Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Nulla resterà

Lug 23 2014

C’era un tempo - oscuro, infido e pericoloso ma, a modo suo, nobile - in cui sui fattacci che accadevano nessuno diceva una parola. Mi scuso in partenza se queste me considerazioni appariranno ciniche o, peggio, irridenti: il tema, me ne rendo conto, è serissimo. Non è colpa mia, però, se tutto ciò che lo circonda sta piano piano sprofondando nel ridicolo.

Torniamo a bomba. Dicevo del tempo in cui le malefatte venivano protette da una coltre di silenzio. Non parlavano i mafiosi, parlavano poco i terroristi, si rifiutavano di raccontare la verità al pubblico le autorità più elevate e lo Stato - anzi, gli Stati - mantenevano nei confronti del cittadino un atteggiamento paternalistico: meno sa, meglio è per lui.

Abbiamo combattuto duramente contro questa cultura dell’omertà, dell’omissione, del silenzio e della reticente benevolenza. Risultato: ci ritroviamo oggi in un mondo dominato dalla chiacchiera, dalla prova e dalla anti-prova, dalla “testimonianza esclusiva” e dalla “smentita ufficiale”. La verità, lungi dall’essere una e indiscutibile, come nei secoli si è sempre auspicato, si moltiplica a necessità delle parti in causa.

Leggo dell’aereo precipitato in Ucraina. Gli americani hanno «le immagini» del missile lanciato dai separatisti filo-russi, i russi hanno «le prove» della presenza di un caccia ucraino nel cielo al momento del disastro. Tutti hanno documentazione, testimonianze, riscontri del satellite, resoconti di testimoni «attendibili» e tutti, come giocatori di poker, lasciano vedere soltanto le carte che hanno convenienza a esibire. Non sembra, oggi, più dignitoso il silenzio colpevole di un tempo, la stolida omertà, perfino il cinico depistaggio? Non c’è verità nel pollaio delle «prove», degli «esperti» e dei «riscontri»: solo l’immenso cinismo di una congrega umana che sempre più assomiglia a un talk show. Parlate, parlate: nulla resterà.

Mario Schiani

Il pericolo più grande

Lug 22 2014

Quando un missile vola nel cielo e abbatte un aeroplano con 295 persone a bordo - alcune dirette in vacanza, altre a casa e altre ancora, come è accaduto con il velivolo malese, prossime a una conferenza tra studiosi dell’Aids - viene da riflettere, e tanto, sui pericoli che ci circondano. Non c’è altra questione, in realtà. I pericoli insiti alla condizione umana, e pertanto inevitabili, li conosciamo, quelli fabbricati dalle nostre stesse mani, un po’ meno.

Qualcuno, dotato di cervello, iniziativa e perfino un poco di faccia tosta, si è dato da fare per stilare una lista delle “Cinque più grandi minacce all’esistenza dell’uomo”. Il risultato, come vedremo, ci porta al futuro partendo decisamente dal passato.

Secondo l’autore della lista, il danno ancora oggi più serio per che l’uomo può portare a se stesso è quello di una guerra termonucleare. È ben vero che solo in due occasioni - Hiroshima e Nagasaki - la bomba atomica è stata effettivamente impiegata, ma da allora gli arsenali sono cresciuti in modo esponenziale e, cosa anche peggiore, la loro accessibilità si è frammentata. Uno scambio di legnate nucleari, insomma, non è affatto impossibile e, sotto un certo profilo, risulta perfino probabile.

Pericolo numero due: un’epidemia biotecnologica, ovvero provocata da un accidente fabbricato in laboratorio. Il rischio di contaminazioni dolose è basso, ma il potenziale aggressivo degli agenti patogeni cresce di continuo e incidenti sono sempre possibili.

Terza minaccia: le superintelligenze. La potenza e la velocità di calcolo dei computer è una gran bella cosa, ma può facilmente venire male indirizzata. Al quarto posto troviamo le nanotecnologie, il cui impiego nel settore militare potrebbe fornirci presto di armi devastanti.

