Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Banane e tabelline

Lug 30 2014

Si è fatto notare, nella Rete, un tale che pretenderebbe di aver inventato un metodo per insegnare la matematica (va beh, le tabelline) agli alunni. Va subito detto che la notorietà acquisita non deriva dall’efficacia del metodo. Al contrario, è la risibilità del tutto ad aver conquistato ai “video esplicativi” pubblicati su YouTube un discreto drappello di spettatori.

Il “metodo” vorrebbe insegnare ai bambini a risolvere le moltiplicazioni più semplici in base a una serie di associazioni di idee («il numero 8? Pensate a un ragno. Ha otto zampe, no?») che dovrebbero essere naturali; in realtà, avvengono soltanto nella testa, non troppo lucida, di un tale in maglietta che si sbraccia nel tentativo di dare spiegazioni. Osservare questo pazzo furioso illustrare la sua teoria come se fosse la cosa più semplice e logica del mondo è un’esperienza a tratti irresistibile: per risolvere l’operazione 8x3, per esempio, egli ci chiede di visualizzare il ragno di cui sopra e un triciclo; per qualche ragione, questi oggetti combinati dovrebbero portarci a pensare a un cesto per la spesa e a un passeggino i quali, nel cervello bacato del tizio, a loro volta compongono il numero 24.

Tra le migliaia di persone che hanno guardato i video online, l’unico a essere convinto della bontà del “metodo” è il folle di cui sopra. Il resto del mondo, intelligente o meno, perspicace o meno, ha subito inteso trattarsi di un delirio e lo sfrutta per ciò che vale: l’occasione di farsi due risate. Questo accade quando le cose sono chiare e le prospettive ben allineate. Allo stesso modo, quando un tale, dal podio, blatera frasi smozzicate circa calciatori e banane dovrebbe essere trattato come è giusto: due risate, una pedata in quel posto e via che si passa ad altro. Invece, qualcuno lo vuole ancora presidente della Federazione calcio. Siccome non è possibile si faccia sul serio e si pensi che quanto immortalato in un video ormai celebre sia passibile di interpretazione, sotto sotto ci dev’essere dell’altro. E questo, francamente, spaventa.

Mario Schiani

Italiani o quasi

Lug 29 2014

E’ confortante sapere che, viaggiando all’estero, si può sempre contare su un buon ristorante italiano. Il viaggiatore avveduto, naturalmente, non trascurerà mai di andare alla scoperta delle delizie offerte dalla cucina locale ma, a titolo riparatorio nei confronti del fegato e di altri organi vitali, di tanto in tanto è legittimo aspirare a un pasto vicino alle nostre abitudini. Il rischio, in questi casi, è addentrarsi in un locale che di italiano abbia soltanto il nome e spesso anche quello approssimativo se non sgrammaticato. Non capiterà in un nuovo ristorante italiano che apre in questi giorni a Hong Kong. Il menù, pubblicato online, è una festa per gli occhi e una sfida alle papille gustative. Nulla di troppo elaborato e/o originale: ma qui sta il bello, perché si immagina un risultato in cui degli ingredienti, semplici, verrà sfruttata ogni potenzialità di sapore, profumo, consistenza.

I piatti di pasta vanno dalle classiche penne “all’arrabbiata” alle tagliatelle al tartufo, passando per i tagliolini alle vongole e gli spaghetti al nero di seppia. Tra gli antipasti, il ben disposto cliente può scegliere tra vari tipi di bruschetta, una freschissima insalata arancio e finocchio e crocchette spinaci e taleggio. Ancora, nel menù trovano spazio la parmigiana alle melanzane, i classici arancini e perfino il pesce all’acqua pazza. Il tutto in un percorso gastronomico che si annuncia soddisfacente, tale da lasciare l’avventore giunto al dessert in uno stato di compiaciuta pienezza fisica e spirituale.

