Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Le ciabatte di Paul

Set 20 2014

C'è una foto che è ormai prossima a ossessionarmi. Esagero, ma non del tutto: dalla frequenza con cui torno a esaminarla, devo riconoscere che, in quell'immagine, c'è qualcosa che mi cattura. La fotografia, scattata nell'agosto del 1969, rappresenta i Beatles ad Abbey Road, Londra. Non è, attenzione, la fotografia che vediamo riprodotta sull'album “Abbey Road”, appunto, ma la circostanza in cui è stata scattata è la medesima.

In essa vediamo i Beatles, sul marciapiede, prepararsi all'attraversamento più famoso della storia musicale. Il fotografo ha scattato dal lato opposto di quello “ufficiale”, quindi il gruppo risulta allineato da sinistra a destra e non viceversa come sulla copertina dell'album. Davanti a tutti, a un passo dalle strisce, c'è John Lennon che guarda in strada come se davvero si aspettasse di veder passare un'automobile (ma Abbey Road per l'occasione era stata chiusa al traffico) e si tira su i pantaloni. Dietro di lui, Ringo Starr. Il volto girato alla sua sinistra sorride e sembra dire qualcosa a Paul McCartney che, alle sue spalle, gli aggiusta la giacca. Paul calza un paio di ciabatte: come si sa, sulla copertina sarà invece a piedi nudi. Torniamo a Ringo: ho detto che parla con Paul ma forse non è vero. Il suo sorriso e le sue parole potrebbero essere dirette alla signora con impermeabile viola a strisce che affianca il gruppo. Non so chi sia, ma non dubito che gli appassionati più ardenti sappiano tutto di lei: nome, età, ruolo, indirizzo della boutique nella quale acquistò l'impermeabile. Chiude la fila George Harrison: non ne vediamo il volto, solo i capelli, una gran massa bruna.

Difficile spiegare ora perché la foto mi affascini tanto. La ragione, credo, è che raffigura la periferia di una leggenda, gli attimi insulsi prima dell'istante storico. C'è chi ha raccontato la banalità del male: nelle ciabatte di Paul, troviamo forse la banalità del mito.

Mario Schiani

Lo stesso di mai

Set 19 2014

Il mondo deve aver preso un bello scossone perché mentre la Scozia parla (e vota) di indipendenza, noi non facciamo altro che parlare del tempo. Se non ricordo male, in passato accadeva il contrario: noi parlavamo (e basta) di indipendenza, loro discettavano sul tempo. Non solo gli scozzesi: ci davano dentro anche gli inglesi e i gallesi, dimostrando così che almeno una base per l'unità della Gran Bretagna esisteva eccome.

Discutevano del tempo, gli abitanti dell'Isola, anche perché c'era molto da discutere: la mutevolezza del cielo incrementava la frequenza dei bollettini e la necessità di commentarli. Inoltre il tempo, pur cambiando repentinamente, non conosceva manifestazioni estreme: ignote erano la siccità così come i grandi nubifragi. Le condizioni del cielo passavano da pioggia intensa a pioggia leggera, nebbia, nebbiolina, nuvoloso, parzialmente nuvoloso e, in qualche ora di grazia, sereno. Variazioni sensibili ma ragionevoli, di cui veniva spontaneo parlare con ragionevolezza e sensibilità.

Caratteristiche che dovremmo adottare anche noi, ora che il vezzo di parlare del tempo è disceso fino alle nostre valli. Purtroppo, noi non parliamo affatto del tempo che fa: piuttosto, parliamo del tempo che dovrebbe fare tra qualche ora o tra qualche giorno. Bruciamo il tempo atmosferico come consumiamo quello cronologico: proiettati a ciò che verrà, ignari e ignavi nel presente. L'app meteo nel telefonino annuncia informazioni di vitale importanza fino a quando non diventano concrete: il “domani” sul display diventa “oggi” ma allora non importa più, perché siamo già passati a un altro domani. E siccome le app meteo sbagliano perché non sono fatte della stessa natura elettronica del telefonino, come noi crediamo, ma vengono alimentate da osservazioni umane, allora ci risentiamo come per un servizio non reso: il concerto annullato, lo sportello chiuso. Ce ne andiamo, la testa china sullo smartphone: “Vediamo che tempo farà domani”. La risposta è facile: lo stesso di sempre ma, per noi, lo stesso di mai.

