Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

I due siti

Apr 23 2014

Il sito di un grande giornale nazionale proponeva ieri, dritto nell’homepage, una “fotogallery” dedicata a Pompei e ai suoi “disastri”. Una premessa perfettamente mantenuta dalle immagini: un motorino parcheggiato tra le rovine, le aree archeologiche trasformate in acquitrini, i lavori lasciati a mezzo con tubi penzolanti e cavi che affiorano dal terreno. Dieci foto, o poco più, per documentare un orrore.

Vien rabbia, e tanta, perché gli originali abitanti Pompei non possono più difendersi. I lapilli del Vesuvio son stati, per loro, una doppia disgrazia: non solo hanno portato la morte nelle loro strade, ma le hanno conservate nei secoli in modo che noialtri, quasi duemila anni dopo, si possa riempirle con altro ciarpame, altri veleni, altre assurde incongruenze.

Da quanto è dato sapere delle loro abitudini, i pompeiani non erano né santi né rigorosi esteti. La città comprendeva ville signorili e case eleganti ma anche lupanari da spavento, con i muri imbrattati dalle scritte dei clienti in attesa del loro turno. Non c’era però - e non poteva esserci - quella devastante trascuratezza con cui solo oggi, dopo decenni impenitenza morale, arrogante ignoranza e sciocca agiatezza, siamo in grado di segnare il nostro passaggio.

Ancora più straordinario è che, pur capaci di indignazione per il brutto che spargiamo intorno a noi stessi, sembriamo incapaci di fermarci, o almeno di stabilire un limite. Produciamo il brutto nel momento stesso in cui lo denunciamo. L’indignazione viaggia sullo stesso canale del suo contrario, la denuncia passa sulla stessa lunghezza del crimine. Lo dimostrava il sito di cui sopra pubblicando la gallery dello scempio accanto a un profilo dedicato alle sorelle Kardashian, al matrimonio (finito) di Valeria Marini e al ritorno (barbuto) di Boy George. Dev’essere questa la ragione perché per l’area archeologica di Pompei e per quella informativa del giornale si usa la stessa definizione: “sito”. Ovvero un posto che fa da discarica alle buone intenzioni.

Mario Schiani

Il meglio di noi

Apr 22 2014

Nel due giorni di vacanza che la Pasqua ci ha concesso - la Pasqua propriamente detta e il Lunedì dell’Angelo - ho avuto modo di osservare un cambiamento (in meglio) dei social network. Poiché i network non sono altro ciò che di social ci si mette dentro, è forse legittimo credere che il miglioramento sia intervenuto nella collettività in generale: in questi due giorni “liberi”, ha infatti espresso se stessa con interventi più rilassati e ragionevoli del solito.

A un rapida ricognizione, i miei account di Facebook e Twitter presentavano, ieri, meno accorate indignazioni e più gattini, meno tonitruanti denunce del “malaffare” e più bambini con la faccia impiastricciata di cioccolato, meno sarcasmo elettorale - quasi sempre scontato - e più tavolate intorno alle quali, a pranzo terminato, pance e palpebre sembravano ispirate a un torpore, nonostante il tempo grigio, quasi messicano.

Secondo me, un netto guadagno. Non perché opinioni di carattere generale - politico e sociologico - non meritino residenza sui social, ci mancherebbe, ma perché parlare di torte salate, cuccioli e gattini ci riesce meglio che tromboneggiare di Siria o Ucraina.

Non intendo, con questo, dire che le nostre opinioni in fatto di politica nazionale o internazionale non abbiano valore. Solo che, nei giorni in cui ci muoviamo trascinati dalla corrente del lavoro e degli impegni, circondati dai richiami a getto continuo dell’informazione, dimentichiamo come, per fortuna, la nostra dimensione più congeniale, più rilassata e, in una parola, più naturale, sia pur sempre quella domestica. Non c’è da vergognarsene e non vale separare se stessi nella versione “lavorativa” e in quella “festiva”. Quando abbassiamo le difese, infiliamo le pantofole e ci addormentiamo sul divano con la pancia piena stiamo semplicemente dando il meglio di noi stessi. È quello che dico sempre a mia moglie, quando mi sveglia perché la aiuti a lavare i piatti.