Infine, minaccia, numero cinque, «il pericolo che ancora non conosciamo». Parrebbe un’ingenuità, da parte del nostro esperto, concludere così la lista. Se non che, lo sappiamo, ha ragione: siamo sempre stati il nostro peggior nemico. Perché sottovalutarci proprio adesso?

Mario Schiani

Lettera a Ludovico

Lug 21 2014

In tempi di precariato, di “mobilità” e contratti a scadenza ravvicinata come i latticini, sarà forse utile per i giovani, ma non solo, padroneggiare l’arte di compilare un Curriculum vitae. È vero che molti esempi vengono forniti online e, addirittura, i migliori software di scrittura offrono schemi preconfezionati facili da compilare con le proprie informazioni personali, ma il tono, la “voce” unica e riconoscibile che, da questi profili dovrebbe uscire sicura e convincente, quella certo non la si ottiene muovendosi sui binari di una prosa formale ma grigia o, tantomeno, riempiendo gli spazi bianchi di un modulo.

Piuttosto, potrebbe essere utile riferirsi a un esempio brillante e di successo. In questo, nulla di meglio della lettera che, nel 1482 o giù di lì, Leonardo da Vinci scrisse a Ludovico Sforza, signore di Milano, per offrigli i suoi servizi.

Breve senza essere telegrafica o scarna, precisa senza mancare di cuore e fantasia, la lettera è, a modo suo, un capolavoro tanto quanto la Dama con l’ermellino. In dieci agili punti, Leonardo elenca altrettanti modi in cui potrebbe rendersi utile al suo Signore. Nove di questi punti riguardano faccende guerresche - Leonardo afferma di poter costruire ponti mobili, cannoni e catapulte e sostiene di poter «distruggere qualunque fortezza» - l’ultimo, si concentra, «in caso di pace», su virtù ingegneristiche civili: «Posso darvi soddisfazione in ogni campo dell’architettura, sia per edifici pubblici che privati e nel convogliare acqua da un luogo all’altro». Le sue doti nella scultura e nella pittura sono sbrigate in due righe, quasi fossero un passatempo.

Nella chiusa, Leonardo assicura di poter dimostrare in ogni momento che quanto ha detto più sopra è la pura verità: un’affermazione fatta con inconfondibile sicurezza, elegante disinvoltura e, insieme, sincera umiltà. A rendere esemplare il suo tono è,credo, la certezza del saper fare. Mi chiedo che cosa renda le nostre parole, oggi, così balbettanti.

Mario Schiani

Colpevoli di innocenza

Lug 20 2014

Siamo abituati a considerare le tragedie sotto un profilo sentimentale. Ci toccano, ci commuovono, ci spaventano. Peccato: se la nostra visione riuscisse a essere un poco più ampia e oggettiva, scopriremmo che, dietro i disastri, i lutti e gli orrori, non di rado si nasconde il progresso. Magari non un progresso per tutti, ma certamente per qualcuno.

Facciamo il caso di quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni. Nei cieli dell’Ucraina un missile colpisce un aereo di linea: 295 civili morti. In Medio Oriente, il conflitto tra israeliani e palestinesi provoca vittime in grande maggioranza tra la popolazione civile, in particolare nel perimetro di Gaza. Riflettendoci, non si può non scorgere un grande progresso per i militari: continuano a fare la guerra ma non rischiano quasi nulla. In altri termini: loro sparano, noi crepiamo.

È un paradosso, ma neanche tanto: i militari sanno dove si fa la guerra, quando, con che cosa di spara e dove, sparando, si mira. Noi civili non sappiamo niente di niente. Certo, i mezzi di informazione ci dicono che esistono parti del mondo con conflitti in corso. Sappiamo che, a Baghdad, se si desidera fare una passeggiata serale, oltre al maglioncino è opportuno portarsi un giubbotto antiproiettile. Ma è tutto molto vago, indistinto, impreciso. Poco sappiamo dei conflitti, delle forze che li alimentano, dei rischi di contagio che presentano e delle dinamiche - calcolatrici, vili e ricattatorie - che li muovono. In sostanza, non sappiamo niente di niente. Ci fidiamo e basta: facciamo i turisti, quando possiamo, e ci imbarchiamo sulle navi, sugli aerei, prendiamo i treni e noleggiamo le automobili. Il tutto nella convinzione, ingenua, di esistere in una società che rispetta ed esalta la vita e mette a frutto il progresso allo scopo supremo di difenderla e migliorarla. Niente affatto: la vita deve valere ben poco, in questo mondo, se a perderla è spesso chi è colpevole soltanto di innocenza.