Un applauso dunque, a chi ha saputo portare tanto lontano la tradizione italiana della cucina nel rispetto delle regole fondamentali e dei sapori più appropriati. Riuscirete a sostenere l’applauso sapendo che, a compiere l’impresa, è stato lo superchef inglese Jamie Oliver e che il suo “Jamie’s Italian Hong Kong” va ad aggiungersi a una sterminata collezione di ristoranti “Jamie’s Italian” attivi a partire dal 2008 in tutto il mondo?Forse sì e forse no. Resta la sensazione, amarognola, che fare le cose all’italiana sia sempre la soluzione migliore. Solo che sempre più spesso a farle è qualcun altro.

Mario Schiani

Pagine di diario

Lug 28 2014

Ovvio, come è ovvio, che non abbia nulla di originale da suggerire sulla guerra tra israeliani e palestinesi, a parte sottolineare il naturale sconforto di chi, in cinque decenni, è cresciuto assistendo, a volte con interesse e a volte, purtroppo, con rassegnazione, alle tragiche conseguenze di questo irrisolto nodo internazionale, l’unico contributo che mi sento di portare è quello che si può trovare nei libri. In particolare, nel libro “La via per l’Oxiana” dell’inglese Robert Byron, composto nel 1933.

Viaggiatore e narratore amatissimo da Bruce Chatwin, di cui rappresenta una sorta di padre letterario, Byron raccoglie in questo volume una serie di note circa un viaggio in Oriente. Tra le altre, quelle sulla Palestina, che al momento del suo viaggio, e fino al 1948, è Mandatorio britannico.

Di una cena a Gerusalemme, Byron annota: «Si è parlato di Arslosorov, il leader ebreo ucciso sulla spiaggia di Jaffa, mentre passeggiava con la moglie. Si presume che i sicari appartenessero al movimento dei Revisionisti ebrei, un partito estremista che si prefigge di cacciare gli inglesi e di costituire uno stato ebraico. Vorrei sapere per quanto tempo s’immaginano che gli arabi sopporterebbero l’esistenza di un solo ebreo, una volta partiti gli inglesi».

Più avanti è a Tel Aviv («vivacissimo insediamento di settantamila persone»), al desco di «uno dei rappresentanti più in vista dell’agenzia ebraica». Byron lo invita a «considerare il punto di vista arabo». L’altro rifiuta «sprezzantemente». Scrive Byron: «Gli ho chiesto se non fosse vantaggioso per gli ebrei conciliarsi con gli arabi, anche a costo di qualche sacrificio, per assicurarsi la pace in avvenire. Mi ha risposto di no. L’unica base possibile di un’intesa arabo-ebraica stava nella comune opposizione agli inglesi, che dal canto loro in capi ebraici non volevano incoraggiare: “Se il paese deve essere modernizzato, gli arabi devono soffrire, perché non amano la modernizzazione. Punto e basta”».

Mario Schiani

La vecchia carretta

Lug 27 2014

Hanno un bel dire che, riguardo la Costa Concordia, bisogna tenersi al largo dalle metafore. Se si affronta l’argomento, è praticamente impossibile. Il linguaggio stesso, svolgendosi sotto la penna, diventa una metafora. Come evitarlo, quando si parla di relitti, rotte, galleggiamenti, porti e marosi?

Ora i giornali vibrano di euforia per l’operazione che ha consentito di rimettere in moto l’enorme scafo e indirizzarlo verso Genova, laddove si provvederà a smantellarlo. Ci sono le foto del “team” che sta portando a termine il lavoro: belle facce, sorridenti, piene d’orgoglio per un’impresa «mai realizzata prima».

Se solo prestassimo attenzione alle vecchie e care metafore, scopriremmo che tanto entusiasmo non è però giustificato. Recuperare relitti dagli abissi, riportarli a galla e rimetterli in navigazione è una tradizione di lungo corso, tanto per rimanere in tema, della politica italiana. Quanti leader abbiamo visto sbagliare manovra, finire incagliati, imbarcare acqua e, più o meno lentamente, scomparire sotto la superficie? Moltissimi, direi, ma questo non è mai coinciso con la loro definitiva dipartita. Convenienze, coincidenze, smemoratezze e una congenita incapacità di progresso hanno sempre messo in moto complicate operazioni di recupero, al culmine delle quali sono riemersi alla vista banconi sfondati, vascelli pirata e piroscafi testimoni, nei giorni migliori, di crociere a sbafo, grondanti lusso e cattivo gusto. Imbarcazioni rinfrescate con una mano di vernice, due dita di cerone e munite, molto spesso, di bandiere tutte nuove, documenti falsi e diari di bordo ampiamente editati.