Mario Schiani

Imparammo tutto

Apr 20 2014

Va tutto bene, a Natale, per chi tiene una rubrica come questa perché il Natale si presta a essere criticato. Non il Natale in sé, ovviamente, ma ciò che del Natale è stato fatto ormai da decenni. L’aggressione del consumismo, lo sfruttamento dell’infanzia implicito nel creare desideri che i genitori, con grande spesa, dovranno poi cercare di esaudire.

Ma la Pasqua? La Pasqua sembra ancora indenne da questo trattamento, se si esclude la diffusione un tantino insistita di dolciumi e uova di cioccolato. Nella Pasqua rimane intatto un senso di rinascita che dovrebbe essere sempre e comunque apprezzabile. Per me, abituato a riflettere sulle cose con spirito critico se non proprio con burbanzoso moralismo, questa qualità della Pasqua finisce per diventare un difetto. Assurdo, lo so, ma devo ammettere di non avere parole che si adattino alla festiva circostanza.

Questa la ragione per cui, oggi, prendo a prestito parole altrui. Nello scambio, ci guadagnerete di sicuro, perché si tratta di parole scritte oltre 150 anni fa da Emily Dickinson. Parlano di amore e verità, e della ricerca dei medesimi. Raccontano dell’impossibilità di abbracciare entrambi nella loro vastità e dunque della necessità, in qualche modo, di abbandonarsi a essi senza spiegarseli fino in fondo. Stai vedere che parlano proprio di Pasqua:

 

Imparammo Tutto dell’Amore -

L’Alfabeto - le Parole -

Un Capitolo - poi il possente Libro -

Poi - la Rivelazione si concluse -

Ma ciascuno negli occhi dell’Altro

Un’Ignoranza scorgeva -

Più Divina di quella della Fanciullezza

E l’uno all’altra, Fanciulli -

Tentammo di spiegare

Ciò che nessuno dei due - capiva -

Ahimè, la Saggezza è così vasta -

E la Verità - così multiforme!

Mario Schiani

Ma quale morte

Apr 19 2014

Non posso dire di essere dispiaciuto per la morte di Gabriel García Márquez. I suoi libri, quelli almeno che posseggo, ieri mattina erano ancora lì, sullo scaffale. Mi dispiace, naturalmente, in quanto essere umano, che i suoi famigliari e i suoi amici debbano soffrire per un vuoto personale . Io, in quanto lettore, non ho il diritto di definirmi altrettanto orbato: con i suoi libri, García Márquez ha infatti adempiuto al compito assegnato a ogni grande scrittore, quello di sorpassare la morte in virtù di una testimonianza intellettuale particolarmente intensa e meritevole di ripetuto ascolto.

Forse, la mia mancanza di dolore è dovuta anche al fatto che, per formazione e abitudini di lettura, non sento gli autori sudamericani particolarmente vicini, con la sola eccezione di Guimarães Rosa e del primo Vargas Llosa. Ma questa, in fondo, è solo una ragione in più per guardare al distacco tra autore – mortale quanto mortale è il suo corpo – e opera - immortale quanto immortale riesce a essere il suo valore letterario – con la giusta obiettività. “Cent’anni di solitudine” - libro amatissimo ovunque – è certamente la controprova che, lungi dal costringerci a piangerlo, García Márquez è riuscito a vivere a dispetto della cedevolezza dimostrata, dopo 87 anni, dal suo organismo. Mi sembra insomma un po’ ingiusto, quasi irrispettoso, piangere un uomo dopo che, grazie alla sua immaginazione, al suo talento e alla sua disciplina artistica, ha conquistato il diritto a perpetuarsi, tramite l’eco vitale rimandata dai suoi personaggi, ben oltre la morte fisica. Non tutti riescono a fare altrettanto ed è a loro che, forse, meglio diretto sarebbe il nostro dolore. La morte di García Márquez corrisponde invece alla continuazione, ostinata, di un sentimento che mi fa venire in mente la chiusura di uno dei suoi romanzi, “L’amore ai tempi del colera”: «“Fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del c...o?” gli domandò. Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese. “Per tutta la vita” disse».

