L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta
(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)
Sarebbe bello e suggestivo ricevere un’e-mail dalla Russia scritta da una ragazza che, sui due piedi, desidera sposarti, mettere al mondo dei figli e, nel provvedere a tutto ciò, si dice disposta a trascorrere con te lunghe parentesi di selvaggia intimità. Sarebbe bello non fosse che, in questo cinico mondo, bisogna tener conto che tali e-mail, non rare, nascondono 1) truffe informatiche e 2) sono scritte in un italiano da carcerazione preventiva.
Ne copio una, arrivata fresca fresca: «Ciaoooo !! Mi chiamo Anastasiya! Hai ricevuto le mie immagine? Ho visto il tuo lettera e ti rispondo subito. Ho 36 anni, lo sai? Sono una femmina sola e nubile. Non ho bambini, abito con i genitori. Vorrei conoscere l’altra meta per fare una focolare... Ho cancellato il mio profile dal sito di amicizia. Aspetto una risposta con insofferenza».
La lettera, composta certo con il traduttore istantaneo di Google e fatta poi correggere a Joe Bastianich, può suscitare molte ironie. Leggendola, tuttavia, è forse il caso di rifletterci un poco. Per quanto ancora «femmine nubili» russe scriveranno a destinatari italiani nella speranza di «fare una focolare»? Visti i chiari di luna economici, temo che presto il processo si rovescerà e dall’Italia partiranno frotte di cieche proposte di matrimonio inviate dai maschi nostrani verso la grande e fredda Russia.
Per questa ragione, ho voluto condurre un esperimento: sostituito il nome «Anastasiya» con «Mario» ho sottoposto il testo di cui sopra alle cure del traduttore. Ecco il risultato: «Poka-poka! Menya zovut Mariya! Poluchili li vy moyu fotografiyu? Ya videl Vashe pis'mo, i ya srazu zhe otvetit'. Mne 36 let, vy znayete? Ya odna zhenshchina i odin. U menya net detey, ya zhivu s roditelyami. Ya khotel by znat', tsel' sdelat'ocha... Ya udalil svoy profil' s sayta druzhby. Ozhidayteotveta s neterpeniyem».
Ora provo a spedire e poi corro a nascondermi. Per quanto so io del russo, potrei avere appena insultato l’onore della nonna di Putin.
Qui lo dico e qui non lo nego: vi lascio i Corrieroni e le Repubblicone, le Cnn e i New York Times. In cambio, mi tengo tutta la stampa locale. Meglio ancora, quella localissima: la stampa di quartiere, le gazzette dell’androne, i messaggeri di portineria. Solo in questi scrigni dell’informazione si trovano notizie degne, per così dire, di essere vissute.
Ecco una notizia fresca fresca riportata dal Corriere di Romagna: a San Marino si lamentano perché «gli italiani» non pagano le multe. Forse gli abitanti dell’antica rocca si considerano più vicini ai norvegesi o agli aborigeni australiani ma non avrei esitazioni a smentirli: poco importa il passaporto, poco importa la millenaria storia della minuscola Repubblica del Titano, e poco importano i francobolli con cui, da sempre, essa invade le collezioni della Penisola: per lingua, cultura, abitudini e vizi, i sammarinesi sono italiani tanto quanto noi.
È proprio per questa ragione che la notizia risulta tanto interessante. A San Marino, nel lamentarsi perché «gli italiani» non pagano le multe prese nel loro territorio, fanno osservare come loro, i sammarinesi (ma in realtà, come abbiamo visto, italiani in tutto e per tutto), le contravvenzioni buscate in Italia le pagano eccome. Da questo, per logica, si deduce che se gli italiani in quanto tali non pagano le multe, gli italiani in quanto sammarinesi le onorano con regolarità. Di conseguenza, basterebbe chiamare gli italiani in modo diverso per fare in modo che diventino, di colpo, cittadini rispettosi della legge.