Mario Schiani

Musica in pillole

Lug 19 2014

Ogni mattina, per tutti noi, c’è un incontro pressoché inevitabile: quello, in bagno, con l’armadietto dei medicinali. Ciò accade perché il citato armadietto si trova, molto spesso, nei pressi dello specchio, a volte addirittura dietro a esso, e il quotidiano, anche se approssimativo, restauro al quale dobbiamo sottoporci, impone, appunto, la dolorosa necessità di confrontarci con la nostra immagine riflessa. In tutto questo, da oggi, c’è almeno un risvolto positivo: dell’armadio delle medicine non avete più bisogno. Non solo potere buttar via il callifugo che ivi giace dal 1974 - per quanto, ormai, abbia un certo valore per i collezionisti -: anche l’aspiriname recente non vi servirà a nulla, non più. Tutto ciò di cui avete bisogno è musica.

Spotify, servizio di musica on demand e streaming, ha portato a termine uno studio inteso a identificare i brani più “emozionali”, ovvero quelli che agiscono più in profondo e più velocemente sui sentimenti e li stimolano. Per ogni sentimento, un brano specifico. Facciamo qualche esempio: se volete sorridere, la canzone perfetta è “Birthday” di Katy Perry; la tristezza, al contrario, è meglio evocata da “I need” di OneRepublic. Un incremento dei livelli di ottimismo si può ottenere grazie alla somministrazione di “Best day of my life” degli American Authors, mentre per sfogare la rabbia niente di meglio che “Bad” di David Guetta. Se poi ci si trova nella necessità di superare una difficoltà e vincere una paura, allora sotto con i Coldplay: “Magic” guarirà ogni vostra incertezza.

Che la musica avesse un alto potere “emozionale”, non lo scopre Spotify. Sorprendono, tuttavia, queste “prescrizioni” così precise, indiscutibili e indistinte. Mi chiedo che cosa si penserebbe di me sapendo che, per star bene, ancora mi faccio una dose di Beach Boys e, in quanto a malinconia, niente supera una goccia di “A day in the life” dei Beatles. Roba vecchia, lo so, ma non credo sia scaduta.

Mario Schiani

Irresistibile a chi?

Lug 18 2014

Se, nel futuro, a qualcuno venisse l’uzzolo di sceglie un aggettivo, uno solo, per definire la nostra era, ecco che il sottoscritto avrebbe pronta una candidatura, e sarebbe disposto a sostenerla con impegno e calore. L’aggettivo è “irresistibile” e più lo leggo e lo sento, più mi faccio convinto che rispecchi alla perfezione i nostri tempi.

Non perché siano tempi davvero “irresistibili” - c’è molto da resistere, questo è vero, ma per chi voglia farlo l’impresa non è impossibile - quanto perché, appiccicato a ogni cosa e a ogni circostanza - l’aggettivo deve avere per noi un fascino molto particolare, al punto da nascondere qualche tratto della nostra sensibilità collettiva.

L’ultima cosa “irresistibile” in cui mi è capitato di imbattermi - “irresistibile”, tengo a dirlo, perché così definita a caratteri di stampa - è un video nel quale si fa la parodia dell’inglese volonteroso ma largamente imperfetto del premier Matteo Renzi. Un montaggio buffo, forse perfino divertente, ma per nulla “irresistibile”: resistervi, infatti, era questione di un minuto e lo sforzo richiesto, credo, minimo per chiunque.

