Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Parole scritte

Ott 25 2014

Che cosa succede nella mente di uno scrittore - uno scrittore vero, intendo - quando fa ciò per cui è nato: scrivere, appunto? La domanda è interessante, la risposta molto difficile. Quanto vediamo - leggiamo - è il prodotto di un processo attivo nella mente dello scrittore, ma è un prodotto raffinato, ovvero sottoposto a correzioni, ripensamenti, ripetute stesure. La domanda punta invece a catturare - a fotografare, in qualche modo - il processo mentre è in corso, non quando si è cristallizzato, sedimentato in una pagina, in un romanzo, una poesia, un racconto o, sublime vetta dello scrivere, una “buonanotte”.

C’è chi ha voluto andare in fondo alla questione: la ricercatrice Katharina Erhard che ha unito le università tedesche di Greifswald e Hildesheim in uno sforzo comune. I citati atenei hanno raccolto venti scrittori “esperti” per metterli a confronto con 28 “dilettanti” o, se si preferisce, “novizi”. Entrambi questi gruppi sono stati invitati a scrivere mentre macchine apposite - scanner cerebrali - registravano l’attività dei loro lobi.

Ebbene, non c’è dubbio: nella testa degli scrittori accade qualche cosa di straordinario. È difficile e forse inutile riportare qui la relazione tecnica stesa da Katharina Erhard e dai suoi collaboratori. Basti dire che gli stessi scienziati sono rimasti a bocca aperta. Una delle caratteristiche più sorprendenti emerse nel gruppo degli scrittori esperti è stata la significativa attivazione degli elementi dell’encefalo deputati al controllo della parola. Non la parola scritta, si badi: di quella parlata.

È come se le frasi forgiate dalla scrittura nascessero pronte per essere dette, e dunque al massimo della tensione comunicativa, ma sono anche il frutto di un'elaborazione profonda e inesplorata. Estratta dal crogiuolo della fantasia, dell’esperienza e dell’inconscio, la scrittura, in virtù del talento creativo, si incarna dunque come originale e decifrabile insieme. Nuova e antica. Sconosciuta e amica. Un miracolo, e il bello è che solo uno scrittore potrebbe descriverlo.

Mario Schiani

Crediti e cadaveri

Ott 24 2014

Forse saprete (o forse no: perché dovreste?) che da quest’anno anche i giornalisti sono tenuti ad assolvere l’obbligo della Formazione professionale continua (Fpc). In conseguenza di ciò, ogni iscritto all’Ordine deve frequentare corsi di aggiornamento in modo da ottenere, nel triennio, 60 crediti formativi, di cui almeno 15 all’anno.

Per quanto non mi si conosca un temperamento ribelle, sono tentato dall’ignorare questo obbligo e vorrei esporre qui le ragioni del mio rifiuto.

Ragione n.1: sono pigro. Ragione n.2: siccome nel linguaggio quotidiano di redazione i “crediti” spesso diventano “punti”, da mesi vivo circondato non più da colleghi ma collezionisti in cerca del premio finale (una pentola a pressione, se ho inteso bene). Ragione n.3: la professione ha superato da un pezzo la necessità di corsi d’aggiornamento e abbisogna piuttosto di rianimazione artificiale.

L’urgenza di una simile, drammatica procedura la si riscontra in tanti casi. Mi limiterò a citarne uno, riportando uno stralcio dell’editoriale pubblicato giorni fa da un quotidiano lombardo (non importa quale quotidiano - non è questo, comunque - e neppure importa l’autore del pezzo):

«...Salvini ha anche lui cambiato verso al modo di fare politica. Nessuna ospitata tv rifiutata, se hai bisogno di sapere in tempo reale la sua opinione sul tema di quell’ora della giornata il cronista ’legologo’ va su Facebook e trova la risposta. Un bel copia e incolla, telefonata e fatica risparmiate, e quel che pensa la Lega lo sai subito. Finiti i tempi delle lunghe attese sull’asfalto di via Bellerio...»