Mario Schiani

Prima la musica

Set 18 2014

Prima di incominciare, ringraziamo insieme tutti quei ricercatori che, in ogni parte del mondo, offrono a questa rubrica spunti inestimabili. Senza di loro, nulla di tutto questo esisterebbe. Il nostro pensiero si rivolga ora, con altrettanta gratitudine, agli studiosi giapponesi che hanno prodotto l'analisi di cui ci occuperemo oggi.

Lo studio che andremo a esaminare parte da una domanda legittima: quando ascoltiamo una canzone che ha un testo triste ma una melodia allegra, come ci sentiamo: tristi o allegri? Troverete forse la questione sciocca e trascurabile: dopo tutto, non ci sono molte canzoni tessute con parole desolanti e musica scoppiettante. Non è del tutto vero. Forse non saranno molto comuni, ma canzoni del genere esistono eccome e si possono perfino citare esempi celebri, come "Hello, goodbye" dei Beatles. Ma il punto è un altro. La domanda che si sono posti ricercatori giapponesi supera le canzoni e intende stabilire se a incidere sul nostro umore siano più le parole, con il loro significato razionale, o la musica, con la sua capacità di scavalcare la ragione e di rivolgersi direttamente all'inconscio.

Forse avrete già immaginato la risposta. La musica batte nettamente le parole. Parole malinconiche innestate su uno spartito allegro vengono in qualche modo neutralizzate nel loro significato: ciò che resta, nello spirito dell'ascoltatore, è il divertimento della melodia e non lo strazio del testo. Un'osservazione davvero interessante e rivelatrice: la ricerca giapponese, infatti, aggiunge fascino e prestigio al misterioso potere della musica. Non resta che chiedersi se la scoperta possa ora trovare applicazioni pratiche. Non credo ci siano dubbi e mi sento di prevedere che, a breve, i governi, invece di conferenze stampa, terranno concerti e produrranno dischi. In testa alla classifica, tra qualche mese: "Il Pil cala e la disoccupazione aumenta", foxtrot, allegro andantino con brio.

Mario Schiani

La crisi, di petto

Set 17 2014

C'è crisi e crisi. C'è la crisi del lavoro, c'è la crisi finanziaria e c'è perfino la crisi dei valori. Diverse persone vivono diverse crisi. Oggi sappiamo che anche diversi Paesi vivono diverse crisi.
Il Venezuela, per esempio, vive la crisi delle tette. Una spaventosa scarsità di protesi per impianti al seno sta mettendo un ginocchio il Paese. Penserete sia uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. Il Paese sudamericano importava grandi quantità di seni al silicone dagli Stati Uniti, ma recenti restrizioni sullo scambio di moneta hanno reso questa pratica quasi impossibile: in questo senso, il Venezuela sconta a livello internazionale la sua impostazione socialista.
Le difficoltà a importare protesi stanno scatenando una crisi sociale. In Venezuela "rifarsi il seno" è una pratica diffusissima: il tipico regalo che un'adolescente si aspetta dai genitori al compimento dei 15 anni è un appuntamento dal chirurgo estetico. Il Paese è pieno di bocce siliconate: girare con i seni naturali, per una donna, è come per una lampada funzionare ancora a olio. Nel 2013 in Venezuela sono stati praticati 85.000 interventi estetici al seno: di più ce ne sono stati solo negli Stati Uniti e in Brasile, Messico e Germania: tutti Paesi molto più popolosi di quello sudamericano.
La "siccità" di silicone sta portando a conseguenze drammatiche e ridicole insieme: protesi fai-da-te o ricavate da fondi di magazzino inutilizzati perché di misure grottesche. In aumento le importazioni dalla Cina, nonostante le protesi orientali non siano altrettanto sicure. Poco importa: pur di "svilupparsi" le ragazze venezuelane impianterebbero in se stesse un castoro vivo.
Non so se in tutto questo ci sia una morale. L'ossessione venezuelana per le tette rifatte sembra a prima vista assurda: se tutte le coetanee (e no) hanno i seni artificiali come può una ragazza sperare di farsi notare? Ma forse, anche in questo il fine ultimo è il conformismo. Una gonfia, tutte gonfie. Uno pazzo, tutti pazzi.