Decenni, se non secoli, di indisciplina, lassismo, furberia e inciviltà verrebbero ribaltati con un semplice artificio linguistico. Resta il problema di come chiamare gli italiani se non italiani. So bene che, qui al Nord, qualcuno avrebbe già in mente una soluzione ma, rispettosamente, faccio presente che qui si tratta di rinominare tutti gli italiani e non solo una parte di essi. Un problema non da poco, a meno che "Banda degli onesti" non suoni troppo ironico.
Suppongo che l'incessante bombardamento della pioggia abbia finito per scuotermi i nervi. Non si spiega altrimenti come mai, ieri, incontrando la signora Malinpeggio, invece di esibire la classica versione cordiale di me stesso, l'ho aggredita con un profluvio di parole amare e risentite.
Un po' di colpa, credo, va attribuita alla luce opaca del pomeriggio, alle ombre grigie di cui era infestata l'aria e ai sinistri riflessi delle pozzanghere: una infausta combinazione che, sul momento, mi è parsa proiettare sul volto della signora, a metà celato sotto l'ombrello nero, un sorriso beffardo.
“Se la ride lei, eh?” l'ho investita, “E si capisce: quale tempo migliore per la signora del Pessimismo cosmico? Nulla come questo diluvio universale per dimostrare che l'uomo risiede, letteralmente, in una valle di lacrime!”
La signora ha cercato di interrompermi ma io, sull'abbrivio, non gliel'ho permesso. “Zitta! Abbia la compiacenza di non proferire verbo. Si goda pure questo tempo infame ma conservi almeno un briciolo di umanità. Abbastanza per impedirle di infierire su un'umanità dolente, per non dire inzuppata. Che gusto ci troverà, dico io, a gongolare per le disgrazie che piovono sulla Terra? Un po' di solidarietà non le farebbe male. Lasci che un raggio di speranza, se non di sole, le illumini il cuore”.
Ancora una volta la signora Malinpeggio ha accennato a voler dire qualcosa e ancora una volta gliel'ho impedito. “Silenzio! Non le permetterò di aggiungere altro dolore a questa tristezza, altra disperazione a questa malinconia. Rispetto, ecco ciò che chiedo; abbia soltanto un poco di rispetto”.
La signora ha sospirato: “Veramente io volevo dire che da mercoledì, secondo le previsioni, tornerà il sole e che questo mi rende felice”.
“Davvero?” le ho chiesto, di colpo rabbonito. “Davvero l'allieta la prospettiva di un ritorno del sole?”
“Ma certo!” ha risposto lei, “E sa perché? Perché quel giorno lei uscirà senza ombrello e, la sera sotto il temporale, di sicuro si beccherà una lavata”.
Ci sono giorni in cui non riesco a resistere alla tentazione di leggere notizie che riguardano l’Europa. L’esperienza è immancabilmente frustrante e me ne pento subito. Però appartengo anch’io al mondo e, se non altro per la professione che faccio, bisogna che mi tenga informato.
A proposito di Europa, leggo dunque in un sussiegoso editoriale online che la Gran Bretagna potrebbe a breve avanzare una richiesta di revisione della propria adesione all’Unione europea. Questo accadrà soprattutto se David Cameron, l’attuale premier conservatore, vincerà la elezioni nel 2015. Ora, per noi il 2015 è molto lontano - Dio solo sa quante rate dell’Imu avremo pagato prima di allora e per beneficiare chissà quale governo - ma gli inglesi ci stanno già pensando anche perché, come si sa, da quelle parti piove perfino più che quaggiù e spesso non c’è di meglio da fare.
Senza troppo sforzo, l’editoriale ipotizza che questa mossa di Londra scatenerà una reazione a catena. Berlino vorrà mettersi di traverso, Parigi incomincerà a cantare il demi demi, Madrid slitterà sul bagnato, Lisbona vorrà annettersi alla Nuova Zelanda e Dublino griderà dal pantano. Si scateneranno, insomma, quelle forze centripete che, a scadenza regolare, sembrano voler sconquassare un’unione fragilissima.