Scrivere un editoriale per elogiare Salvini è più che legittimo, ma se, nel contempo, si sente il bisogno di celebrare la comodità del “copia e incolla” e si rivendicano addirittura, tra nostalgia e sentimento, le ore spese in strada a mendicare la battuta di un politico invece che a cercare notizie, vuol dire che la categoria si è rassegnata a una fine ormai troppo prevedibile. Non basteranno 60 crediti a salvarla. Non ne basteranno seimila. I cadaveri non si aggiornano, purtroppo: si seppelliscono.

Mario Schiani

Conto stellare

Ott 23 2014

Quando tutto sembra perduto e si ha l’impressione che il nostro piccolo ma singolare Paese vada a spegnersi in un ultimo singulto di scilipotismo, nell’invettiva del solito cretino con licenza di urlare o nel furto dell’ultima risorsa disponibile da parte dell’ultimo ladro arrivato in ritardo, ecco che salta fuori come, in realtà, siamo straordinari.

Lo dico perché è vero. Tutto ci si aspettava da un’Italia in queste condizioni tranne che, dal fondo della crisi e dall’agonia dei palinsesti che propongono solo deprimenti talk show arrotolati su se stessi, trovasse la forza di invadere lo spazio.

Invece, è proprio così. Lo scrivono i giornali, quindi deve essere vero (non come se lo dicesse un fesso qualunque su un blog come questo, ma insomma). L’invasione italiana dello spazio inizia con l’arrivo, nel prossimo novembre, dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti sulla Stazione Internazionale in orbita intorno alla terra. Con sé, Samantha porterà nello spazio una novità: del cibo vero.

Ci hanno abituato a pensare all’alimentazione degli scienziati come a una faccenda prettamente scientifica: roba liofilizzata, pappette caloriche, porzioni in pillola. Difficilmente potevamo credere che gli angusti spazi di una stazione orbitante potessero riempirsi, all’improvviso, di aromi familiari: un buon ragù, per esempio, o il profumo della pasta e fagioli. Dobbiamo ricrederci: con Samantha arriverà nello spazio il vero cibo italiano quello, tra l’altro, approvato da Slow Food: «La piattella canavesana, la lenticchia di Ustica, la fava di carpino e il cece nero della Murgia carsica».

Avanguardie gastronomiche, per così dire, perché la speranza, naturalmente, è che presto la Via Lattea (latte di mucche alpine, si capisce) sarà inondata di zamponi, pizzoccheri, olive taggiasche, pistacchi di Bronte, pecorino romano, pomodori di Pachino, parmigiano reggiano e bonarda dell’Oltrepò. Profumi celestiali, sapori dell’altro mondo e conto stellare. Perfetto.

Mario Schiani

I bambini di François

Ott 22 2014

Fa piacere che un po’ tutto il mondo si sia ricordato del regista cinematografico François Truffaut a trent’anni dalla morte. I siti dei giornali, in particolare, hanno scandagliato gli archivi alla ricerca di immagini che lo mostrassero nel pieno della vita: sul set, accanto alle bellissime attrici dei suoi film. Donne di cui quasi sempre si innamorava (molto spesso ricambiato). Basterà citare, tra le tante, Catherine Deneuve, Jacqueline Bisset, Isabelle Adjani e Fanny Ardant.

Non dico sia sbagliato ricordare Truffaut come magnifico corteggiatore, uomo innamorato, in parti uguali, dell’amore e del cinema. Dico solo che non basta e vorrei approfittare di questo angolo per celebrarlo anche come grande, grandissimo regista di bambini.

Due, almeno, i titoli da ricordare: “I quattrocento colpi” (1959) e “Gli anni in tasca” (1976). Ma a parte ricordare i film - un invito a rivederli appena possibile - è bello ricordare perché Truffaut, caso quasi unico, fosse così bravo a dirigere i bambini e a raccontare storie che li riguardano.

Allo scopo, ci soccorre un testo che egli scrisse a commento dei “Quattrocento colpi”, la pellicola che, vincendo a Cannes, lo consacrò come autore. Mi piace citarlo perché parla di bambini e di storie. C’è bisogno d’altro?