Mario Schiani

Il mostro banale

Apr 18 2014

Papa Francesco, ieri, ha parlato di noia. Lo ha fatto riferendosi alle difficoltà incontrate da chi sceglie il sacerdozio. Queste le sue parole, come riportate dai media: «Anch’io sono passato attraverso i momenti di tristezza che a volte ci colgono nella vita sacerdotale, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi».

Non intendo certo addentrarmi nelle “vertigini” di vite consegnate a un impegno per certi versi eroico. Vorrei soltanto approfittare di un abbrivo tanto autorevole per occuparmi di un sentimento - ma sarà giusto chiamarlo così? - molto sperimentato, ma poco analizzato: la noia, appunto. Qualche volta mi viene da pensare che la noia sia lo stato d'animo per eccellenza a cui l'uomo è consegnato. Felicità, ira, euforia, tristezza: sembrano, queste, tutte condizioni in cui ci troviamo, per così dire, un po' fuori da noi stessi. I sentimenti estremi ci portano a modificare i nostri confini: torniamo da un dolore intenso mostrando, nel carattere, una dolcezza che prima non ci era conosciuta e, allo stesso tempo, un'indifferenza che potrebbe spaventarci. Dalla gioia, invece, usciamo con una razione di fiducia: per nulla inesauribile, però, pronta a lasciare il posto alla nostalgia, o almeno a una forma soave di malinconia.

Ma la noia? La noia è la sensazione più facile a risvegliarsi in noi. Basta abbandonarsi un momento, basta sottrarsi ai tanti stimoli che, anche se non vogliamo riconoscerlo, sono fatti apposta per tenerla a bada e soffocarla, ed eccola che arriva. Si tollerano dolori atroci meglio della noia. Per essi abbiamo più forza d'animo. La noia invece la scacciamo come si fa con una mosca, rinviando ogni volta l'appuntamento con la parte più grigia, ma anche più vasta, di noi stessi. Chissà come dev'essere il trovarsi faccia a faccia con questo mostro banale: avvicinarsi a esso significa diventarsi mano a mano più insopportabili. Si può pensare a una sfida più difficile? Secondo me ci vuole un bel coraggio ad annoiarsi.

Mario Schiani

Il diritto violato

Apr 17 2014

c’è una ragione in più per invecchiare decentemente, cercando di evitare di dover contare sull’aiuto altrui. Tra i mille pericoli che corriamo c’è ora anche quello di venir affidati, in tarda età, alle cure di un politico condannato ai servizi sociali.

Non ce l’ho con Berlusconi in particolare: sarebbe troppo facile accumulare battute sul suo conto e quando le battute sono (troppo) facili da fare, difficilmente sono belle e di certo non sono memorabili. Mi limito semplicemente a denunciare il rischio corso dai nostri anziani: quello di perdere uno dei pochi diritti garantiti dalla terza età, uno di quei diritti che fino a oggi nessuno aveva osato mettere in discussone. Non mi riferisco alla pensione, diritto già pericolante a causa della spericolata gestione delle finanze pubbliche, ma a quello, ben più antico e radicato, di parlare e straparlare, di raccontare e riraccontare, di ammonire una volta e ammonire mille volte. Gli anziani hanno vissuto tanto - altrimenti non sarebbero anziani - e l’aver tanto vissuto li ha dotati di storie e aneddoti. Alcune storie sono buone, altre meno; alcuni aneddoti sono significativi, altri meno. Non importa: gli anziani, in virtù delle ferite inferte loro dal tempo, si sono guadagnati il diritto di raccontare ciò che pare a loro , quando pare a loro. Così è e così è sempre stato.