Altre metafore ci aspettano all’approdo della Concordia: la nave smontata, i pezzi recuperati e ridistribuiti, gli arredi riciclati e, qui e là, qualche frammento utilizzato come nostalgico souvenir.Nulla che non sia già accaduto, già sparito e già riemerso. “Thálatta! Thálatta!” gridarono entusiasti i greci alla vista del mare. Non avevano notato, sullo sfondo, il transitare di una vecchia carretta.

Mario Schiani

Risposta sbagliata

Lug 26 2014

Un uomo con la testa rasata? Dev’essere per forza «alto, autoritario, forte». Una donna con molti tatuaggi? «Facile, nel senso di sessualmente disinvolta. E probabilmente sbevazzona».Se invece presenta, sul volto o altrove, una discreta ferramenta di piercing sarà senz’altro «poco intelligente». Tutto ciò, però, arretra di fronte alle scarpe: è da esse che si ottengono le indicazioni più incisive. Scarpe comode, di poche pretese ma ben tenute, appartengono di sicuro a individui gradevoli e cordiali. Chi esibisce scarpe a punta è probabile sia, sotto sotto, maligno e aggressivo. Se però la scarpa è nuova, o lucidata allo spasimo, allora il personaggio sarà ansioso e insicuro.

Non sempre si ha il tempo di esaminare il prossimo a partire dalle estremità. Ci sono allora altri sistemi per giudicarlo. Lo sguardo, per esempio: chi ti fissa dritto negli occhi avrà senz’altro un’intelligenza superiore. Se poi chiacchiera alla velocità della luce, allora deve essere un genio. Al contrario, chi rallenta sulle parole, guadagna tempo e, tra un concetto e l’altro, infila cuscinetti vocali come “uh”, “ah” ed “ehm” bisogna prenderlo con le molle: come minimo è un incompetente e un inetto.

Gli esempi qui citati sono tutti estratti da studi psicologici che si concentrano non su come le persone sono ma su come vengono percepite. Studi, in altre parole, dedicati alla “prima impressione” che lasciamo sul prossimo e ai dettagli che, in base a criteri del tutto aleatori, la plasmano nelle nostre menti. Incontrare una persona nuova equivale a mettere in moto una complicata - ma forse la parola giusta è contorta - macchina del (pre)giudizio: capelli, tatuaggi, sguardo, piercing, scarpe e velocità della favella. In pochi secondi il giudizio è formato e, spesso, destinato a rimanere negli anni. Bisogna solo stare attenti a non commettere errori. L’altro giorno ho incontrato una donna tatuata che, alla velocità della luce, mi ha chiesto di uscire con lei. Sapete che cosa le ho risposto: «Uh?»

Mario Schiani

Tutela ad hoc

Lug 25 2014

Se nella stringa di ricerca Google si digita la parola “tutelato” si ottengono 841.000 risultati in due secondi. Non è detto che questo significhi qualcosa: se si inserisce il nome del sottoscritto (non che io l’abbia mai fatto...) se ne ottengono 69.000. Tenendo conto che, in una sfida di popolarità, io arriverei secondo dietro l’herpes, questo dovrebbe darvi la misura di quanto contino i numeri di Google. Resta il fatto che la parola “tutelato”, negli ultimi tempi, dà l’impressione di circolare come non mai.

A dar retta ancora a Google, a essere “tutelato” è soprattutto il mercato. Nell’elenco dei risultati del motore di ricerca le prime due o tre schermate si riferiscono alle tariffe di gas o elettricità con mercato tutelato o libero. Solo alla quarta schermata, spunta l’espressione “riso piemontese”: un pregiato alimento che avanza rivendicazioni di tutela. Credo che sarebbe opportuno e sensibile, da parte nostra, ricordarsi d’ora in poi di cuocerlo solo e soltanto su gas tutelato.