Ma “irresistibili”, oltre al video di cui sopra, sono mille e più mille cose, ogni giorno: sughi al pomodoro, scarpe firmate, commedie sentimentali, servizi da tavola, stelline televisive,patacche da catalogo, riviste modaiole, comici improbabili, villaggi turistici, yogurt gelati, fotografie di gattini appiccicate su Facebook, poesie alla melassa, canzoni rimasticate, calendari patinati, gadget di dubbia utilità e perfino persone dall’ostentato e un po’ ridicolo portamento sessuale.

Ci si immagina, insomma, come una massa di edonisti soggetti a continue tentazioni che spingono ora a consumare, ora a piangere, ora a godere, ora a spettegolare. Nulla di male in tutto ciò se non fosse che, alla radice, c’è la convinzione che resistere non si può ma, soprattutto, non si deve.

Mario Schiani

Buoni e cattivi

Lug 17 2014

In teoria il concetto è semplice: bisogna essere gentili e servizievoli perché conviene. La gentilezza e l’altruismo, in altre parole, sono atti di grande egoismo e siccome l’egoismo appartiene alla nostra intima natura, essere egoisti, e dunque gentili, dovrebbe venirci facile. Nella realtà, le cose non funzionano così, se è vero, come è vero, che di gentilezza in giro non si può dire ce ne sia in abbondanza.

Ma andiamo a capo e cerchiamo di chiarire. Molte ricerche dimostrano che la gentilezza nei confronti del prossimo e l’aiuto prestato agli altri sono estremamente benefici. Non per gli altri, attenzione: per noi stessi. Chi mantiene un profilo cordiale e offre parte del suo tempo per servizi di volontariato ottiene in cambio un sovrappiù di salute: il livello di stress si abbassa, tanto per incominciare, e il generale benessere psicofisico entra in una spirale benigna. Addirittura, in alcune circostanze si arriva al punto di indirizzare verso servizi di volontariato persone che lottano contro l’assuefazione a droghe o alcol, o che stanno affrontando il dolore di una perdita in famiglia.

Ecco perché, per paradosso, l’altruismo è egoistico: ci procura più benefici di una dieta salutare e, nel contempo, solletica i centri del piacere quanto se non meglio di una tavoletta di cioccolato. Siccome un po’ egoisti lo siamo tutti, non dovrebbe essere difficile essere anche altruisti. Ma qui torniamo alla domanda di cui sopra: se tutto ciò è vero, perché di gentilezza al mondo non ce n’è in abbondanza e, anzi, spesso bisogna andarsela a cercare come farebbe un soldato che balza dalla trincea, a zigzag tra un “vaffa” e l’altro nella speranza di non essere colpiti?

Forse perché - ma è solo un’idea - attribuiamo ancora alla gentilezza un valore assoluto e non ci riesce di considerarla un banale tornaconto. Se non possiamo essere gentili con disinteresse, almeno siamo maleducati senza secondi fini. Il prossimo, al diavolo, ce lo mandiamo proprio di cuore.

Mario Schiani

Autografi e selfie

Lug 16 2014

Ora che tutti parlano di “selfie” e, più che parlarne, lo praticano a mani basse, vale la pena riflettere sul fatto che le novità alle quali noi tutti portiamo il nostro contributo di entusiasmo e di conformismo sono tali a spese di cose che, all’improvviso, si scoprono sorpassate e inutili.

Il sospetto era in giro da tempo - bastava pensarci su, in effetti - ma ora che Taylor Swift, cantautrice e attrice americana, lo ha scritto sul Wall Street Journal, non c’è più dubbio alcuno: il “selfie” prospera sul cadavere eccellente dell’autografo.

Il fan che, un tempo, si ritrovava faccia a faccia con un personaggio famoso doveva rimediare un pezzo di carta e una penna perché esso potesse lasciargli una traccia di se stesso: l’autografo, appunto, meglio se accompagnato dalla sua devota sorella, la dedica; oggi, il fan di cui sopra, agguanta il telefonino e chiede alla persona toccata dalla celebrità di condividere con lui o lei lo spazio di un’inquadratura. Un clic ed ecco ciò che un tempo era l’autografo addensarsi in un rettangolo di pixel. Tutto più veloce, pratico, altrettanto - se non più - indelebile e, soprattutto, efficace: vuoi mettere uno scarabocchio con la faccia di [inserire qui il personaggio preferito] accanto alla nostra?