Purtroppo, questa magnifica tradizione viene messa in pericolo dall’idea di affiancare agli anziani un assistente politico o ex politico. Ovvero la categoria che fa della parola l’uso più spericolato, retorico, volubile e manipolatorio possibile. Ancora: non mi riferisco necessariamente a Berlusconi. Immaginatevi, tra qualche anno, una casa anziani che si vedesse affidare Renzi quale assistente temporaneo. Immaginate da quale valanga di parole verrebbero investiti gli ospiti della suddetta casa: tutti i loro racconti, le loro storie e, in una parola, la loro vita, finirebbe sotto una slavina di eloquio toscaneggiante. E Renzi sopra che parlerebbe ancora: se non altro per promettere la mobilitazione «tempestiva» della Protezione Civile.

Mario Schiani

I rimedi di nonna 2.0

Apr 16 2014

Un tempo certi rimedi come la preparazione di tisane rinfrancanti, decotti benefici e impacchi antidolorifici erano affidati, per definizione, alla nonna. La cara vecchina, nonostante l’età, l’artrite e la memoria un po’ sfarfallante, era fatta d’imperio custode di una vasta selezione di saggezza spicciola, riunita sotto il nome, appunto, di “rimedi della nonna”. Difficile affidarle la responsabilità, oggi, di altri rimedi che tuttavia, per certi versi, apparterrebbero alla stessa categoria, rimedi che si trasmettono per prossimità e amicizia, per consiglio o per sussurro e che vanno ad aggiungersi all’antica stratificazione del sapere comune. La nonna avrebbe però difficoltà a maneggiarli, perché riguardano la tecnologia più avanzata, quella degli smartphone.

Circola da qualche tempo - trasmessa anche via web ma non per questo con meno familiarità e premura - la ricetta, o meglio il rimedio, per far durare di più la batteria dell’iPhone. È un problema che i possessori del telefonino in oggetto conoscono bene: l’iPhone, aggeggio davvero sorprendente sotto tanti aspetti, tende, specie nelle ultime versioni, ad asciugare la batteria con relativa velocità. Ecco allora che, quasi sottobanco, attraverso canali forse non ufficiali ma resi autorevoli da una certa bonarietà popolare, vanno divulgandosi liste di accorgimenti per rettificare il problema. Si spiega come convincere le “app” a funzionare con più discrezione, come costringere i circuiti interni a una salutare dieta di microvolt e si sottolineano gli errori più comuni che gli utenti, sventati giovinotti avidi di performances costose in termini di energia, potrebbero evitare se solo si conducessero con un po’ di decenza.

Tutto questo, se vogliamo, insegna che di questa saggezza spicciola, di questo portarsi”cum grano salis” c’è ancora bisogno: se poi vogliamo tornare ad affidarlo alla nonna, per me va bene. Almeno, però, promuoviamola a nonna 2.0.

Mario Schiani

Meglio in prigione

Apr 15 2014

Da quando si impara a leggere, o forse poco dopo, ci si rende conto che, nella vita, alcune letture continueremo a ritrovarle. Non parlo delle riletture dei classici - uno dei piaceri più raffinati, a saperlo coltivare - ma delle notizie che i giornali ripetono di anno in anno, tornando ogni volta a testimoniare di situazioni, spesso gravi, che sembrano perpetuarsi.

Una di queste notizie riguarda il sovraffollamento delle carceri. Un problema che non ricordo la stampa abbia mai potuto evitare di segnalare a regolare cadenza. Spiazza, pertanto, sapere che non sempre e non ovunque è così. Ci sono Paesi che non hanno il problema del sovraffollamento delle carceri, ma fronteggiano la situazione inversa: le carceri sono vuote. Troppo vuote.

Accade in Olanda, dove la popolazione carceraria è crollata sotto le diecimila unità su un totale di 17 milioni di abitanti e il personale in servizio ha superato in numero quello dei prigionieri. Buona cosa? Non necessariamente. Le statistiche sui crimini commessi in Olanda segnalano un calo, ma non si scostano dall’andamento nelle altre nazioni europee. Allora, perché l’Olanda ha meno carcerati? Non lo sanno neppure gli olandesi. Il governo ha avviato un’indagine per cercare di capirci qualcosa e intanto si trova a fronteggiare problemi come il dover chiudere alcune prigioni e licenziare parte dei dipendenti.