«Credo che spesso i film sull’infanzia non siano riusciti per due ragioni. Prima di tutto, il bambino il più delle volte non è veramente protagonista... L’errore più grave è quello di voler essere poetici “a priori”. È così che si fanno film sui palloncini rossi, i cavalli bianchi o gli aquiloni, ma non sui bambini. Bisogna sempre ricordarsi che il bambino è un soggetto patetico a priori, un soggetto cui il pubblico è molto sensibile. Perciò bisogna badare a non essere mai leziosi o compiacenti. Questa è una delle ragioni per cui ho impedito a Jean-Pierre Léaud (il protagonista del film, ndr) di sorridere. Più la materia è commovente, meno bisogna cercare di commuovere».

Mario Schiani

Polèmica a chi?

Ott 21 2014

In caso di dubbio circa una parola - dice un avviso da sempre affisso nel mio cervello - ricorrere alla Treccani. E che cosa dice la Treccani della parola “polemica” (anzi: “polèmica”)? Questo: «Controversia, piuttosto vivace, su argomenti letterarî, scientifici, filosofici, politici, ecc., sostenuta per lo più attraverso una serie di articoli o di altri scritti tra persone che hanno diversità di vedute».

Si noterà la significativa assenza del nome “Gasparri” nella definizione proposta dal prestigioso vocabolario. Questo dovrebbe pur dirci qualcosa.

No, non ce lo dice. Altrimenti i giornali non sarebbero pieni di articoli che contengono sia il cognome “Gasparri” sia il sostantivo femminile “polèmica”. L’ultimo di questi accostamenti impropri è stato commesso ieri quando Gasparri è finito nel bel mezzo di una baruffa su Twitter con il rapper Fedez e una sua fan. Perdonate l’omissione, ma mi rifiuto di ricostruire integralmente la catena degli insulti reciproci. Basti dire che si passa da “coso colorato” (da Gasparri a Fedez) a “sporco dentro” (da Fedez a Gasparri), a “sei sporco e te la credi perché sei un deputato” (dalla giovanissima fan a Gasparri) e infine al tripudio “meno droga, più dieta, messa male” (da Gasparri alla fan). Il tutto in un groviglio di “#” da confondere la vista: #cosodipinto, #gasparri, #fedez e, mia personale aggiunta, #voglioscendere.

La “polèmica”, qui, vorrei farla io contro la Treccani. “Controversia”, eh? “Vivace”, nientemeno? E gli argomenti “letterarî, scientifici, filosofici, politici”? Non sarebbe forse il caso di aggiornare un pochino il vocabolario? Che cosa c’entrano Gasparri e Fedez con la letteratura, la scienza, la filosofia e la politica?

Niente. Ma purtroppo “polèmica” - secondo l’uso moderno della parola - è quando due o più personaggi noti si insultano. A questo punto la definizione potrebbe benissimo applicarsi a una lite per il parcheggio: «Venga più vicino, per favore, perché in un impeto polèmico vorrei spaccarle il cric sul cranio». Pardon: #sulcranio.

Mario Schiani

La cena di gala

Ott 20 2014

Paura che la crisi possa prendere una curva ancora più drammatica e che la vostra situazione finanziaria, nel prossimo futuro, volga al peggio? Non temete: potrete sempre mangiare rifiuti.

Che cosa sono quelle facce? Di rifiuti hanno vissuto, per sei mesi, il regista Grant Baldwin e sua moglie, il produttore Jen Rustemeyer. Alla fine ne hanno ricavato pure un film: “Just eat it” (“Mangialo e basta”). Il film ( un documentario) sottolinea come negli Stati Uniti – ma da noi la situazione non è molto migliore – lo spreco di cibo sia spaventoso. Montagne di prodotti vengono eliminate ogni giorno a causa di qualche difetto nel processo di etichettatura, o per la banale ragione che hanno un aspetto “brutto”, il che vale a dire un difetto nella rappresentazione di ciò che noi, nella nostra testa piena di spot televisivi, consideriamo cibo sano e nutriente. Il tutto riporta a un dato sconvolgente: nel Nord America il 40 per cento del cibo prodotto ogni anno non viene consumato. Una situazione inaccettabile per più ragioni: non bastasse quella morale, c’è anche da considerare il favoloso sperpero di risorse economiche. L’industria, non solo quella alimentare, coltiva a ogni costo le nostre illusioni commerciali, si sforza di mantenere la bolla di edulcorata realtà nella quale viviamo, senza temere di violare elementari concetti di decenza, logica e umanità. Riflettere su questo è già abbastanza drammatico, ma mai quanto la visione – proposta dal film – di container e container di cibo semplicemente buttato, di un mare di prodotti agricoli e d’allevamento messi da parte perché in violazione di qualche procedura legata al marketing.