Inoltrandosi in Google molte altre cose diventano tutelate o vorrebbero esserlo: il Parmigiano Reggiano venduto in Russia, gli affitti, l’olio extravergine di oliva, l’orso M4, Inzaghi allenatore del Milan, il consumatore generico, il consumatore di Lambrusco in particolare, i gay, il turismo naturista, il Sassuolo (nel senso di squadra), il salame felino e, last but not least, Iturbe, attaccante della Roma, in qualità di «patrimonio del calcio».

Fatti due conti, di gente non tutelata, o in fase di tutela o che reclami la tutela, ci siamo rimasti a occhio e croce solo io e voi. Tutto il resto è protetto da questa parola o da essa vorrebbe farsi proteggere e, c’è da crederci, prima o poi ci riuscirà. Mi chiedo se sia ancora possibile la vita in questo deserto della non-tutela, circondati da tariffe selvagge, formaggi irritabili, orsi allo stato più che brado, lambruschi dal livello di ottani sufficiente ad azionare una Formula 1 e salami fuorilegge. Visto che siamo così pochi, forse sarebbe il caso di pensare a una tutela ad hoc per noi non tutelati.

Mario Schiani

Il gioco del potere

Lug 24 2014

Ora che la tv ha reso popolare il personaggio di Frank Underwood - perfido politico della serie tv “House of Cards” - sarà bene approfittarne per apprendere dal succitato qualche interessante lezione di realpolitik. Capace di tutto pur di ottenere ciò che vuole, Underwood dispensa lungo il percorso perle di cinica saggezza, rivolgendosi direttamente allo spettatore. Una di queste recita: «Molti scelgono il denaro sul potere. Non posso aver stima di chi commette questo errore».

Il programma televisivo, nello sforzo di rappresentare il cinismo, finisce per dichiarare - con ingenuità e per paradosso - ciò che la gente veramente vuole: il potere. Sia esso politico, finanziario, morale, sessuale o domestico, il potere è potere e illude la gente facendole credere che valga la pena lottare per averlo. Non stupisce dunque che qualcuno abbia studiato “scientificamente” il potere giungendo a stabilire quali sono gli atteggiamenti più utili a chi voglia conquistarlo. Meglio ancora, ha reso disponibile una serie di consigli dedicati a chi voglia “sembrare” potente il che, nelle schermaglie psicologiche alle quali ogni giorno siamo costretti, equivale a esserlo.

I consigli sono facili da elencare: 1) occupare spazio. Seduti o in piedi, il nostro corpo deve dare l’impressione di impadronirsi dell’ambiente che lo circonda; 2) nel vestire, essere formali con un tocco di originalità. Completo blu e scarpe rosse? Perché no? Darete l’impressione di sapere qualcosa che gli altri non sanno; 3) parlare per immagini grandiose. Niente dettagli, o particolari: solo progetti di grande cabotaggio; 4) comandare nel gioco degli sguardi. Mai evitare il contatto, mai cedere per primi; 5) in ascensore, occupare un posto accanto alla parete di fondo. Stare vicino alla porta equivale a dare l’impressione di voler scappare.

Così facendo rappresenterete il perfetto potente del terzo millennio: ingombrante, pacchiano, magniloquente, dallo sguardo ebete e quasi certamente colpevole quando in ascensore l’aria si fa pesante.

Mario Schiani

Nulla resterà

Lug 23 2014

C’era un tempo - oscuro, infido e pericoloso ma, a modo suo, nobile - in cui sui fattacci che accadevano nessuno diceva una parola. Mi scuso in partenza se queste me considerazioni appariranno ciniche o, peggio, irridenti: il tema, me ne rendo conto, è serissimo. Non è colpa mia, però, se tutto ciò che lo circonda sta piano piano sprofondando nel ridicolo.

Torniamo a bomba. Dicevo del tempo in cui le malefatte venivano protette da una coltre di silenzio. Non parlavano i mafiosi, parlavano poco i terroristi, si rifiutavano di raccontare la verità al pubblico le autorità più elevate e lo Stato - anzi, gli Stati - mantenevano nei confronti del cittadino un atteggiamento paternalistico: meno sa, meglio è per lui.

