alla panchina per un errato posizionamento. Pochi secondi e torna ad applaudire i suoi. Marassi non smette di cantare. Dopo il gol del vantaggio di Osmajic. Dopo le tre reti del Como che ribaltano la partita. Il terzo lo fa Nico, allungandosi con il destro. Nel riscaldamento aveva fatto qualcosa di simile per agganciare un pallone. Una bottiglietta lanciata dalla gradinata lo sfiora. Lui la mostra all’arbitro, per poi festeggiare con i compagni.
(Foto di Fabrizio Cusa)
Nella ripresa l’esordio di Kean al 13’ e si capisce perché Cesc lo abbia voluto. Scatto, protezione della palla e assist per la doppietta di Diao. Fabregas alza un pugno al cielo. Nei suoi occhi l’orgoglio per una squadra che è davvero cresciuta. Dopo la prova di maturità di Napoli, eccone un’altra. Diversa, altrettanto significativa. Come a Udine, lo svantaggio iniziale non ha cambiato coraggio e atteggiamento. Il Como ha saputo reagire. E ha vinto. Ultima immagine, il saluto ai tifosi. Con un messaggio: ci vediamo giovedì, c’è la Champions al Sinigaglia.
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