Mario Schiani

Adulto a chi?

Set 16 2014

Quando leggiamo l'editoriale del New York Times – come tutti facciamo – abbiamo a volte ragione di indignarci, oppure di riflettere, o in alcuni casi perfino di pensare, ma di recente ci è toccato vergognarci. A. O. Scott, un critico cinematografico, ha sfruttato la sua conoscenza della cultura popolare americana per stabilire, in un fluviale articolo, “la morte dell'età adulta”. Con ciò egli intende il trapasso come avvenuto negli Stati Uniti, e non arriva a estenderlo all'Europa: però, guardiamoci intorno, la differenza non è molta e il passo che Scott non ha fatto potremmo muoverlo noi.

Prima di procedere con la sepoltura, sarà meglio stabilire che cosa si intende con “età adulta”. Scott indica quel modello umano – uomo o donna, ma soprattutto uomo – che film e tv proponevano in passato come cittadino realizzato. Trenta o quarant'anni, produttivo e consumatore, incline al gioco, ma al gioco per adulti: automobili, sesso, alcol, sigarette. Vestiva con formale eleganza, dunque scegliendo (e sapendo scegliere) l'abito adatto per ogni occasione, e proponeva di sé una presenza (mi è quasi inevitabile scivolare sul soggetto maschile) virile, asciutta, solida. Il confronto con il trentenne-quarantenne di oggi è stridente: l'abbigliamento si è sedimentato in un confuso groviglio casual, gli interessi vanno dai Supereroi Marvel alla rilettura compulsiva della serie di Harry Potter e le bevande preferite confluiscono pericolosamente nel latte di soia. Intorno a lui, non più il fumo azzurrino delle Marlboro, ma la nuvola protettiva delle web-info: “mi piace”, “:-)”, “LOL”, “#quantosonofigo”.

Si dirà: trattasi di due modi diversi di essere infantili, dal modello James Bond a quello Mark Zuckerberg. C'è chi dà la colpa all'investimento del capitalismo sulla gioventù e chi discetta di “crisi dell'autorità”. Magari, sotto sotto, c'è sempre la vecchia, cara paura della morte: una volta si credeva di poterle sfuggire travestendosi da Cary Grant, oggi ci proviamo infilandoci in un costume di Winnie the Pooh.

Mario Schiani

Un problema comune

Set 15 2014

Non c’è chi non sia rimasto impressionato - almeno un poco - dalla sorte kafkiana dell’orsa Daniza, vittima, questo mi pare chiaro, di azioni rispondenti a una logica - o presunta tale - tutta umana e quindi a lei estranea. C’è chi si è indignato un po’ c’è chi si è indignato tanto, c’è chi con l’indignazione è andato fuori giri. Succede in tutte le circostanze polemiche: la politica, l’immigrazione e il calcio tanto per dirne alcune facili facili. Naturalmente, il rapporto dell’uomo moderno con gli animali è ambivalente: da un lato il pianeta è cosparso di mattatoi in cui vengono massacrate ogni giorno milioni di creature nate per essere uccise; dall’altro, tanta gente ha maturato una onorevole sensibilità nei confronti della sorte di alcuni animali che, senza colpe da parte di nessuno, finisce per essere selettiva.

Se guardiamo la realtà fino in fondo, dobbiamo ammettere che il nostro atteggiamento nei confronti degli animali è condizionato da infiniti fattori, alcuni dei quali insospettabili e perfino risibili. Uno di questi, emerso in un recente studio, ha rivelato scientificamente come l’apprezzamento della gente nei confronti delle razze dei cani sia pesantemente influenzato dal cinema e dalla tv: la comparsa di “Lassie” sugli schermi coincise negli anni Cinquanta con un picco nell’allevamento dei collie; più tardi, i dalmata beneficiarono del grande successo arriso a “La carica dei 101”.