Non che lo sconquasso succederà per davvero. La cifra caratteristica di questa stagione storica sembra proprio questa: la convivenza forzata e forzosa tra entità che, per carattere e radici storiche, sembrano destinate a poter soltanto litigare. Accade in Europa, accade nel nostro governo e, non di rado, riscontriamo la stessa situazione negli uffici e nelle fabbriche. Non so se questa sia una conquista della civiltà o piuttosto un cortocircuito storico. Per istinto, non mi sento di disprezzarlo a priori: quando, in nome dell’autonomia di bandiera, i popoli hanno avuto libertà di scontrarsi, lo hanno sempre fatto. E qualcuno ci ha lasciato la pelle.
Per essere una specie che cammina sulla Terra da circa trecentomila anni, non c’è dubbio che l’homo sapiens si dimostri, con allarmante frequenza, un fesso senza attenuanti. In trecentomila anni si vorrebbe credere che questo eletto figlio delle stelle abbia avuto occasione di accumulare molte esperienze, di trasmetterle sotto forma di cultura e di applicarle al miglioramento di se stesso. Così è, in parte, ma poi scopri che molti passano ore davanti a "Pomeriggio 5" e tutto il lunghissimo e faticoso percorso evolutivo sembra sbriciolarsi in pochi attimi.
Oltre ai programmi tv del pomeriggio ci sono altre circostanze che testimoniano a sfavore della nostra specie. Una di queste la leggiamo in una notizia diffusa ieri. A quanto pare, i carabinieri di Roma hanno denunciato per esercizio abusivo della professione medica due coniugi «sprovvisti dei titoli abilitanti all’attività di farmacista ed erborista» che, in casa, avevano allestito un laboratorio in cui confezionavano pastrocchi a base di «erbe e integratori alimentari anche scaduti» che poi vendevano online spacciandone presunte «proprietà preventive e curanti».
Non si tratta di una notizia insolita ed è proprio questo che la rende allarmante. Se di pensa ai due coniugi romani (l’Ansa li identifica come «un impiegato comunale di 58 anni e la sua consorte di 45») difficilmente li si potrà immaginare come Diabolik ed Eva Kant. Arcibaldo e Petronilla, magari, o ancor meglio Alberto Sordi e Marisa Merlini: «Ce metto pure l’aglio, amò?», «E metticelo, che ce frega?» Eppure, a giudicare dalla relazione dei carabinieri, non pochi "clienti" sono caduti nella trappola dei due, contenti che l’etichetta riferisse, senza alcuna certificazione, di prodotti "naturali" e "curativi". Trecentomila anni di evoluzione per cadere nelle grinfie del sor Gigio e della sora Rosetta: più che la prevalenza del cretino, qui è attestata la sua eternità. Al massimo, da fessi semplici siamo diventati fessi 2.0.
L'aspetto odioso dell'invecchiare sta, naturalmente, nell'invecchiare in sé. Tralascio gli inconvenienti di carattere fisico, le magagne, i dolorini, la vista che peggiora, l'udito che si smorza e la memoria... non mi ricordo che cosa succede alla memoria. Escludo anche i problemi di carattere estetico: rughe, afflosciamenti, precipitazioni di capelli. Tutto ciò appartiene a una sfera concreta alla quale siamo chiamati a rispondere con il coraggio e lo stoicismo di cui disponiamo.
Ci sono invece altri contrattempi che non possono essere fronteggiati soltanto con le nostre individuali risorse mentali o morali. Sono ostacoli in qualche modo cosmici davanti ai quali tutti noi ci ritroviamo smarriti. Questi ostacoli possono essere riassunti in uno: il tempo.