Ma è proprio vero che il “selfie” - o “autoscatto” come insisto a chiamarlo - rappresenta la perfetta evoluzione tecnologica dell’autografo? Non si tratta, forse, di due cose diverse? Una fotografia è un istante messo sotto vetro: si conserva perfettamente ma è intangibile. Una firma, per nostra sensibilità e cultura, è uno sbaffo che, attraverso la mano, si vuole arrivi direttamente dall’intima natura della persona che lo lascia: un riconoscimento di potestà, un attestato di partecipazione, un’accettazione di responsabilità. Non a caso, l’autografo aggiunge valore all’oggetto sul quale è posto. Il “selfie”, al contrario, ne sottrae un po’ a chi, come i moscerini, si accalca sotto la luce della fama.

Mario Schiani

Il carro multietnico

Lug 15 2014

Va bene: ancora una sui Mondiali e poi possiamo farla finita, almeno per un po', con il calcio, di cui ci siamo ingötzzati (piaciuta questa?) per un mese. L'ultima analisi la dobbiamo alla ricerca, condotta da uno specializzato gruppo di psicopatici, sull'andamento del tifo nel mondo durante la manifestazione. Lo studio si fa interessante quando rivela le “seconde scelte” del Paesi: una volta eliminata la squadra “di bandiera”, come si sono comportati i tifosi?

Premessa: per condurre lo studio i ricercatori di cui sopra si sono basati sui “post” di Facebook. Un campione limitato, ma diffuso e a suo modo rappresentativo. I dati globali, ovvero rapportati a tutto il mondo, ci dicono che, ai blocchi di partenza, il 31 per cento dei tifosi era per il Brasile, poi veniva un 12 per cento a testa per Messico e Stati Uniti, 6 per cento a testa per Argentina e Portogallo e 5 per cento per l'Italia. La Germania destinata al trionfo non compare che ai quarti di finale, quando si attesta all'8 per cento, dietro Brasile (45), Colombia (24) e Argentina (10). Alle semifinali, l'Argentina sorpassa il Brasile (34 contro 32 per cento) davanti a Germania (26) e Olanda (9). Con il Brasile (e l'Olanda) fuori dai giochi il tifo se lo spartiscono ovviamente Germania e Argentina: 55 per cento per la prima e 45 per la seconda. Vincere alla grande, evidentemente, attira simpatie: perfino ai tedeschi.

E in Italia? Beh, sarà interessante sapere che, alla partenza, solo il 77 per cento degli italiani tifava Italia: un altro 8 per cento era decisamente schierato per il Brasile. Non è il dato “peggiore”: in Nigeria il 24 per cento tifava Brasile, contro un 23 per cento schierato per il team nazionale. Tornando a noi, è interessante vedere come il gradimento per la Germania salga esponenzialmente di turno in turno: 7 per cento agli ottavi, 10 ai quarti e 44 nelle semifinali. Sintomo evidente di un assalto al carro del (probabile) vincitore. Ma consoliamoci: in questa attività non eravamo soli. Quest'anno il carro, affollatissimo, si è rivelato decisamente multietnico.

Mario Schiani

Scommessa mondiale

Lug 14 2014

Mancano poco più di tre ore alla finalissima quando raggiungo la signora Malinpeggio sulla sua panchina.

«Buongiorno, signora. Le va di fare una scommessa? Sono convinto che, perfino lei, maestra indiscussa di pessimismo, non è in grado di trovare una sola nota negativa in questi Mondiali di calcio. Mi riferisco alla manifestazione nel suo complesso, non alle sorti delle singole squadre. Capisco bene che, volendo scendere nel dettaglio, un indizio di pessimismo lo si sarebbe potuto trovare nella pupilla di Paletta, ma non trova che, in generale, l’atmosfera sia stata festosa e rilassata, divertente e pacifica? Scommetto che non sarà in grado di trovare neppure un lato negativo in tutto questo mese di partite e spensierate discussioni»

«Che cosa mi dice di Paola Ferrari?»

