Suwarso: «Champions? Saremo all’altezza»

L’intervista Il presidente del Como dopo la qualificazione: «Sfida bella e difficile. Ci siamo. Dobbiamo crescere molto, niente vacanze per me. Il nostro segreto? Pensare sempre in positivo»

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Como

A Mirwan Suwarso viene da sorridere. Sa di averla combinata grossa, lui e la sua banda di pazzi scatenati. Ma è un averla combinata che, se da una parte certo lo preoccupa (ma preoccupa non è la parola giusta, come leggerete più avanti), dall’altra lo intriga, lo diverte, con quella maniera fanciullesca con cui il presidente affronta ogni sfida senza paura, senza agitarsi, senza andare in ansia. Si stiracchia sul divano della sala lounge del Sinigaglia («Mal di schiena»), e aspetta le domande con un sorriso beato, quasi come a chiederti «perché sei qui?, cosa è successo?». Intenerito dalla presenza del suo figlioletto più piccolo, sette anni, assorto nel suo tablet senza porre attenzione al tourbillon che lo circonda.

Presidente, siamo in Champions.

Lo so bene. Un grande risultato.

Come la affronterete?

Sarà una sfida difficilissima che però rappresenta una opportunità. Dobbiamo alzare il livello. Da oggi lavoreremo per farci trovare pronti.

Avete fatto fuori Milan e Juve. Che effetto fa?

Capisco bene il valore di questo risultato. Milan e Juve rappresentano la storia del calcio italiano. So che da domani lavoreranno per tornare a quel livello, mentre noi lavoreremo per poterci meritare di restare a quel livello. Non banale.

La Champions League nei vostri progetti è un’opportunità o un ostacolo? Un risultato che vi esalta e vi lancia, o una sfida troppo grande sul piano finanziario?

Vedo che tutti parlano del fair play finanziario, senza contare che questo è il nostro obiettivo di sempre. Noi, come sapete, abbiamo l’obiettivo di essere sostenibili, un lungo lavoro per raggiungere l’autosostenibilità finanziaria. Dunque c’è il fair play finanziario della Uefa, ma c’è anche il fair play della famiglia Hartono che sa dove vuole arrivare. Le due cose combaciano, dunque nessun ostacolo. Certo dovremo adesso lavorare per essere una realtà da Champions League. Non è banale. Siamo andati in serie A con una struttura che per certi versi era di serie C o serie B, e abbiamo fatto passi da gigante. Adesso ancora, l’ingresso al massimo livello europeo ci impone un grosso salto in avanti, non solo sul campo, ma anche nella struttura. Un lungo lavoro.

Dunque poche vacanze..

Ah, questo è certo. Forse riuscirò a ritagliarmi due o tre giorni, andrò una settimana a Londra in estate ma poi sarò sempre qui. Sogno un mese di vacanza ma dovrò rimandare questo sogno... (ride, ndr).

Ci spiega qual è il segreto del Como, che tutti definiscono speciale? Tutti, noi compresi, ripetiamo sempre i soliti ritornelli, ma se dovesse raccontare lei, il Como?

Due cose. La prima: abbiamo saputo mettere assieme persone di grande professionalità dalle idee in parte diverse, che collaborano, si intendono, si completano e analizzano con dibattito proficuo i punti che possono essere distanti. Fabregas, Roberts, Ludi, Guindos, Mark-Jan Fledderus e Barend Verkerk, tutti che mettono a disposizione il loro know how per il club e per il risultato. Secondo: abbiamo un approccio sempre positivo. Di fronte a un ostacolo, non ci concentriamo sulla paura di non farcela, ma su cosa si può fare per superarlo. È un approccio molto positivo. Aiuta.

Ci racconta la sua domenica sera?

Ero in tribuna, ma non ascoltavo gli altri risultati, non volevo. Anche se avevo dietro delle persone che ci informavano. Facevo di tutto per non ascoltarli. Poi ho atteso con la squadra quel minuto in cui si aspettava la fine della partita di Milano. Un minuto lunghissimo.

Poi è esplosa la gioia?

Mah, ero molto felice, ma anche già molto concentrato sul lavoro che dovremo fare, che vi assicuro è tantissimo. L’importante è avere equilibrio.

Chi ha visto più felice?

Mah, tutti. Soprattutto i giocatori. E Ruhigi (lo stilista Villanesor, ndr).

Ha festeggiato?

Non sono andato con la squadra a Milano perché avevo con me il mio figlioletto. Era stanco. Siamo venuti a casa, sarà stata la una, la una e mezza. Sentivo la bolgia di piazza Volta, ma non ho potuto affacciarmi perché ero con lui, siamo andati a casa. Ma sentivo la festa dalla finestra. Bello.

La Champions può cambiare il destino di Paz?

Non lo so. Davvero. Bisognerebbe essere nella testa del Real, e noi non lo siamo. A giugno sapremo.

Si aspetta un’altra estate calda con Fabregas?

Logico che alcuni club possano cercarlo, credo sia normale dopo una stagione del genere. Quello che è importante è che siamo in sintonia, che se c’è qualcuno che lo cerca, mi avverte subito come successo in passato. Il giorno che ci sarà un’incrinatura o un’ombra nel nostro rapporto, me ne accorgerei subito. E non sta succedendo.

Ce lo descrive in due parole, l’allenatore?

Uno che sa dove vuole andare e che sa come arrivarci. Molto focalizzato.

Per la Champions quanti giocatori servono?

Abbiamo una riunione importante nelle prossime ore. Non credo una cosa clamorosa. Mi immagino quattro o cinque innesti.

Si è parlato di partenze.

La Champions cambia la maniera di rapportarci con giocatori, procuratori, club. Non date nulla per scontato.

E la nuova curva?

Non guardo il cantiere tutti i giorni. Ma sono soddisfatto. La gente si sorprende della velocità dei lavori? Questione di essere ottimisti.Io lo sono sempre.

Non è che vi siete messi in testa di vincere lo scudetto o la Champions?

(Risata). Lo dissi tre anni fa in un’intervista. Adesso devo stare più attento a come parlo...

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