Esso, ve ne sarete accorti, è largamente illusorio. Deciso a incanaglire lo strazio dell'invecchiamento, il tempo a volte trascorre con lentezza sufficiente da farci credere, specie quando siamo molto occupati, che si sia rintanato in un sorta di stagnazione, di pigro rallentamento, per poi, all'improvviso, presentarci lo sgomento di anni passati, mesi inceneriti e, soprattutto, l'infinita teoria degli spiccioli: frammenti di ore, minuti e secondi che usiamo definire “sprecati”. Straordinario ingannatore, il tempo si diverte poi a convincere alcuni di noi che esiste un segreto per affrontarlo: ed eccoci circondati da schiere di “esperti” e “saggi” intenti a istruirci su come vivere “al meglio” la stagione che ci tocca.
Un gigantesco gioco di illusionismo del quale, bisogna infine ammetterlo, gli unici responsabili siamo noi. Abituati a deformare tutto - l'opinione che abbiamo di noi stessi, quella che pensiamo gli altri abbiano di noi, la nostra visione del mondo e la visione che, crediamo, il mondo ha degli altri - costringiamo il tempo a raccontarci due storie diverse: la storia in cui corre e quella in cui riposa. Quando vedremo il tempo per ciò che realmente è, forse gli apparterremo per sempre.
Ieri, aspettando il treno - attesa che, a queste latitudini, può essere infinita - ho avuto modo di osservare con occhio da etologo dilettante un gruppo di adolescenti sulla banchina opposta alla mia. Riferisco i loro comportamenti con una prosa che, spero, possa fare onore alla memoria di Konrad Lorenz.
Fin dai primi istanti il gruppo ha manifestato una certa irrequietezza, un’agitazione interna piuttosto che proiettata al mondo circostante il quale, peraltro, veniva ignorato al punto da far sospettare non ci fosse consapevolezza della sua esistenza. Tale dinamica si esprimeva in decisi spintoni, inferti con l’accompagnamento di grugniti e irrefrenabili risatine.
Tutto ciò è continuato fino a quando un soggetto si è staccato del gruppo per posizionarsi sulla banchina opposta, la stessa sulla quale si era sistemato l’Osservatore (il sottoscritto). Tra il gruppo e il soggetto singolo è incorsa a questo punto una curiosa competizione a sputarsi l’un l’altro attraverso i binari. Le insufficienti gittate della saliva impedivano alle due parti di cogliere il bersaglio, ma ciò non mancava di suscitare eccitazione e, a giudicare dalla frequenza delle risate, divertimento. La concitazione è perfino aumentata allorquando il soggetto singolo, manovrando un ombrello tascabile come una mazza da baseball, proiettava involontariamente la parte superiore di detto ombrello sulla banchina opposta, colpendo al volto un membro del branco il quale, tosto, rilanciava l’oggetto non prima, però, di averci sputato sopra.
Ciò provocava nelle due parti un orgasmo definitivo: tra urla e balzi, vari soggetti si calavano sui binari onde raccogliere sassi da scagliarsi a vicenda, provocando così, con l’impatto delle pietre sui crani, un caratteristico suono cavo che bene si adattava a far da colonna sonora alla scena.
Nell’Osservatore ristagnava invece il malinconico riconoscimento di quanto sia necessario essere giovani per dimostrarsi impunemente amabili e stupidi allo stesso tempo.
Giornali e tv ostili, diciamo così, a Berlusconi hanno sottolineato con un discreto compiacimento come la Silvio-story andata in onda su Canale 5 domenica sera (ovvero il giorno prima della requisitoria di Ilda Boccassini al processo Ruby) abbia avuto ascolti piuttosto bassi: appena il 5,89%. Senza essere un esperto di palinsesti, la ragione mi sembra palese: se dalle vicende di Berlusconi si esclude ogni accenno al sesso - di più, lo si nega con vigore e ostinazione - che motivo c’è di sciropparsele? Sarebbe come leggere una copia di Playboy con le foto ritagliate: qualche articolo interessante si potrà anche trovare, ma il nocciolo - meglio, la polpa - risulta tragicamente assente.