Auguro a “Just eat it” ogni successo nelle sale e spero che al regista e al produttore possa venir riconosciuta una montagna di premi. Mi piacerebbe partecipare alla prima del film ma – e qui debbo confessare di essere anch’io una vittima di certi processi propagandistici – non sono sicuro di poter gustare del tutto la successiva cena di gala.

Mario Schiani

Affari a tutte ruote

Ott 19 2014

“True detective”? Capolavoro. “House of Cards”? Ottimo e abbondante. Eppure, forte del privilegio di poter riempire questo spazio ogni giorno, vorrei approfittarne per celebrare le (nascoste) bellezze del mio programma preferito, almeno in questa stagione televisiva.

Il programma di cui sopra non propone il fascino strapazzato (e un po’ invasato) di Matthew McConaughey né il carisma perfido di Kevin Spacey, e neppure la bellezza burrosa di Michelle Monaghan o quella atletica e algida di Robin Wright. Niente di tutto ciò: l’intera trasmissione regge sulle spalle di due inglesotti “working class”: Edd China e Mike Brewer.

Il programma di cui sopra è “Affari a quattro ruote” (nell’originale: “Wheeler Dealers”) ed è rintracciabile nella serie di canali 400 della piattaforma Sky. In un’ora di immagini (gli episodi delle prime stagioni duravano però solo 30 minuti) Mike ed Edd si impegnano ad acquistare, restaurare e rivendere un’automobile in modo da ricavarne, come si esprime Mike, «a nice profit», «un buon guadagno».

Senza pretese - i due protagonisti non hanno gli atteggiamenti da rodomonte che si riscontrano nei (quasi analoghi) americani -, “Affari a quattro ruote” offre soltanto il piacere di assistere, dalla poltrona, alla semplice - ma sapiente! - industriosità umana. Pezzi di ricambio da rintracciare, motori da smontare, tergicristallo da riattivare e carburatori da sgorgare. Quale attività, se non quella di aggiustare, è altrettanto umile eppure così nobile? Ai pazienti, laboriosi e simpatici Mike e Edd affiderei ben altro che automobili. Guarda qui, Mike: c’è un buco nel bilancio statale! Puoi metterci una pezza? E tu, Edd, potresti dare un’occhiata alla nostra economia? Magari c’è da sostituire un’impresa decotta con un’altra brillante e promettente, oppure un sindacato logoro con uno più moderno ed efficace. Sono sicuro che con più gente cosi, alla fine, avremmo tutti il nostro «nice profit». Più di quanto si pensi.

Mario Schiani

Il nostro Dna

Ott 18 2014

L’ultimo che ho sentito avanzare con determinazione - con ruggente determinazione, direi - questo tipo di curiosa certezza è stato Beppe Grillo. Nientemeno che dal palco allestito al Circo Massimo ha urlato nel microfono: «Non chiedetemi di mollare, perché non è nel mio Dna».

Resto sempre ammirato da chi sa con assoluta precisione che cosa c’è nel suo Dna: «Lo sport è nel mio Dna». Come l’esempio di Grillo rende lampante, spesso si riscontra anche altrettanta convinzione nell’affermare ciò che nel Dna non ci sarebbe: «La violenza non è nel mio Dna». Molto frequente è anche una curiosa - e non so quanto geneticamente corretta - rivendicazione di Dna collettivo: «La solidarietà è nel nostro Dna».

È bello - credo - essere circondati da gente che conosce il proprio Dna come, una volta, conosceva le sue tasche ma, per me, è anche un pochino preoccupante. Il fatto, vedete, è che io non so che cosa c’è nel mio Dna. Non ci ho mai guardato dentro.