Tutto questo è strano è un po’ assurdo ma conduce inevitabilmente a una riflessione: per come è organizzata, la società ha bisogno delle prigioni. Perfino nella più utopistica delle contingenze - crimini ridotti a zero - le prigioni probabilmente non potrebbero venire abolite o svuotate del tutto. Una prigione vuota non trasmette necessariamente un messaggio positivo. Al pensiero, infatti, la gente reagisce pensando che se le celle sono vuote è colpa del governo e delle forze dell’ordine, che non fanno abbastanza per catturare i delinquenti. Siamo cinici al punto che, sotto sotto, di una prigione stracolma facciamo il simbolo di una società sicura e realizzata.

Mario Schiani

Lettera personale

Apr 14 2014

Ricevo e volentieri divulgo:

«Gentile signor Mario, chi le scrive non è una persona fisica. Non dispongo di domicilio fiscale e neppure di residenza anagrafica. Non ho un conto corrente e non risulto iscritto al Touring Club. Questo perché non sono una persona: sono una parola. O meglio, ero una parola.

«Lasci che mi presenti: sono la parola “autoscatto”. Da qualche mese sono stata messa da parte in favore di un lemma d'importazione: “selfie”. Lungi da me farne una questione di nazionalismo o, peggio ancora, di xenofobia. Mentre alcune mie colleghe protestavano per l'introduzione nella lingua di termini come “fashion”, “smartphone”, “break” e “marketing”, io le invitavo a mantenere una certa ampiezza di vedute. “Oh” mi rispondeva sarcastica la parola “pausa”, “tu vuoi dire che dovremmo guardare alla 'big picture'”. E io, con pazienza, a sostenere che non era il caso di arrabbiarsi, che l'inglese, responsabile per tante parole immigrate da noi, è a sua volta una lingua generosa, che negli anni ha accolto tante parole straniere, tra cui “spaghetti” e “tiramisu”.

«Oggi che provo il dolore dell'eliminazione sulla mia pelle, penso che avrei dovuto essere più intransigente. Che cosa distingue “autoscatto” da “selfie”? Niente, se non un aggiornamento tecnologico. L'autoscatto si faceva con quegli aggeggi meccanici a timer – chiedo scusa: a temporizzatore - che davano al fotografo dieci secondi per aggirare la macchina e presentarsi davanti all'obiettivo. Quasi mai, debbo dirlo, arrivava in tempo e i cassetti sono pieni di foto con gente colta mentre impreca a metà strada. Il “selfie” si fa invece con il telefonino, rivolgendo a se stessi l'obiettivo digitale. Ora che ci penso, in effetti tra “autoscatto” e “selfie” una differenza c'è: il primo tendeva quasi sempre a includere più persone, l'autore voleva regalare un'immagine a se stesso e agli altri. Gli autori dei “selfie” pensano invece solo a se stessi: sarà per questo che la parola è stretta parente di “selfish”, egoista. Propongo allora un compromesso. Mandate pure me, l'autoscatto, in pensione, ma sostituitemi con un neologismo italiano: l'“egoscatto”».

Mario Schiani

Passato turistico

Apr 13 2014

Al punto in cui siamo – e mi riferisco con sfacciata vaghezza alla situazione economica e sociale – non credo dovremmo avere paura di copiare. A meno che non intenda la meccanica riproduzione di un oggetto o di un'immagine, il verbo “copiare” è aperto a interpretazioni. Per esempio: prendere un'idea e replicarla adattandola alle circostanze potrebbe non essere, tecnicamente, “copiare” ma ricadere piuttosto nella competenza, più nobile e colta, dell'interpretazione o, addirittura, dell'ispirazione. Questa premessa mi consente di tuffarmi nell'argomento di oggi che non è tanto un argomento quanto, appunto, un'idea. Questa: perché non copiamo i tedeschi? Non in tutto, per carità, ma in un'iniziativa che si sta rivelando parecchio lucrosa: lo sfruttamento della “Ostalgie”.