La disavventura di Canale 5 deve far riflettere sull’uso politico o, se si vuole, propagandistico della televisione e dei media in generale. Un’influenza, quella dei mezzi di comunicazione, temutissima e, forse, sopravvalutata. O perlomeno valutata male: efficace quando è subdola, sotterranea, paziente nell’imporre ora dopo ora, giorno dopo giorno, un’idea di società confacente al potente che la manovra, questa tv manipolatrice fa cilecca quando diventa esplicita, roboante, sfacciata. Eppure, quello della svergognata parzialità è oggi il modello imperante, tanto è vero che ogni parte in gioco si è mossa per costruire o conquistare il suo mezzo di comunicazione dal quale, senza imbarazzo di faziosità, far partire le sue sbilanciatissime bordate.
Il motto, dietro questa assenza di equilibrio, è che tanto l’oggettività non esiste. Il che, forse, risponde a verità, ma non a tutta la verità: l’oggettività assoluta non esiste, ma dovrebbe esistere l’onesto sforzo a raggiungerla. Una tensione che, da sola, basterebbe a migliorare la qualità dell’informazione. Noi ci accontentiamo invece dell’attuale coro discordante dei media. La società prigioniera di Orwell subiva il Grande fratello. Tante famiglie importanti sopportano il fratello scemo. Noi, con mirabile sintesi, abbiamo confezionato il Grande fratello scemo.
Preparatevi a un paio di notizie dal mondo della scienza destinate, con tutta evidenza, ad avere un forte impatto nelle nostre future esistenze.
La prima viene dall’Inghilterra e riferisce dell’impresa di un gruppo di ricercatori locali. Costoro sono stati in grado di sviluppare una semente di frumento potenziata. Questo "superwheat", come lo chiamano, permette di aumentare il raccolto medio per stagione di circa il 30 per cento. Capirete che questo fatto è tutt’altro che marginale. Non è come se il vicino avesse recuperato un ceppo particolarmente robusto e rigoglioso di tulipani tale da far impallidire quelli piantati dalla nostra parte della rete (circostanza comunque imbarazzante): una super-produzione di frumento potrebbe sconquassare gli equilibri del mercato alimentare.
La seconda notizia viene dagli Usa ed è ancor più fragorosa. Secondo gli esperti, un atteso incremento dell’estrazione di olio di scisto da parte degli Stati Uniti finirà per ribaltare la bilancia commerciale degli idrocarburi. In pratica, da principale Paese importatore di petrolio, l’America diventerà nel giro di 5 anni il più importante esportatore: un ribaltamento economico le cui conseguenze sul piano finanziario, ma anche su quello politico, militare e, in ultima analisi, sociale, sono ancora difficili da immaginare.
Il tutto dovuto a una cosetta chiamata con un nome semplice semplice: "ricerca". Una cosetta in grado di imprimere alla società spinte molto ma molto più forti di quanto possa, oggi, la politica. Eppure, almeno in Italia, ci occupiamo molto più di politica che di ricerca; dedichiamo sforzi, energie, furori ed entusiasmi alla spesso vana speranza di definire una volta per tutte una rappresentanza che, nei fatti, ha ormai pochissime possibilità di incidere nella realtà. Quando ci riusciremo, sarà nostra l’illusione poter finalmente affrontare il mondo ad armi pari. Ma il mondo che ci ritroveremo davanti, non sapremo neppure riconoscerlo.
Dall’immenso sciocchezzaio che ci circonda (al quale mi pregio ogni giorno di contribuire) ho pescato ieri due bischerate di notevole cabotaggio. Una di Silvio Berlusconi - nel genere, non proprio un debuttante - che ha rimbeccato le figlie di Enzo Tortora (al quale si era paragonato come «vittima» della Giustizia) dicendo loro «avete perso un’occasione per stare zitte», e un’altra della pm Ilda Boccassini secondo la quale Ruby, nelle sue peripezie, avrebbe dimostrato «una furbizia orientale, tipica delle sue origini».