Si può dire che la simpatia per gli animali passa in buona misura dalla loro umanizzazione: proprio quella che manca ai polli eviscerati e spennati che, avvolti nel cellophane, troviamo sui banchi del supermercato. Nessuno di loro si prevede diventi protagonista di un cartoon Disney. L’attribuzione agli animali di sentimenti umani e caratteristiche antropomorfiche è ben intenzionata ma, oggi, culturalmente insufficiente. Dovremmo riuscire finalmente ad amare gli animali per quello che sono: creature diverse con un problema in comune. L’uomo.

Mario Schiani

Rinunce vitali

Set 14 2014

Ieri mi è capitata una cosa digitalmente inquietante che vorrei, qui, condividere. Ho ricevuto una mail, generata in chissà quale computer in chissà quale parte del mondo, in cui mi si informava che io stesso, poco prima, avevo «cancellato un messaggio senza averlo letto».

Non contesto l’accusa nel merito - effettivamente poco prima avevo cestinato una mail senza “aprirla” - ma contesto l’accusa in quanto tale: la mail eliminata non aveva per me nessun interesse a incominciare dal soggetto, non era stata da me in alcun modo sollecitata ed essendo parcheggiata nella mia personale casella di “posta in arrivo” era soggetta in modo assoluto alla mia volontà. Dunque, perché quel messaggio, sottilmente inquisitorio nonostante il tono all’apparenza distaccato e oggettivo? Soprattutto, perché incominciavo a sentirmi blandamente in colpa e a covare il timore, peraltro giustificato, che copia della mail, oltre che al sottoscritto, fosse stata inviata anche al mittente il quale, ora, certamente stava coprendomi di insulti per la mia insensibilità e la mia maleducazione?

Insomma, la mail di cui sopra innescava un meccanismo psicologico perverso di cui mi sento responsabile in larga parte ma non precisamente al cento per cento. Incomincio a capire - sarà forse l’età - l’indignazione dei nostri bisononni e trisnonni davanti all’incedere della tecnologia, quando il trillo del telefono appena installato in salotto sembrava loro un’intollerabile ingerenza. Lo era: qualcuno, a chilometri di distanza, poteva comporre un numero e irrompere, senza invito e senza preavviso, nella giornata di qualcun altro, il che, senza dubbio, è come dire che poteva pasticciare a piacimento con il tempo e addirittura la libertà altrui.

Negli anni alla tecnologia abbiamo sempre più concesso ritagli di riservatezza, metri quadri di intimità e appezzamenti di autonomia. In cambio abbiamo ottenuto tante comodità, ma non si dica che non c’è stata alcuna vitale rinuncia.

Mario Schiani

Tutti insieme

Set 13 2014

Credo che tutti, negli ultimi giorni o forse addirittura negli ultimi mesi, abbiamo assorbito una dose massiccia di cattive notizie. Se ci fosse un sistema di misurazione delle emissioni di cattive notizie, come c’è per la radioattività, molto probabilmente saremmo oltre ogni livello di sicurezza. Già mi vedo gli esperti dell’Organizzazione mondiale della Sanità intervenire preoccupati: «L’esposizione del cittadino medio a catastrofi, annunci di sventure, previsioni fosche, sfighe generiche e Bruno Vespa non può superare i venti “fattoquotidiano” (unità di misura delle brutte notizie, NdR) all’ora, altrimenti le conseguenze sull’organismo potranno essere sensibili: dalla semplice irritazione delle parti più delicate, alla rotazione delle medesime e infine all’estinzione per annullamento di speranze».

La rubrica “buonanotte”, cosciente dell’importanza di questo grave, per quanto ipotetico, avvertimento, farà del suo meglio per tutelare la salute dei lettori e si impegna già da oggi a fornire anche notizie positive.