Dicesi “Ostalgie” una certa nostalgia un poco affettata e, se vogliamo, infantile per la Germania dell'Est, detta anche Repubblica Democratica Tedesca. Da anni, la paccottiglia vetero-comunista della Rdt ha un suo mercato ma, oggi, c'è chi ha portato questo filone a un livello superiore. E' il caso dei proprietari dell'Ostel Hostel di Berlino, un albergo che, sulla base di prezzi davvero da socialismo reale, offre agli ospiti camere arredate in puro stile pre-crollo del Muro. Mobili spartani, tappezzerie allucinogene, oggettistica priva di fronzoli decadenti. Dell'autentica Germania dell'Est manca la sorveglianza maniacale, il sospetto reciproco e la privazione della libertà: ma non è questo che, ovviamente, gli “ostalgici” cercano. La loro è una nostalgia estetica per l'apparenza di un mondo che si proponeva alternativo al nostro.

Ecco, dovremmo lanciarci nello stesso business. Adattandolo, si capisce, alle nostre latitudini. Non alberghi Rdt ma, chessò, l'Ostello del Balilla o la Locanda dell'Orbace. Qualcosa, insomma, che rispolveri, ma solo in superficie, il nostro passato politico. Non alloggereste, voi, nella suite presidenziale Saragat o piuttosto al Motel Forlani? Un po' di buona volontà e potremmo trasformare il passato in un'innocua attrazione turistica. Il meglio, direbbe qualcuno, che se ne possa ricavare.

Mario Schiani

Fiducia al microonde

Apr 12 2014

Come si potrebbe definire un buon servizio? Come lo si riconosce ? Con “buon servizio”, qui, si intende quello che ogni eccellente ristorante dovrebbe garantire.

Più facile descrivere il suo contrario: il “cattivo servizio” che in tanti ristoranti, purtroppo, viene propinato ai clienti. Ancora prima del cibo deludente, o addirittura pessimo, della sporcizia o della sciatteria dell’ambiente, è la faccia del cameriere o della cameriera ad annunciarci che stiamo per vivere un’esperienza sgradevole. Al nostro cenno, egli o ella risponderà alzando brevemente lo sguardo al soffitto e cercando di trattenere, senza convinzione, un sospiro di impazienza. Dopo di che, trascinando i piedi, si avvicinerà al tavolo e invece di chiedere, con buona grazia, «in che cosa posso servirvi?», con uno scatto della testa sottintenderà un ruvido interrogativo. Un gesto che, reso sonoro, suonerebbe come «Embé?».

Il “buon servizio”, fatto di dettagli e poggiato come una porcellana su un ripiano di qualità, è invece difficile da descrivere. A meno che non si tratti del servizio offerto da “Eleven Madison Park”, un ristorante newyorkese che propone cucina francese e “american nouveau”. Il locale va costruendosi una solida fama appunto per la qualità del servizio, che qualche notista meno scrupoloso di me potrebbe arrivare a definire “maniacale”. Per esempio: una volta in possesso della lista degli ospiti che si presenteranno a cena, i gestori li “googlano” (lo so; abbiate pietà: vuol dire cercare un nome su Google) in modo da sapere chi sono, quando compiono gli anni, quando cadono il loro anniversari di matrimonio e quali gusti (pubblici) hanno. «Se ci arriva un ospite del Montana» spiega un maître, «e da noi lavora un cameriere con la stessa provenienza, faremo in modo che sia lui a servirlo». Una tecnica che, attraverso la tecnologia, vuole accelerare quell’intimità con i clienti che, in passato, i buoni ristoranti costruivano con il tempo. Temiamo però che sia appunto il tempo l’ingrediente insostituibile della fiducia. A New York, invece, mettono pure quella nel microonde.