Non c’è bisogno di troppe parole per confutare affermazioni tanto svagate (chi, se non le figlie, hanno diritto di parlare del padre? Come si giustifica, se non con un assurdo pregiudizio razziale, la presunta "innata" furbizia di Ruby?) e nel proclamare un pareggio di scempiaggini tra due storici avversari vorrei qui passare oltre e trattare un tema più ampio. Che sarebbe: che cosa fare per combattere il costante, irresponsabile, endemico, pernicioso e quotidiano abuso della lingua italiana? Un abuso fatto non tanto di strafalcioni (che pure non mancano) quanto di concetti divelti dalla logica, di parole piegate a interessi particolari («libertà», «solidarietà», «uguaglianza») e di lemmi ricchi di succhi nobili («impegno», «valori», «lavoro») impiegati per insaporire - meglio: per edulcorare - l’insipido risciacquo del nostro fraseggio giornaliero.
Una proposta, inapplicabile ma irresistibile: vietare una parola alla settimana. Per sette giorni tutti - non solo i politici, i giornalisti e gli affabulatori di professione - si impegneranno a non usare la parola prescelta e a ragionare, per esempio, di «libertà», evitando la paroletta lisa, riscoprendone così il significato grazie al consapevole ricorso a un sinonimo meno usurato. Resta da scegliere chi deciderà, di volta in volta, la parola da vietare. Se permettete farò io e sarà una scelta inappellabile. Dopo tutto, tra le parole, «democrazia» non è la meno logorata.
Questa non sarà facile da spiegare ma ci proverò meglio che posso. Dunque: immaginate una carta geografica, non importa di quale parte del mondo, divisa in due aree colorate in modo diverso: un'area viola e un'area verde. Non ci sono sovrapposizioni, tra le aree: nessuna zona intermedia per intenderci.
Fate conto che l'area verde rappresenti il territorio occupato da una comunità nella quale predomina il modello patriarcale, ovvero comandano i maschi; nell'area viola, viceversa, a tener banco è il modello matriarcale, dunque decidono tutto le femmine. L'osservazione ci dirà che nella società patriarcale i conflitti vengono risolti perlopiù con la violenza; in quella matriarcale, riferiscono gli esperti, “le tensioni sociali vengono allentate con il sesso”.
Vi chiederete in quale parte del mondo convivano fianco a fianco queste due comunità così diverse. La risposta è facile: in Africa. Forse vi interesserà conoscere un altro particolare: non stiamo parlando di uomini ma di scimmie. Se le aree sono così nettamente divise è perché in mezzo ci scorre un fiume e le scimmie, pur dotate di grandi talenti, non sanno nuotare. Nel tempo, l'evoluzione ha separato scimmie “viola” e scimmie “verdi” in due specie distinte: gli scimpanzé (pan troglodytes) e i bonobo (pan paniscus). Entrambi sono nostri parenti neppure troppo alla lontana: l'homo sapiens condivide con queste due specie il 98,7 per cento del Dna.
C'è però un mistero: esiste un 1,6 per cento di Dna che condividiamo con gli scimpanzé ma non con i bonobo e un altro 1,6 che abbiamo in comune con i bonobo ma non con gli scimpanzé. Al netto dell'evoluzione, siamo dunque un misto di viola e verde. Dal punto di vista cromatico, una sorta di marroncino poco attraente, da quello genetico una specie davvero ambigua, per non dire bizzarra ma certamente interessante: capace di violenza, di amore e anche, cosa davvero particolare, di mettersi a sedere e passare la giornata a guardare che cosa combinano le scimmie.
E’ confortante scoprire che al mondo accadono sempre fatti nuovi e sorprendenti anche al di là, per esempio, dell’assemblea nazionale del Pd, evento che, come quoziente di tristezza, equivale a un vecchietto che si annusa i calzini dopo esserseli sfilati.