Trovarne una, diciamolo subito, non è stato facilissimo, ma l’ostinazione ha avuto il suo premio. Vi ricordate la faccenda del buco nell’ozono? A lungo è stata una delle preoccupazioni più gravi delle scienze ambientali: il sottile strato atmosferico che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette presentava uno squarcio degno del bilancio della Regione Sicilia. Colpa, dicevano gli scienziati medesimi, del gas serra, ovvero di quel cocktail di gas - tra cui metano e ossido di carbonio - in grado, appunto, di danneggiare l’ozono. La buona notizia? Eccola: gli scienziati si sono accorti che il buco non si allarga più. Addirittura, tra qualche anno, potrebbe incominciare a restringersi. Il che è curiosamente consolante: suggerisce un’inversione possibile a tutti i “buchi” che, ormai, vedevamo spalancarsi ovunque, nell’ozono come nel debito pubblico, nel conto corrente come nelle strade. I buchi si possono tappare, dice la scienza. È un primo passo: dopo di che, credo, ci toccherà soffiare tutti insieme per rigonfiare questo bel mondo floscio.

Mario Schiani

Il presidente sono io

Set 12 2014

Viviamo in un mondo difficile, questo si è capito, e la difficoltà maggiore sta nel sovraffollamento. Non tanto di persone (a volte ne basta una sola per creare un effetto di costrizione), quanto di stimoli, informazioni, opzioni, sollecitazioni. Tutto reclama la nostra attenzione e sempre nello stesso istante. Il problema di vivere, oggi, è il problema di che cosa rispondere, quando e a chi. In quale ordine, in quali tempi e, onde garantirci respiro e sopravvivenza, come e quando rifiutarci di reagire, affermando con forza il nostro diritto a ignorare i molestatori. Una formula non facile da trovare: lasciati a noi stessi, spesso tendiamo agli estremi. Ci sforziamo di fare tutto e, nel momento in cui constatiamo che è impossibile, allora, piccati, ci rifugiamo nell’atteggiamento opposto: al diavolo, io stacco la spina.

Per fortuna, a soccorrerci, ci sono gli americani e le loro liste. Di fronte a problemi complessi, organizzativi, morali e perfino esistenziali, oltreoceano tendono a congegnare soluzioni sotto forma di procedure, elenchi, atteggiamenti preordinati, passi da seguire per arrivare - soddisfatti o rimborsati - al traguardo designato.

Nel caso nostro, di fronte alla cacofonica aggressione degli stimoli, un autore americano propone, in una lista composta di sei punti, la soluzione perfetta. Noi, ancora più bravi, la condensiamo in un punto solo: per sopravvivere all’assalto degli stimoli occorre comportarsi come il presidente degli Stati Uniti.

Eh sì, secondo l’autore di cui sopra il presidente non è tenuto a ricordare i suoi impegni: qualcuno li tiene a mente per lui. Il presidente, inoltre, non occupa la mente pensando a ciò che dovrà fare tra un’ora: il suo staff glielo saprà dire al momento giusto. L’obiezione che noi non disponiamo di uno staff, secondo l’autore non regge: ci sono le agende, le app e altre liste, ancora liste, da compilare per organizzare le nostre ore e le nostre priorità. Tutti presidenti fai-da-te, insomma: così dovremmo diventare. Il pensiero già mi terrorizza: quasi quasi ne approfitto e mi dimetto.

Mario Schiani

Il suo cuore

Set 11 2014

Avendo trascorso, in gioventù, diverse giornate sui prati di svariati autodromi europei, circondato soprattutto da tifosi tedeschi che sudavano birra e ingurgitavano immondi salsicciotti turgidi di colesterolo, ho maturato il diritto a dire la mia sulla questione Ferrari-Marchionne-Montezemolo.

Non che mi importi molto di nessuna di queste tre entità - o “marchi”, come anche certe persone fisiche sono ormai identificabili -, ma poiché quelle lunghe giornate, felici ma anche massacranti, hanno lasciato in me un segno, mi sembra giusto intervenire. Non pretendo di parlare dell’attualità né tantomeno di incidervi in qualche modo: dico la mia soltanto in nome del passato.