Rivendicando la presenza o l’assenza di qualcosa nel Dna, i più intendono sostenere che una certa caratteristica personale (l’onestà o, nel caso di assenza, la disonestà; il rigore o, al contrario, il lassismo) appartiene loro al punto di essere pre-scritta nei geni e pertanto va ritenuta immutabile e inviolata. Peccato che poi le stesse persone siano ondivaghe e poco coerenti, confuse e contraddittorie: che anche questa sia una caratteristica iscritta nel loro Dna? Può darsi: di certo, però, non ho mai sentito nessuno vantarsene.

Prima che questa ventata di genetica investisse il linguaggio, usava fregiarsi di una buona qualità sostenendo provenisse da un’educazione rigorosa: «I miei genitori mi hanno insegnato che non si dicono le bugie». Oggi, si direbbe che «le bugie non sono nel nostro Dna« o che, approccio opposto, «la verità è nel medesimo». Personalmente, preferisco considerare il mio Dna un quaderno bianco: strada facendo cercherò di riempirlo di cose buone o quantomeno decenti. Ma, sia chiaro, parlo solo per me stesso. Scusate, ma è nel mio Dna.

Mario Schiani

Il quoziente misterioso

Ott 17 2014

Non ho mai creduto nei sistemi di misurazione dell’intelligenza. Trovo che questa meravigliosa facoltà - ma è poi una facoltà? -dipenda da troppi parametri relativi per essere riassunta in un indice assoluto. L’intelligenza, in altre parole, si esprime in rapporto al tipo di stimoli ricevuti e non è una caratteristica oggettiva come l’orecchio per la musica o la capacità di resistere all’ascolto di un disco di Justin Bieber. Forte di questa convinzione, non mi sono mai preoccupato di sapere quale fosse il mio Quoziente di intelligenza.

Questo, fino a quando non ho saputo che qualcuno lo aveva misurato, allora mi è venuta la curiosità rodente di conoscerlo. A misurarlo era stato nientemeno che l’Esercito e il dato, sensibilissimo (anche se allora non si diceva così), era custodito nella mia “cartella personale” presso la fureria della Compagnia. Siccome il furiere era un amico mio - e ancora lo è - una sera ci concedemmo il lusso di toglierci la curiosità e andammo a vedere quali erano i nostri rispettivi Qi. Non solo, già che c’eravamo demmo una sbirciatina a quelli di tutta la compagnia.

Non svelerò neanche sotto tortura quale era (sarà ancora adesso?) il mio quoziente. Dirò solo che, nel vedere il numero, un gran sorriso di soddisfazione mi fiorì sulle labbra. Fino a quando mi accorsi che avevo sbagliato riga: quella era la misurazione in centimetri del mio girovita.

Accostando i Qi registrati nelle cartelle con i commilitoni in carne e ossa , ebbi l’impressione che si trattasse di uno strumento non completamente sballato, ma neppure sufficientemente preciso. Era, forse, un indicatore di potenziale intelligenza, ovvero un rivelatore di capacità analitica che, però, non impediva a nessuno di sprecare le proprie facoltà o, peggio, di usarle per fini futili o addirittura malvagi. Oggi, la scienza prevede che con la manipolazione genetica si potranno a breve “costruire” individui con un Qi superiore a 1000. Forse loro sapranno dirci se il Quoziente di intelligenza è una cosa intelligente oppure no.

Mario Schiani

Il libro del libro

Ott 16 2014

Come si sa, Internet pullula di liste. C'è la lista dei dieci migliori alberghi della Moldavia e la lista dei dieci peggiori arbitri del Paraguay. Cercando bene, si possono trovare anche liste molto utili, come le dieci migliori saune di Baghdad o i venti più famosi alpinisti di Samoa. Qualcuno di recente ha messo online la lista dei “tredici libri che nessuno dovrebbe leggere prima di dormire”, 13 perché, nella tradizione anglosassone, tale è il numero della malasorte, la chiave dell'inaudito. E in effetti l'elenco dei 13 libri più spaventosi del mondo - perché questo vorrebbe essere - comprende parecchie raccolte horror, i racconti di Roald Dahl, scrittore dall'immaginazione alquanto articolata, e un romanzo di Joyce Carol Oates.