Che cosa dire, per esempio, del fatto che da ieri al mondo esiste una città in più? Proprio così, una città tutta nuova: giovedì non esisteva e venerdì invece era lì, a disposizione di chi volesse percorrerne le strade e visitarne gli edifici. O quel che ne resta.
Perché, in effetti, la città in questione non è precisamente tutta nuova ma, essendo rimasta sott’acqua per gli ultimi 25 anni, è come se lo fosse.
Epecuen era un tempo una cittadina brulicante di vita: ogni anno almeno ventimila turisti la raggiungevano per godere le dolcezze termali e lacustri di quella zona nel sud-ovest dell’Argentina.
In seguito a una serie di alluvioni, nel novembre del 1985 il lago tanto apprezzato dai visitatori uscì dal suo bacino per non farvi più ritorno. Per anni e anni strade e piazze, case e fabbriche, parchi e panchine, bar e ristoranti, prigioni e asili sono rimasti intrappolati sotto una coltre di dieci metri d’acqua.
Fino a ieri, appunto, quando, al termine di una lunga ritirata, l’ultima impronta umida del lago ha lasciato le strade di Epecuen, rivelando una moderna Atlantide, assoluta curiosità a disposizione di chi volesse affrontare un viaggio di almeno sei ore da Buenos Aires.
Chi lo ha fatto descrive uno scenario di «gusci arrugginiti di auto, rovine di mobili, case sbriciolate, elettrodomestici rotti». E aggiunge: «È un bizzarro paesaggio post-apocalittico che fissa un momento drammatico nel tempo».
Una notizia sorprendente, come dicevo, anche per il fatto che se, come probabile, molti di noi non riusciranno mai a raggiungere Epecuen, grazie alla maledetta crisi sarà Epecuen, con le sua strade rotte e desolate, a raggiungere noi.
Leggete, per cortesia, e perdonatemi in anticipo per la sgradevolezza/volgarità dell’argomento:
«(ANSA) - ROMA, 10 MAG - Nel 2011 sono stati 3.000 i giovani italiani che hanno richiesto l’operazione di falloplastica per allungare o ingrandire il pene. "Il trend è in aumento e negli ultimi due anni le domande sono aumentate del 10 % ogni anno" spiega Alessandro Littara, chirurgo ed andrologo al 34° congresso della Società italiana di medicina estetica».
A parte la slavina di doppi sensi incorporata nella dichiarazione del chirurgo (egli usa due volte il verbo "aumentare" parlando di allungamenti e allargamenti in zone delicatissime oltre che sul piano fisico anche su quello verbale), la domanda che sorge ("sorge"? ho paura di essermi inoltrato in un terreno minato) spontanea è questa: sono tanti o pochi tremila giovani italiani che, evidentemente, hanno creduto di legare la propria futura felicità a una faccenda di quantità genitale?
La risposta è evidentemente duplice: sono tanti rispetto, chessò, a quattrocento anni fa, quando chi avesse manifestato l’intenzione di allungarsi il pene sarebbe stato accontentato all’istante ma con esiti niente affatto ludici; sono forse ancora pochi rispetto al panorama generale della popolazione maschile che, con esemplare modestia, e in qualche caso rassegnazione, se ne va in giro con infilato nei pantaloni ciò che natura (e destino) gli ha assegnato.
Averne certezza è importante perché, come è stato confermato nel congresso in oggetto, molti si ritrovano sotto il bisturi del chirurgo dopo aver cliccato su un’inserzione online. Con grave rischio per la salute fisica - e fin qui poco male: chiunque si faccia modificare l’attrezzatura cliccando su un "banner" merita tutti i danni che gli possono capitare -, ma soprattutto per quella mentale dell’intera categoria maschile italiana: il cervello lo abbiamo da tempo ficcato nella Rete, si spera che, se non altro per tradizione, altri ingranaggi rimangano più al sicuro.
Le notizie - non rarissime - che riguardano il mondo dell’arte mi appassionano sempre. Dovrei specificare: intendo le notizie che riguardano non tanto il mondo dell’arte quanto quello del collezionismo.