Con tutto quello che hanno da fare, i signori di cui sopra, grandi esperti di automobili e di corse, potrebbero aver dimenticato in che cosa consisteva l’umore di un appassionato che, a bordo pista, attendeva il passaggio di una Ferrari. I piloti di allora - Niki Lauda e Clay Regazzoni, Carlos Reutemann e Gilles Villeneuve, Didier Pironi e Michele Alboreto -, nonostante il fascino personale, le avventure, le traversie, le polemiche e le imprese, erano soltanto fantini di una leggenda. Quella della Ferrari, appunto. Il frastuono disciplinato del 12 cilindri, un vero urlo di battaglia, annunciava l’arrivo di un lampo rosso: un istante e già rimbombava laggiù tra gli alberi, dove il pilota scalava le marce prima di impostare la curva.

Il brivido che distingueva quel passaggio e la gioia che destava, non erano dovuti solo a tifo cieco o a speranza di vittoria quanto alla certezza che tale prodigio era il prodotto dell’ostinazione maniacale di un uomo: Enzo Ferrari. Il fascino del Cavallino era un derivato dell’individualismo e dell’iniziativa umana. La Ferrari di oggi - marchio, holding, partecipata o status symbol che sia - non può avere lo stesso appeal. Passa sotto i nostri occhi e non fa battere altrettanto forte il cuore: forse perché non ne ha uno suo.

Mario Schiani

Il nostro bene

Set 10 2014

Questa è talmente buona che non resisto e ve la dico subito: l’immortalità potrebbe essere una malattia.

Ora passo alla spiegazione, che sta tutta in una notizia proveniente dall’America. Come spesso accade alle migliori notizie, al centro della storia c’è una persona: Richard Walker. Questo signore oggi ha 74 anni, ma da quando ne aveva 26 ed era un hippy - o “capellone” come l’avrebbero chiamato da queste parti - ha sempre affiancato ad attività pure interessanti come protestare contro la guerra in Vietnam e ascoltare musica molto, ma molto migliore rispetto a quella che circola adesso, un interesse straordinario per i meccanismi dell’invecchiamento. Questo interesse non gli è bastato per ottenere che l’invecchiamento medesimo lo risparmiasse, ma di questo Richard non si è preoccupato e, in tanti anni, ha vissuto questo paradosso: è invecchiato cercando di capire come si ferma l’invecchiamento.

La sua vita avrebbe potuto risolversi in una beffa ironica. ma l’ostinazione lo ha premiato, almeno in parte. Egli è riuscito a individuare quattro persone - quattro ragazze, per la precisione - sulle quali il tempo non sembra avere effetto. In altre parole, non invecchiano. L’aspetto ancora più straordinario della faccenda è che queste ragazze dovrebbero la loro assoluta resistenza al tempo che passa a una malattia misteriosa al punto da non avere ancora un nome: Walker la chiama “Syndrome X”.

Sfogliare le pagine della vita di chi è affetto da “Syndrome X” non significa affatto scalare l’Olimpo glorioso degli dei immortali: piuttosto, ci si confronta con una serie di sofferenze, di problemi e di incognite peculiari di chi, suo malgrado, vive in un’infanzia permanente. Per assurdo, la sfida organica alla mortalità è un difetto, un’anomalia e si accompagna a sofferenza e, oso introdurre un termine morale, a punizione. Non so se sia Dio, la Natura o il Tempo a ostacolarci nel nostro sogno di immortalità. Chiunque sia però, probabilmente lo fa per il nostro bene.

Mario Schiani

Poveri Zelig

Set 09 2014

Il presenzialismo, tra l’arrogante e l’infantile (caratteristiche che spesso vanno in coppia), del presidente della Lazio Claudio Lotito, autore di una sorta di “invasione di campo” nella Nazionale di calcio, ha mobilitato i buontemponi di Internet. È facile raggiungere in Rete una lunga teoria di immagini elaborate al computer in cui Lotito, infagottato nella casacca azzurra con la scritta “Italia” sul petto, compare nelle circostanze - storiche, cinematografiche e perfino mitologiche - più diverse: accanto a Rocky prima di un match, nei pressi dell’auto scoperta del presidente Kennedy a Dallas, riflesso nella visiera di un astronauta sulla Luna, sul palco durante un discorso di Martin Luther King e, a testimonianza che pur di apparire non si va tanto per il sottile e la coerenza diventa un optional, anche spalla a spalla con Benito Mussolini sul balcone di piazza Venezia.