Mario Schiani

Il futuro del passato

Apr 11 2014

Voi avrete i vostri idoli cinematografici - Bergman, Fellini, Fassbinder, Ficarra e Picone - io, se permettete, ho i miei. Tra questi, annovero con fierezza “I pronipoti” che, tecnicamente, non erano né registi né attori e neppure, a ben guardare, un film: era un cartone animato, prodotto da Hanna & Barbera (la coppia responsabile, tra l’altro dell’Orso Yogi e di Svicolone), e intitolato, nell’originale, “The Jetsons”. Sta tutto nell’intestazione americana, per me, il fascino di questo cartoon che illustrava le avventure di una famiglia in un futuro tecnologicamente avanzato ma non necessariamente lontano (poteva benissimo essere l’anno 2000: quarant’anni fa, a me bambino, pareva un traguardo sufficientemente distante perché appartenesse alla fantascienza). Il titolo alludeva al sistema di trasporto preferito dalla famigliola: l’automobile volante. Non che fosse un mezzo di cui solo la famiglia in oggetto poteva disporre: l’auto volante, anzi, aveva sostituito l’auto terrestre quale tipico oggetto di consumo della famiglia media della quale il cartone si preoccupava di proiettare nel futuro meriti, valori e suburbana felicità.

Capirete dunque quanto abbia potuto colpirmi la notizia - riportata dall’autorevole “Time” - che l’auto volante esiste. La produce un’azienda chiamata “Terrafugia” - nel nome, ovviamente, il programma - e, a parte le operazioni di decollo e atterraggio, per le quali è ancora previsto, se non l’intervento, quantomeno una supervisione umana, è in grado di portarci destinazione lungo una rotta aerea decisa e controllata dal computer di bordo. L’auto, in realtà, non è ancora disponibile nelle concessionarie, ma i dirigenti di Terrafugia sostengono che, con qualche ritocco, presto lo diventerà. Diciamo allora che nell’arco delle nostre vite vedremo svolazzare intorno alle case e nei cieli delle città non più solo aerei a lunga gittata ma anche le utilitarie per andare a fare la spesa. Per me, fan di lunga data dei “Pronipoti”, sarà una sensazione singolare: mi sembrerà di vivere il futuro del mio passato.

Mario Schiani

Tutti nel “gap”

Apr 10 2014

Forse saprete, se avete l’abitudine di frequentare questo angolo, che da tempo conduco un mio personale duello con il sistema ferroviario lombardo. Questo significa che, di tanto in tanto, non esito a criticare quella rete di trasporto che, a patto di essere pesantemente ubriachi, non si potrebbe che definire efficiente.

Penserete, a questo, punto, che si tratta di meschinerie: piccole vendette di un passeggero maltrattato. Non è così: sono ormai oltre i maltrattamenti e il risentimento che ne consegue. Ormai ho accettato il mio destino di pacco affidato a mani inefficienti quando non incapaci e, con spirito sereno e rassegnato, mi limito a osservare ciò che mi circonda.

E’ curioso notare, per esempio, come l’amministrazione ferroviaria sembri eccezionalmente preoccupata dalla possibilità che frotte di passeggeri possano precipitare nella «distanza tra il treno e la piattaforma» o, come ci viene detto in inglese (noi trenisti siamo gente di mondo) nel «gap between the train and the platform». Una preoccupazione così tenace da aver indotto i dirigenti ferroviari a tappezzare i treni di avvisi a prestare attenzione, appunto, all’infido gap. Come se questo fosse l’unico problema che davvero li riguardasse.

Poco importa che il sistema ferroviario non sia in grado di adempiere alla missione per la quale è stato allestito (portare a destinazione i passeggeri in tempi ragionevolmente prevedibili senza trattarli come bestiame): ciò che conta è che nessuno precipiti nel “gap”.

Immagino gli alti vertici delle ferrovie arrivare in ufficio, al mattino, con il volto tirato. Subito convocano gli assistenti: «Ebbene? Come è andata ieri? Quanti ne abbiamo persi nel “gap”?». «Cattive notizie, capo: a Canegrate ci siamo giocati un intero gruppo di turisti giapponesi. Son finiti nel “gap” uno dietro l’altro senza proferire parola». «Maledizione! E poi?». «Guai anche a Bollate Nord: un plotone di svizzeri, pensando che i treno fosse in orario, ha cercato di salire. Il treno non c’era: tutti nel “gap”, precipitosamente».