Parlare di collezionismo equivale a parlare di denaro. Quando si tratta di collezionismo d’arte, di tanto denaro. Possono bastare, per fare un esempio, 41 milioni di dollari? È la somma per la quale è stata venduta una tela di Paul Cézanne, dipinta tra il 1889 e il 1890, nella quale si ammirano undici mele. Facile fare il calcolo, lo hanno fatto tutti i cronisti che, nel mondo, si sono occupati della notizia: ogni mela è stata venduta per circa 3,8 milioni di dollari.
A differenza di tanti artisti suoi contemporanei, Cézanne non era uno spiantato. Suo padre era un banchiere ed egli godette per tutta la sua vita di una rendita che lo mise al riparo dalle angustie tipiche, in quella stagione, della vita di pittore. Nonostante ciò, se tornasse in vita credo rimarrebbe sbalordito dal valore raggiunto sul mercato dalle sue mele. Molto probabilmente incomincerebbe a dipingere mele come un matto nella convinzione di poter accumulare una fortuna. Chissà come rimarrebbe deluso nel dover constatare di essere riuscito a guadagnare ben poco! Proverebbe allora a dipingere arance e albicocche, e poi papaie e avocado, ananas e frutti della passione. Niente: altro che milioni di dollari, probabilmente solo pochi euro.
Questo per la ragione che solo il tempo, rendendo irripetibili e uniche le mele di Cézanne, consente di valutarle così tanto. Il collezionista paga per portarsi via un pezzetto di realtà che nessun altro ha e avrà mai. Se il pittore si mettesse a dipingere mele come un matto, farebbe diminuire il valore di quelle del collezionista senza peraltro poter aumentare quello delle sue e dunque non riuscirebbe a saziare la fame di denaro che gli abbiamo attribuito. La nostra fame di bellezza sì. Ma quella, si sa, non ha né prezzo né mercato.
Amo molto, nei ritagli di tempo, aggiornarmi sui più recenti studi pubblicati nel campo della psicologia. Detto così, sembra chissà che: in realtà, esistono sul tema molti siti e blog di facile lettura.
Gli studi psicologici sono quelle cose che vanno a esaminare con estrema serietà quei piccoli e grandi meccanismi che, a volte in modo automatico e in altre più riflessivo, muovono il nostro comportamento durante la giornata. Studiano la paura, il panico, la felicità e la depressione; spiegano perché ci faccia ridere un uomo che scivola su una buccia di banana mentre raramente l’effetto funziona con la buccia di un’albicocca. Inoltre, sono in grado di definire (e per questo in qualche modo circoscrivere) gli umori dei bambini, le turbolenze degli adolescenti e le malinconie degli anziani. Che cosa volere di più? Se solo riuscisse a spiegare perché, all’età di 50 anni, mi commuovo al ricordo delle telecronache di Ennio Vitanza, la psicologia andrebbe proclamata "scienza delle scienze".
Certo, qualche volta non riesce a esimersi da uscite un poco spericolate. Come spiegare altrimenti una ricerca condotta in Germania secondo la quale, come afferma il professor Johannes Zimmermann, «chi usa spesso il pronome "io" denuncia la tendenza a considerare se stesso come un’entità isolata»? Non contento, Zimmermann puntualizza: «Chi preferisce il "noi" rivela interesse per le relazioni sociali».
Non serviva essere professori (e neppure essere tedeschi) per arrivare a questa conclusione anche perché, secondo me, è sbagliata o quantomeno imprecisa. Spesso, qui, io scrivo in prima persona ma credo onestamente di poter dire che non si tratta di un desiderio di isolamento quanto di rispetto: manifesto così la volontà di non imporre ad altri opinioni che sono soltanto mie. E poi solo due o più "io" pazienti abbastanza da affrontare un processo fatto di brevi diffidenze, caute curiosità e umani silenzi possono diventare un vero, solido "noi".
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