Trovo la lista interessante ma non posso sottoscriverla perché mancano i due libri che considero i più spaventosi in assoluto. Il primo è "Oliver Twist" di Charles Dickens. Le pagine in cui lo scassinatore William "Bill" Sykes uccide la sua amante e complice, la prostituta Nancy, ebbero il potere, da ragazzino, di tenermi sveglio molte notti e di insegnarmi qualcosa circa la bestialità umana.

Ma un c'è un secondo libro ancora più spaventoso di "Oliver Twist", e si trova in "Oliver Twist" stesso. Quando il piccolo Oliver protagonista del romanzo viene per la prima volta messo sotto chiave da Fagin, si ritrova da solo in compagnia di un libro che il perfido criminale gli ha scientemente messo sotto gli occhi: una "storia delle vite e dei processi dei grandi criminali". Io non ho mai letto questo libro, ma Oliver sì: "Si narravano orribili delitti che facevano gelare il sangue nelle vene, omicidi commessi in luoghi solitari, cadaveri nascosti in pozzi profondi o precipizi... Le terribili descrizioni erano così vive che le pagine giallastre sembravano divenire rosse di sangue, e le parole risuonavano nelle orecchie del fanciullo come se fossero sussurrate, in funebre mormorio, dagli spiriti dei morti". Un libro così, lo trovassi sul comodino, non lo leggerei mai. O forse sì. O forse no. O forse sì.

Mario Schiani

Il roveto della paura

Ott 15 2014

L’Isis attacca da Est, Ebola da Sud e il governo da tutte le parti: come un esperto borseggiatore, ha un numero indefinito di mani, tutte comunque dirette alle nostre tasche. Ho dimenticato qualche emergenza? Ma certo, la crisi, altrimenti nota, negli schedari dell’Interpol, come “globalizzazione”: essa potrebbe privarci del lavoro e quindi di ogni onesto guadagno. Non che questo farebbe differenza alcuna per il governo di cui sopra: esso continuerebbe nell’opera di spogliazione senza badare al fatto che da spogliare, in effetti, c’è rimasto poco o nulla.

Sono convinto che la generale depressione che attanaglia l’uomo moderno - ma moderno, dove? - sia da attribuirsi alla molteplicità delle minacce che lo circondano. Mi faccio la barba alla mattina - versione per signore: mi trucco, mi pettino - e davanti all’occhio vitreo balena un assortimento di preoccupazioni più ampio di quello dei babà di una pasticceria del centro di Napoli. Oltre alle già citate rogne, l’uomo (e la donna) in cerca di inquietudini possono scegliere anche tra i furti d’identità, il riscaldamento globale, il dissesto idrogeologico e la finale di X-Factor.

E pensare che c’è stato un tempo, uno solo, nel quale l’umanità fronteggiava una Sola Preoccupazione. La Sola Preoccupazione era la guerra termonucleare globale. La Sola Preoccupazione era sfaccettata - si temeva che la guerra nucleare potesse accadere perché i sovietici ci attaccavano o perché noi attaccavamo i sovietici o perché qualcuno dei nostri generali impazziva e faceva saltare per aria una bomba oppure perché qualcuno dei loro generali impazziva e faceva saltare per aria una bomba - ma coerente con se stessa: la paura di morire in un rogo atomico, bruciati dal fuoco e martoriati dalle radiazioni. Una paura apocalittica e ingenua insieme, fantascientifica e storica, grande e ridicola. Ma era una sola: non questo disgustoso roveto di paure con il quale, oggi, torturiamo noi stessi.

Mario Schiani

Abbracci e angeli

Ott 14 2014

Osservo, da adulto, le generazioni più giovani e ha volte ho l’impressione di un distacco dei sentimenti. Vedo i ragazzi con lo sguardo fisso allo smartphone e finisco per confondere lo strumento con il suo utilizzatore. Non è che i giovani siano freddi e razionalmente interattivi come i loro telefonini: anche loro cercano i sentimenti, solo che lì cercano lì dentro.