«D’accordo. Ma, via, non vorremo identificare tutto il Mondiale con lei?»

«Caressa?»

«Anche qui, le mie condoglianze. Però vale lo stesso discorso».

«Non le sembra ragione di pessimismo il fatto che il giocatore attorno al quale si è costruita tutta la baracca - Neymar da Silva Santos Júnior – si sia rotto poco prima delle partite più importanti?»

«Onestamente, no. Fa parte del gioco. Una disdetta per lui e per i brasiliani, non per lo spirito internazionale dell’intera manifestazione. E poi, diciamocelo, una storia di vita da cui trarre una morale, un insegnamento, una filosofia».

«Che sarebbe?»

«Mai dare le spalle a uno che si chiama Zuniga».

«E della traversa colta da Mauricio Pinilla in Brasile-Cile? Non è l’immagine perfetta dei nostri sogni che si infrangono contro la realtà?».

«Dal punto di vista brasiliano, è invece la sorte che aiuta l’entusiasmo e la fantasia».

«Vedo che si è preparato. Ma la scommessa la vinco io. E sa come?»

«No».

«Chiedendole questo. Come mai, se è un Mondiale, alla fine vince sempre un Paese solo?»

Mario Schiani

Germania e noi

Lug 13 2014

C’è in giro talmente tanta ostilità nei confronti della Germania - del Paese in generale e della squadra che stasera lo rappresenterà nella finale dei mondiali di calcio - che, quasi quasi, vien voglia di dire: «Tifo Germania».

È più difficile di quanto non si pensi dire «tifo Germania». Di colpo, scorrono davanti agli occhi immagini familiari. Tardelli che urla dopo il gol nella finale del 1982. Nino Manfredi tinto di biondo che cerca di mescolarsi ai nordici nel film “Pane e cioccolata” di Franco Brusati : non ce la fa e, al gol dell’Italia, sbrocca. E ancora, Totò che, ne “I due colonnelli”, al maggiore Kruger certo di avere «carta bianca» replica con l’invito a pulircisi il culo. Possiamo poi dimenticare Vittorio Gassman, eroe a sorpresa ne “La Grande Guerra”? Accettando di morire davanti al plotone d’esecuzione, all’ufficiale austriaco che lo interroga risponde: «Mi te disi propi un bel nient, hai capito?» E aggiunge un sonoro insulto lombardo.

Insomma, per cultura, temperamento e tradizione tutto in noi urla che stare dalla parte dei tedeschi è sbagliato. Unica eccezione conosciuta, l’armistizio permanente che i brevilinei mediterranei concessero tempo fa alle altitudini giunoniche delle Kessler e quello, più recente, ottenuto dalla bellezza indiscutibile di Claudia Schiffer. Tutto il resto racconta di nemico storico, trincee opposte, guerre mondiali, semifinali, finali, Bundesbank, spread, Merkel. Racconta del timore (in qualche caso giustificato) di sentirci disprezzati e della paura che incute la volontà ferrea intuita dietro gli occhi azzurri.

Per reazione, abbiamo sempre esaltato la nostra fantasia sulla loro organizzazione, il nostro talento sulla loro preparazione, la nostra creatività sulla loro disciplina. Chissà? Forse è venuto il momento di riconoscere che, in fondo, organizzazione, preparazione e disciplina possono essere buone qualità umane, tanto quanto fantasia, talento e creatività. Solo per stasera, magari, solo per una partita. Non per dire «tifo Germania», questo no, ma per provare l’ebbrezza di non odiarla.

Mario Schiani

L’ultimo tabù

Lug 12 2014

Molti, in questi giorni, hanno ironizzato sul fatto che Roberto Calderoli, senatore leghista con polenta incorporata, è da considerarsi a tutti gli effetti un “padre costituente”, questo alla luce del suo contributo alla riforma (in corso) del Senato della Repubblica. In effetti, nel passato anche recente, Calderoli si è distinto per qualche uscita non proprio istituzionale e per atteggiamenti che, in diplomazia, si consiglia di evitare, come quello di provocare guerre di religione.