Tra i santi sarcasmi, le infinite canagliate, l’umorismo di bassa lega e le volgarità generate ogni giorno da quella Rete che, spesso e volentieri, alimentiamo con gli scarti di noi stessi, questa forma di ironia fotografica mi sembra la più divertente e azzeccata. Ha tutto l’ambivalente sapore della migliore ironia: levità, sorriso e, nello stesso tempo, coraggio e fermezza nell’affondare il coltello nella piaga del paradosso. In più, Lotito, con la sua retorica da tribuno de noantri, la mascella volitiva e lo sguardo fisso sotto le lenti al quarzo, rappresenta molto bene ( possiede un’ostinazione marmorea vicina a quella del miglior Sordi ) l’inclinazione italica all’intrufolarsi, all’esserci, al farsi passare per qualcosa che non si è ma tanto basta a fare impressione sulla portinaia.

Dovremmo studiare un software che, ogni mattina, per conto suo, ci fornisca al risveglio un fotomontaggio in cui appaiamo in una delle scene di cui sopra, o in altre dello stesso livello: accanto a Marilyn mentre il metrò le solleva la gonna, con i Beatles sulle strisce di Abbey Road, giusto dietro a Mao durante la Rivoluzione culturale. Tanto per ricordarci che siamo tutti macchiette e, in fondo, poveri Zelig insoddisfatti.

Mario Schiani

Il ciuccio letale

Set 08 2014

«Una giovane donna del North Dakota che stava guardando una serie di foto su Facebook mentre era al volante, è stata incriminata per omicidio colposo dopo che la sua auto ha tamponato quella che la precedeva, costando la vita a una anziana di 89 anni».

La notizia di cui sopra, tratta dall’Ansa di sabato scorso, si presta a un’infinità di commenti, il più urgente dei quali, vorrei dire, chiederebbe di fare i conti con la nostra rabbiosa impellenza a consultare i social network sempre e ovunque. Quanti “mi piace” avrà raccolto la foto del gattino? La Teresa avrà visto gli auguri di buon compleanno che le ho messo sulla bacheca? E la citazione di Nietzsche - ispirata dal passaggio di Ciro Immobile dal Torino al Borussia Dortmund - avrà ottenuto l’impatto che merita?

C’è da ridere e piangere insieme al pensiero che una vita umana è andata perduta perché qualcuno non poteva aspettare due o tre secondi prima di accertarsi se la foto della spaghettata (o l’equivalente del North Dakota della spaghettata) fosse stata apprezzata, commentata, decorata di cuoricini, faccine sorridenti e ringraziamenti più o meno sgrammaticati. Ma quanto affetto hanno fatto mancare, soprattutto alle generazioni non native di Internet, i genitori e i nonni perché ogni minuto si debba correre alla virtuale e impalpabile rete di amicizie per aver conferma che sì, qualcuno ci ama, ci loda, ci sbaciucchia, ci fa le moine, ci coccola, riempiendo così - appena un poco, perché faccia meno male - il vuoto che sentiamo dentro e che ci fa incapaci di essere noi stessi?

Il giudice americano, intanto, ha posto un limite severo: il bisogno di ricorrere ogni momento a Facebook come a un “ciuccio” per adulti, non giustifica la negligenza grave. Il prossimo passo è accusare di omicidio colposo (di se stesso) chi - e sono (siamo) tanti - si attacca alla tettarella telematica per ogni minima esigenza emotiva. Anche se va a piedi. Anche se sta a letto.

Mario Schiani

Valori al bagno

Set 07 2014

Se fosse possibile - ed è possibile - sintetizzare le nostre certezze più profonde, i convincimenti filosofici, i principi e i valori che ci animano, in un’immagine, credo che molti di noi sceglierebbero un’iscrizione nella roccia. Il timore è che il tutto assomigli poi a una lapide o, peggio, a una tomba, ma bisogna ammettere che poche cose affermano l’immutabilità delle idee nel tempo quanto un’incisione nel marmo o nel granito. È così, insomma, che immaginiamo le idee per noi più giuste: scolpite nella materia resistente. E siamo convinti che tali idee continueranno ad appartenerci e solo nuove, imprevedibili informazioni di straordinaria importanza e cristallina veridicità potranno - se mai potranno - modificarle.