A esempio di questa deduzione si possono citare tante cose. Tra queste, particolarmente curioso è il successo toccato a un’app chiamata Cuddlr, un concentrato di consonanti che si accorda con la parola inglese “cuddle”, coccola.

Cuddlr è infatti un’app per individui “abbracciosi”. Chiunque senta il bisogno di farsi abbracciare può iscriversi a Cuddlr che gli segnalerà chi, nelle vicinanze, ha manifestato analogo desiderio. L’app consentirà poi all’individuo abbraccioso di scegliere un altro individuo abbraccioso e ai due, una volta in contatto tra loro, di darsi appuntamento in modo da sfogare questo umanissimo e caloroso istinto.

Simile, nel meccanismo, a tante app che facilitano i contatti personali - e ce ne sono per persone che cercano molto ma molto più degli abbracci - Cuddlr ha ben tracciato nella sua filosofia, nonché nel “regolamento d’uso”, il confine morale: i suoi utenti si abbracciano e basta, ovvero si scambiano un rinvigorente segno d’affetto e nient’altro. Finita la strizzata, ognuno per la sua strada. O meglio, se due utenti vogliono andare oltre, affari loro: Cuddlr si preoccupa però di dire agli aspiranti “abbracciosi” che non dovrebbero aspettarsi nulla di più di un paio di braccia consolatorie.

Nonostante questo, è ovvio che, promuovendo incontri tra estranei, non manchino, nella pur breve storia della coccolosa app, fraintendimenti e brutte sorprese. Ciò non toglie che l’idea di Cuddlr sembra buona e utile, nel caso vi colga un indifferibile voglia di abbracci. Se invece vi cogliesse una quintalata di mota, meglio sarebbe poter contare su un’app che raggiungesse il più vicino angelo del fango. Ma questa è un’altra storia.

Mario Schiani

La torta è buona

Ott 13 2014

Chiunque frequenti un social network sa quale sia la sua vera natura e sa anche ciò che lo aspetta per buona parte del giorno. Certo, saltabeccando qui e là tra le decine e decine di post che ogni ora compaiono sulle bacheche virtuali, ognuno di noi troverà qualche commento spiritoso, qualche articolo interessante, una foto buffa o spettacolare e un commento politico più o meno sensato. La maggior parte del tempo, però, la trascorrerà a guardar torte.

Con i gattini, le torte sono il panorama più comune dei social media, di Facebook in particolare. Che cosa dice di noi questa esibizione dolciaria? Naturalmente, che ci piace farci elogiare per le nostre doti: in mancanza di altre, anche per quelle di pasticcieri. Che, a dir la verità, non sono né poche né banali: produrre in buon dolce è una sorta di miracolo d’equilibrismo, in cui i dosaggi devono essere precisi quanto attenti devono essere i colori sulla tavolozza. Ma dice anche che tra noi c’è molta gente con il gusto per il dolce. Il che è una buona cosa.

Non è una mia supposizione: lo prova una ricerca psicologica. Uno studio della Brock University, in Canada, ha stabilito che le persone cui piacciono i dolci tendono ad avere una personalità incline, appunto, al dolce. Questo significa che sono più tolleranti, altruiste e solidali. Chi lo sa, forse l’indulgenza verso il piacere repentino e in qualche modo peccaminoso inferto dal dolce ai nostri sensi rende queste persone più aperte, disposte a comprendere, a perdonare: in una parola, le rende più disponibili all’empatia. Dunque, ben vengano i dolci su Facebook: più ne vediamo e più possiamo dedurre che tra le persone con cui siamo in contatto siano buone, accoglienti e generose. Adesso, bisognerà però a stare attenti a non mettere in giro la voce che la tolleranza e la solidarietà fanno ingrassare. Non c’è dubbio: precipiteremmo all’istante nell’anoressia dei sentimenti.