In ogni caso, secondo me, c’è poco da ironizzare e ancor meno da scandalizzarsi: ogni contributo all’adeguamento della Carta costituzionale alle esigenze più moderne è ben accetto, basta che sia ponderato, saggio e soprattutto efficace. Meglio ancora se dalla Costituzione si riuscisse a scrollare un po’ di polvere e a rimetterla in circolo non tanto come un testo sacro, quanto come qualcosa di abbordabile, familiare e perfino divertente.

Oltre alla doverosa fiction su Raiuno, con Beppe Fiorello nella parte degli articoli 1 e 2 e Vittoria Puccini nella parte di una tentatrice Disposizione Transitoria, la Costituzione potrebbe avere una versione a fumetti, aprire un profilo su Facebook e un account su Twitter e, assolutamente indispensabile, dovrebbe incominciare a pubblicare foto in costume da bagno su Instagram.

Utilissima sarebbe anche la versione rap della Carta, affidata a cesellatori della rima come J-Ax (il filosofo che ebbe ad annotare: “La vita e la bici hanno lo stesso principio: devi continuare a muoverti per stare in equilibrio”) e Frankie hi-nrg MC (“Eventi che lenti insidiano le menti delle genti”). Infine, e soprattutto, l’abbattimento dell’ultimo tabù con la versione a luci rosse della Carta costituzionale. Molta azione e dialoghi asciutti tra i padri costituenti (di sesso opposto, ma non necessariamente): «Vieni che ti mostro il nuovo articolo», «Caspita, com’è grosso!».

Mario Schiani

Pezzi di ricambio

Lug 11 2014

Avremo tutti presente, credo, quella regola insindacabile - e, di fatto, insindacata - dell’evoluzione: il forte prevale sul debole e lo elimina dalla competizione. In natura, lo lotta per la sopravvivenza non ammette, letteralmente, debolezza alcuna. Pena ultima e inappellabile: l’estinzione. Curiosamente, la pietà è un esercizio solo umano. Proprio come il suo contrario: la crudeltà.

Questa storia del forte che annichilisce il debole non è però del tutto estranea alla nostra esperienza: lo sa chiunque, a scuola, si sia visto portar via la merenda da un bullo. Consuetudini sociali, cultura, educazione e leggi tendono a mitigare, nel consesso umano, la dura legge naturale: non del tutto, però, e non per sempre.

La legge del più forte rimane uno dei pilastri dell’evoluzionismo ma, trattando appunto di una teoria secondo la quale tutto procede, cambia e si adatta, non poteva rimanere inalterata nei secoli: sarebbe stata una contraddizione. Ecco infatti che alcuni studiosi, oggi, la rimettono in discussione e se non la condannano all’oblio, almeno vi aggiungono una postilla di importanza non trascurabile.

In sostanza, i più moderni evoluzionisti sostengono che la legge del più forte, pur rimanendo sostanzialmente valida, va rivista nelle sue conseguenze: non è vero che l’esemplare più robusto, agile, aggressivo e intelligente spazzi via del tutto quello debole, lento, pusillanime e stupido. Al contrario, l’evoluzione prevede un meccanismo per cui, fatta salva la prevalenza del forte, al debole sia garantito un margine di sopravvivenza, sia pur limitato. La ragione starebbe nel fatto che alla base dell’evoluzione c’è soprattutto la sopravvivenza a lungo termine e ciò che accadrà domani, per non dire dopodomani, non è mai prevedibile. Ecco perché il forte non distrugge completamente il debole: ciò che è robusto oggi potrebbe non esserlo domani e altre costituzioni organiche potrebbero tornare utili. In sintesi: non è vero che il forte cancelli il debole. È molto peggio: lo mette da parte per farne un pezzo di ricambio.

Mario Schiani

Pioggia spietata

Lug 10 2014

Piove acqua sulle nostre teste, piove fango nelle nostre scarpe, piovono palloni nella porta del Brasile. Per qualche ragione, queste giornate di luglio - fatta eccezione per pause comunque illusorie - sembrano segnate dalla pioggia.