Mario Schiani

Case dolci Case

Apr 09 2014

Come vi comportereste se vi ritrovaste in un soggiorno che guarda a Est nella campagna del Sussex e foste chiamati ad arredarlo? Con ogni probabilità incomincereste a farvi un paio di domande. La prima: cosa ci faccio in un soggiorno del Sussex che guarda a Est nella campagna e, più in generale, che cosa ci faccio nel Sussex mentre dovrei essere al lavoro? Seconda domanda: perché devo arredare questo soggiorno? Chi me lo ha ordinato? Che cos’è questo improvviso interesse per i soggiorni del Sussex o, se è per questo, per altri locali di diversa destinazione ma di uguale collocazione geografica?

Il vostro smarrimento avrebbe senso e sarebbe perfettamente giustificato se non vi dicessi, ora, che vi trovate nel Sussex solo indirettamente, ovvero attraverso la televisione. State infatti assistendo a uno dei programmi di carattere immobiliare che imperversano sui canali satellitari e digitali: “Vado a vivere in campagna”, “La nostra prima casa”, “Vendo casa: missione possibile”, “Cambio casa (finalmente)!”, “Citofonare terzo piano”. A parte l’ultimo titolo - che mi sono inventato - gli altri sono tutti programmi in carne e ossa, o meglio in onde elettromagnetiche, e, più o meno, partono tutti dalla stessa premessa: qualcuno cerca casa, qualcun altro la vuole vendere, tutti sono alle prese con il mercato immobiliare.

Per qualche ragione, l’identificazione con chiunque - anche lontano decine di migliaia di chilometri da noi - stia cercando casa è praticamente istantanea. Lo seguiamo con spasimo mentre valuta se fare un’offerta - sempre un poco superiore al budget dichiarato -, condividiamo il suo entusiasmo per i doppi servizi e critichiamo con severità la scarsa importanza che presta a un disimpegno poco ventilato. La “casa” è evidentemente un luogo tanto privato quanto condiviso: l’umanità è affratellata da un desiderio di intimità, di pace, di sicurezza. Tutti uniti su un concetto: vogliamo un posto dal quale escludere gli altri.

Mario Schiani

L’ente da tutelare

Apr 08 2014

Non anticipo valutazioni sulla dichiarata intenzione del governo Renzi di «tagliare gli enti inutili». Tatticamente, attendo: vorrei evitare delusioni e detesterei esibirmi in un esercizio di cinismo -«non ce la farà mai», oppure: «Tutta propaganda elettorale» - perché di scetticismo ce n’è in giro anche troppo.

Il problema, semmai, è definire che cosa sia un «ente inutile». O meglio, tutti sappiamo per sommi capi di che cosa parliamo quando parliamo di enti inutili: ci riferiamo a quelle escrescenze burocratiche dello Stato che, pur costose, non risultano di alcun beneficio per i cittadini. Eppure, a ben guardare, di enti inutili veri e propri non ne esistono: anche la più obsoleta ramificazione dell’apparato statale, anche il tentacolo più lontano dal corpo centrale nasconde, da qualche parte, una giustificazione della propria esistenza.

Quando dico “giustificazione” intendo più propriamente “scusa”: quella che spiega, sia pure in un contesto superato, l’esistenza dell’ente in questione. In un certo periodo storico, per alcuni anni, o forse mesi, magari addirittura per una settimana o per un’ora soltanto, è sembrato giusto, o perfino indispensabile, che lo Stato destinasse risorse a finanziare un ufficio per la tutela dei cardellini da riproduzione o per la catalogazione delle pietre miliari su microfilm.

La questione è che le epoche passano, i giorni si succedono e le ore, addirittura, si consumano come ciliegie: travolti dalla corrente, gli enti hanno perduto del tutto la loro ragione d’essere e lottano per sopravvivere come fa, a ben vedere, qualunque organismo: senza altro motivo che vivere è apparentemente meglio di morire.

Eliminare gli enti inutili significa in realtà aggiornarli alle esigenze attuali e verificare se hanno ragione di sopravvivere. Se non c’e l’hanno, darwinianamente, devono scomparire. Se poi per caso, durante questo lavoro ci si imbattesse in un ente che, per assurdo, è stato inutile fin al suo primo giorno di esistenza, io direi che,a essere sportivi, meriterebbe di venir tutelato.

Mario Schiani
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