Mario Schiani

Cattivi tempi

Ott 12 2014

Ora che il cattivo tempo è pressoché costante - e possiamo dare la colpa al global warming, come alle centrali nucleari, alla nuova era glaciale come ai matrimoni gay (io personalmente propendo per questa ultima ipotesi) - bisognerà che prendiamo le nostre contromisure. Ombrello e stivali di gomma, si è già capito, non bastano: sarà necessaria una svolta, per così dire, culturale.

È curioso: piove spesso (e tanto) ma il Paese è paese progettato e costruito come se ci fosse sempre il sole. Perché rinforzare un argine se non cade una goccia da anni? Perché costruire un canale se le nuvole, da queste parti, sono concetti astratti, rarità quasi folkloristiche? Viviamo tra un’emergenza e l’altra come se, finito un temporale, una circostanza del genere non dovesse mai più ripetersi. Il fango asciuga e con esso secca il nostro senso di responsabilità, la nostra capacità di anticipare i problemi, di prevenire i guai. Spentosi l’eco del tuono, ci guardiamo come se non avessimo mai sentito prima un rumore del genere e, soprattutto, come se ritenessimo improbabile o addirittura impossibile che ci toccherà sentirlo di nuovo.

Solo l’emergenza ci tiene vivi: esalta l’orgoglio, la solidarietà, l’eroismo e quel tanto di epica che ci è rimasta dentro dall’aver letto, a scuola, Ludovico Ariosto. Quando il pericolo è passato, tutti al bar a commentare l’accaduto, a sparlare del governo (per carità: gli argomenti non mancano), a criticare “lorsignori” e a stabilire, scuotendo il testone con vigore, che queste cose «non devono capitare mai più».

Mentre parliamo, il bosco si sporca, il canale si intasa, un geometra trucca le carte per costruire a due passi da una falda, il consiglio comunale gira i fondi della manutenzione per le fogne all’Associazione per la prosperità degli assessori e la terra cede ancora, appena un po’, ma sensibilmente, sotto il peso dell’assurdo vivente che siamo diventati.

Mario Schiani

Effetto collaterale

Ott 11 2014

Le telecamere di sicurezza installate ormai ovunque (c’è il sospetto, fondato, che una rilevante parte di esse non funzioni e non abbia mai funzionato, ma questa è un’altra faccenda) sono gli occhi vitrei del sospetto. La ragione per cui vengono impiantate è che si ritiene possano assistere a qualcosa di illegale, fornendo preziose informazioni su chi l’illegalità ha commesso. Come spesso accade nella tecnologia, anche nel mondo delle telecamere di sorveglianza ci sono tuttavia degli effetti collaterali. A quegli occhi impassibili che scrutano il male, capita ogni tanto di registrare il bene.

Immagino sia una seccatura per chi, nel visionare ore e ore di filmati, va cercando l’umana cattiveria: si rassegni, di tanto in tanto qualcuno che non ha ancora capito in quale mondo è capitato si comporta degnamente e gli fa perdere del tempo.

Non è uno spreco di nulla, tuttavia, assistere a quel montaggio realizzato con fotogrammi raccolti da telecamere di mezzo mondo in cui, inconsapevoli di essere riprese, persone come me e come voi - ma probabilmente meglio di me e di voi - compiono gesti di straordinaria prontezza e generosità. C’è la guardia giurata che, all’ultimo istante, impedisce a un anziano di buttarsi davanti al convoglio della metropolitana e c’è un tale che, con grande freddezza, rimedia al pasticcio combinato da un ragazzino su una scala mobile, acchiappandolo al volo quando cade. Vediamo perfino un tizio spingere a tutta forza un furgoncino rimasto incastrato nei binari, e riuscire a disincagliarlo prima che il furgoncino medesimo, e il suo autista, finiscano spiaccicati sul muso di una locomotiva. A volte la generosità è addirittura di gruppo: a un incrocio i passanti uniscono le forze per rimuovere un’automobile sotto la quale è finito un motociclista.

Trasgressioni di telecamere il cui dovere sarebbe solo e soltanto quello di vedere il male e che, invece, non possono fare a meno di cogliere anche il bene. Speriamo sia questo un segno, un simbolo o anche solo una speranza: il bene c’è, si vede e prima o poi qualcuno lo guarderà.

Mario Schiani

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