Comunicato Stampa: “So che tu mi ascolterai, so che tu mi aiuterai”, un romanzo come anatomia di una rinascita
“So che tu mi ascolterai, so che tu mi aiuterai” di Cira Di Feo , pubblicato da Gruppo Albatros Il Filo , prende forma come un racconto lungo, fitto, a tratti documentale, sostenuto da una scrittura che alterna dialoghi serrati e descrizioni distese. È una narrazione che si appoggia alla memoria come a un archivio vivo, pronto a riaprirsi nel punto meno atteso, con un ritmo che somiglia al respiro dopo un trauma: accelerazioni, ritorni, improvvise sospensioni. La scena si consegna subito a Micol, protagonista e io narrante, che chiarisce subito la genealogia del proprio nome, scelto dalla madre in omaggio alla Micol del “Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani.
Quel richiamo diventa una chiave di lettura: il nome come destino simbolico, la percezione di una distanza, la sensazione di abitare una storia che ti precede. Micol dichiara di essere nata a Milano e di vivere a Salerno, porta in sé un’origine ebraica solo onomastica, e proprio per questo sente il peso degli equivoci e delle etichette. La sua identità si costruisce lungo una traiettoria che attraversa l’Italia e l’Europa, insieme al territorio più impervio: quello del corpo, della fiducia, delle promesse tradite.
Il romanzo si muove su una trama sentimentale e professionale che procede per scene dialogate, spesso tese come in una stanza di udienza. Non stupisce che Micol sia un’avvocata che si scopre “negoziatrice nata” , attratta dalla risoluzione alternativa delle controversie, dalla mediazione, dall’idea che un conflitto possa trovare un varco senza essere consegnato interamente al giudice. La pagina registra termini, date, riferimenti normativi, direttive comunitarie, percorsi di lavoro, viaggi per formazione, riunioni, convegni. La vita professionale non fa da sfondo, diventa strumento di libertà e di tenuta, una disciplina che permette di restare in piedi quando l’anima si inclina.
Il desiderio di maternità di Micol si presenta come bisogno d’amore, poi come timore di perdere, poi come accanimento di volontà. L’autrice mostra con precisione la spirale emotiva che accompagna i percorsi di fertilità, la fatica di tenere insieme lavoro, relazione, salute, immagine di sé. La scrittura è capace di avvicinarsi ai dettagli senza compiacimento: lividi da terapia, stanchezze, corse tra città, notti in cui la mente non spegne.
Il nucleo più doloroso si apre nel racconto del 2000, quando Micol rievoca una prima gravidanza dentro un matrimonio che già assomiglia a una gabbia. Il testo ricostruisce la progressione dell’attesa con un realismo che ferisce: la normalità dei giorni, il desiderio che prova a farsi entusiasmo, poi la morfologica come punto di rottura. Il linguaggio medico entra nella vita con la potenza di un verdetto e la tragedia diventa un laboratorio di coscienza in cui si misurano colpa, fede, superstizione familiare, violenza psicologica , e la scoperta che una donna può sentirsi sola anche quando è circondata da persone.
Da questo cratere nasce la Micol adulta, che tenta di rifarsi una vita e che si consegna a un amore carico di passione e di inquietudine. Roberto, medico, entra nella narrazione come presenza magnetica: turni, emergenze, nascita di bambini, diagnosi da comunicare, notti in cui il lavoro di lui invade l’intimità. Il rapporto porta con sé il calore fisico e la paura di essere sostituite, l’ossessione dei messaggi, il sospetto che si insinua nei gesti quotidiani. La storia d’amore è scritta senza idealizzazione, con la lucidità di chi guarda la propria dipendenza emotiva e ne annota i sintomi.
La geografia del libro si allarga. Campania e Lazio restano coordinate fondamentali, poi arriva Bruxelles, chiamata di professione e di destino. Nella città delle istituzioni europee, Micol frequenta corsi, parla inglese, sente la mente dividersi tra lingue e ruoli, studia tutela dei diritti, Corte dei diritti dell’uomo, ricorsi, direttive, mediazione del consumo, insolvenza, protezione delle vittime di reato. In queste pagine la narrazione assume una cadenza quasi saggistica , e proprio qui si avverte una delle originalità più nette del testo: la capacità di far convivere autobiografia e materia giuridica senza spezzare il ritmo emotivo. La dimensione europea non è cartolina, è prospettiva. È il modo con cui la donna prova a dare ordine al caos, cercando una grammatica pubblica per la propria esperienza.
Il dramma giudiziario entra in scena come conseguenza naturale di questo impegno. Compaiono lettere anonime, minacce, denunce, richiami alla prudenza , rapporti con associazioni antiracket e antiusura, procedure esecutive, fallimenti, aste, esposti. La narrazione mostra quanto il confine tra diritto e violenza possa diventare sottile quando si toccano interessi opachi. La tensione cresce per accumulo, come un rumore di fondo che a un certo punto diventa irruzione. Qui emerge la qualità principale della scrittura di Di Feo: trasformare l’esperienza in scena, senza perdere la chiarezza dei fatti.
Il personaggio di Gabriel segna la zona più buia del racconto. Il libro descrive il progressivo avvicinarsi di una minaccia reale, fino all’esplosione di una violenza fisica che toglie il fiato e che costringe la protagonista a misurare il proprio limite . In seguito il testo arriva a una rivelazione ancora più disturbante, legata a una manipolazione prolungata che riscrive retroattivamente stanchezze, torpori, smarrimenti. Sono pagine che non cercano complicità nel sensazionalismo. Cercano una forma di verità, e chiedono al lettore di restare presente.
In questo percorso, l’empatia è una pratica narrativa. Di Feo costruisce attorno a Micol un coro di figure, amiche, colleghi, familiari, professionisti, ognuno con un proprio lessico, un proprio modo di ferire o di proteggere. I dialoghi restituiscono spesso l’imprecisione della vita vera: frasi dette nel momento sbagliato, consigli che arrivano tardi, giudizi che fanno male, slanci che salvano. La protagonista attraversa tradimenti e illusioni, poi impara a riconoscere le dinamiche che la spingono a restare, a giustificare, a colpevolizzarsi.
Lo stile del romanzo vive di una sincerità operativa. L’autrice cerca il punto in cui la parola coincide con la necessità dei personaggi e delle loro emozioni. Il risultato è un testo che ricorda, per certe tensioni tra corpo e coscienza, la tradizione della confessione moderna e di una autofiction che non rinuncia alla cronaca. In alcuni passaggi si sente un’eco di Elena Ferrante per il modo in cui il vissuto diventa materia spigolosa, in altri si intravede una parentela con la scrittura testimoniale che usa il dettaglio tecnico come prova di realtà.
L’interesse del libro risiede anche nella sua utilità. “So che tu mi ascolterai, so che tu mi aiuterai” mette in mano a chi legge un’esperienza complessa: l a perdita, la ferita relazionale, la vulnerabilità dentro dinamiche di potere, la resilienza che passa attraverso lavoro, studio, rete, consapevolezza . È un romanzo che parla a molte donne, parla anche a chi opera nel diritto e nella cura, perché mostra come il dolore privato diventi questione pubblica quando incontra istituzioni, procedure, tutela, protezione. Alla fine resta una domanda semplice, che somiglia a un patto: a chi si può consegnare la propria verità, e quale forma di ascolto rende possibile la vita dopo.
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