La pioggia, per la maggior parte di noi, presenta più controindicazioni che benefici: intralcia le nostre attività all'aria aperta, inumidisce ciò che vorremmo asciutto, intristisce le anime sensibili e, quando esagera come in questo periodo, ingrossa i fiumi e combina danni molto seri.

L'unico rifugio, non dalla pioggia ma dai suoi effetti nefasti, è la letteratura. In essa, la pioggia fa ambiente. Al cinema, può addirittura esaltare il romanticismo di una scena: penso a “Colazione da Tiffany”, con il fradicio bacio finale cui fa da testimone un perplesso gatto color zenzero. Nei libri, la pioggia riesce a far anche di più. L'esempio per me magistrale lo fornisce William Somerset Maugham in un racconto intitolato, appunto, “Pioggia”. In esso, un missionario troppo rigido e un'ex prostituta troppo debole si fronteggiano fino al crollo e al dramma inevitabile: il suicidio di lui. L'azione, che si svolge in un'isola del Pacifico meridionale, è tutta incapsulata in una pioggia torrenziale che tormenta i personaggi impedendo loro di uscire da se stessi. Ma ecco come la vede uno dei protagonisti del racconto, il dottor Macphail, impotente testimone della prossima tragedia:

“Il dottor Macphail guardava la pioggia. Cominciava a dargli sui nervi. Non era la pioggerella inglese, che cade gentilmente sulla terra; era una pioggia spietata, in qualche modo terribile; ci sentivi la malignità delle forze primordiali della natura. Era un diluvio celeste, e batteva sul tetto di lamiera con un'insistenza esasperante. Sembrava animata da un'intima rabbia. E a volte ti veniva da urlare perché smettesse, e poi d'un tratto ti sentivi impotente, come se ti fossero d'improvviso ammollite le ossa, ed eri infelice e scoraggiato”.

Mario Schiani

Chiave cerebrale

Lug 09 2014

A nessun paziente si vorrebbe augurare quanto accaduto a una signora di 54 anni, la cui identità non è stata rivelata, la quale, finita sul tavolo operatorio per motivi neurologici, si è vista trattare dai medici in modo davvero singolare.

I chirurghi si erano finalmente decisi a ispezionare il suo cervello per individuare le cause delle terribili crisi epilettiche che la tormentavano da tutta la vita. Invece, hanno individuato qualcos’altro e, sorpresi, hanno dimenticato l’epilessia per dedicarsi a questa nuova scoperta. In pratica, i medici si sono accorti che stimolando con l’elettricità una piccola porzione dell’encefalo ottenevano di “spegnere” la coscienza della signora. In altre parole, la donna appariva sveglia ma del tutto incapace di rispondere a ogni stimolo. Un’altra applicazione di elettricità e la povera paziente, come se un’interruttore fosse scattato, tornava in pieno possesso di se stessa.

Nel descrivere la scoperta, i chirurghi in questione hanno voluto fare un paragone con il meccanismo di accensione di un’automobile. Secondo loro, nel corso dell’intervento avrebbero individuato proprio la chiave di avviamento del motore cerebrale: una “serratura” ben definita e minuscola, tanto che bastava spostare lo stimolo elettrico di un paio di millimetri perché il sorprendente effetto scomparisse. La conclusione dei medici è che, proprio come accade per le parti che costituiscono un veicolo e gli consentono di spostarsi, la coscienza umana è il frutto di un complesso meccanismo, di una lunga serie di ingranaggi che si muovono all’unisono: il loro controllo, tuttavia, passa solo e soltanto da questa minuscola “porta”, situata nei paraggi di una parte dell’encefalo denominata “claustrum”. Non so a quali altre scoperte, a quali nuove terapie e a quali inedite applicazioni condurrà questo curioso “incidente” chirurgico. Posso dirvi che dopo il blocco d’accensione io attendo fiducioso la scoperta, nel cervello, di una bella ruota di scorta.

Mario Schiani
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