Pare invece che il marmo di cui sopra sia argilla e il granito delle nostre convinzioni assomigli di più, in quanto a consistenza, alla granita. Uno studio nuovo di zecca sostiene infatti che le nostre convinzioni assolute non sono affatto tali e che a metterle in discussione basta la modificazione di parametri piuttosto volgarotti, come quelli corporali. Addirittura, la ricerca arriva ad annunciare come i baluardi del sistema umano, ovvero le fondamenta che sostengono, moralmente e socialmente, un individuo - come, per esempio, la fede nel libero arbitrio - possano crollare in condizioni particolari quali l’urgenza di andare in bagno e il desiderio sessuale.

Di fronte a queste affermazioni, la curiosità impellente - ehm - riguarda più la tecnica di ricerca che il risultato della ricerca medesima. Avranno fermato persone dirette in bagno per intrattenerle sul libero arbitrio? Come sarà stata accolta la preghiera di un commento filosofico rivolta a gente in preda a sconvolgenti tempeste sensoriali? Non lo sappiamo. Dobbiamo accontentarci di sapere che i nostri valori sono pronti a finire, da un momento all’altro e letteralmente, in fondo al water. A meno che noialtri, insieme, ci si impegni a sostenere il contrario. Un consiglio: prima di incominciare, facciamo tutti un salto alla toilette.

Mario Schiani

Scrivere e scrivere

Set 06 2014

L’impegno quotidiano a riempire questo spazio arricchisce le giornate del sottoscritto di un sentimento ambivalente. All’ansia, che sottende alla paura di non farcela, si accompagna un senso gioioso di anticipazione: quando è vuoto, lo spazio è un’opportunità donata dal cielo, la chance sempre rinnovata di combinare qualcosa che possa avere un impatto benefico su me stesso e sugli altri.

È troppo? Mi chiedo quale sia il senso ultimo di queste note. Informare? Visto che ci troviamo in un giornale, dovrebbe essere così. Informare con un tocco personale? Anche questo è probabile: in fondo, si tratta di una rubrica, ovvero di un contenitore che, secondo definizione, offre al lettore l’abitudine di un singolare punto di vista - si spera piacevole - sulla realtà. Sospetto però che ci sia dell’altro. L’impegno quotidiano, e la spinta che lo sostiene, è per me legato all’esplorazione di un territorio particolare: quello della scrittura.

Non perché io sia particolarmente dotato in questo (ho accettato da tempo il fatto di essere lontano dall’eccellenza), piuttosto perché, bravo o non bravo, poche cose - forse nessuna - mi interessano quanto il meccanismo dello scrivere.

C’è molto da leggere, sulla scrittura: è questo infatti un soggetto che ha ispirato le menti più straordinarie. Eppure pochissimi sono riusciti a catturarne pienamente il mistero, il dolore e la gioia . Dubito fortemente che ci riuscirò io, ma ci provo.

Scrivere è per me seguire una strada non ancora tracciata: c’è sempre un po’ di sgomento nel muovere un passo, ovvero nel legare una nuova parola al flusso dei pensieri. Reggerà? Andrà nella giusta direzione? Contribuirà al raggiungimento del traguardo? Bisogna poi chiarirsi le idee,su questo benedetto traguardo! La scrittura sembra a volte attivare una fonte indipendente del pensiero, una stella polare che ci conduce altrove rispetto ai nostri piani: spesso, più lontano del previsto e in luoghi più interessanti. Ecco perché, nonostante i miei limiti, non rinuncio alla vertigine dello scrivere: è l’esercizio più vicino all’avventura che conosca.

Mario Schiani

video

I Vostri Video

Conferenza stampa Card.Angelo Amato+Diego Coletti

al cinema

Vivi Como

Eventi
Pubblicità
PubblicitàSPM
SpecialiSPM