Abbiamo combattuto duramente contro questa cultura dell’omertà, dell’omissione, del silenzio e della reticente benevolenza. Risultato: ci ritroviamo oggi in un mondo dominato dalla chiacchiera, dalla prova e dalla anti-prova, dalla “testimonianza esclusiva” e dalla “smentita ufficiale”. La verità, lungi dall’essere una e indiscutibile, come nei secoli si è sempre auspicato, si moltiplica a necessità delle parti in causa.

Leggo dell’aereo precipitato in Ucraina. Gli americani hanno «le immagini» del missile lanciato dai separatisti filo-russi, i russi hanno «le prove» della presenza di un caccia ucraino nel cielo al momento del disastro. Tutti hanno documentazione, testimonianze, riscontri del satellite, resoconti di testimoni «attendibili» e tutti, come giocatori di poker, lasciano vedere soltanto le carte che hanno convenienza a esibire. Non sembra, oggi, più dignitoso il silenzio colpevole di un tempo, la stolida omertà, perfino il cinico depistaggio? Non c’è verità nel pollaio delle «prove», degli «esperti» e dei «riscontri»: solo l’immenso cinismo di una congrega umana che sempre più assomiglia a un talk show. Parlate, parlate: nulla resterà.

Mario Schiani

Il pericolo più grande

Lug 22 2014

Quando un missile vola nel cielo e abbatte un aeroplano con 295 persone a bordo - alcune dirette in vacanza, altre a casa e altre ancora, come è accaduto con il velivolo malese, prossime a una conferenza tra studiosi dell’Aids - viene da riflettere, e tanto, sui pericoli che ci circondano. Non c’è altra questione, in realtà. I pericoli insiti alla condizione umana, e pertanto inevitabili, li conosciamo, quelli fabbricati dalle nostre stesse mani, un po’ meno.

Qualcuno, dotato di cervello, iniziativa e perfino un poco di faccia tosta, si è dato da fare per stilare una lista delle “Cinque più grandi minacce all’esistenza dell’uomo”. Il risultato, come vedremo, ci porta al futuro partendo decisamente dal passato.

Secondo l’autore della lista, il danno ancora oggi più serio per che l’uomo può portare a se stesso è quello di una guerra termonucleare. È ben vero che solo in due occasioni - Hiroshima e Nagasaki - la bomba atomica è stata effettivamente impiegata, ma da allora gli arsenali sono cresciuti in modo esponenziale e, cosa anche peggiore, la loro accessibilità si è frammentata. Uno scambio di legnate nucleari, insomma, non è affatto impossibile e, sotto un certo profilo, risulta perfino probabile.

Pericolo numero due: un’epidemia biotecnologica, ovvero provocata da un accidente fabbricato in laboratorio. Il rischio di contaminazioni dolose è basso, ma il potenziale aggressivo degli agenti patogeni cresce di continuo e incidenti sono sempre possibili.

Terza minaccia: le superintelligenze. La potenza e la velocità di calcolo dei computer è una gran bella cosa, ma può facilmente venire male indirizzata. Al quarto posto troviamo le nanotecnologie, il cui impiego nel settore militare potrebbe fornirci presto di armi devastanti.

Infine, minaccia, numero cinque, «il pericolo che ancora non conosciamo». Parrebbe un’ingenuità, da parte del nostro esperto, concludere così la lista. Se non che, lo sappiamo, ha ragione: siamo sempre stati il nostro peggior nemico. Perché sottovalutarci proprio adesso?

Mario Schiani

Lettera a Ludovico

Lug 21 2014

In tempi di precariato, di “mobilità” e contratti a scadenza ravvicinata come i latticini, sarà forse utile per i giovani, ma non solo, padroneggiare l’arte di compilare un Curriculum vitae. È vero che molti esempi vengono forniti online e, addirittura, i migliori software di scrittura offrono schemi preconfezionati facili da compilare con le proprie informazioni personali, ma il tono, la “voce” unica e riconoscibile che, da questi profili dovrebbe uscire sicura e convincente, quella certo non la si ottiene muovendosi sui binari di una prosa formale ma grigia o, tantomeno, riempiendo gli spazi bianchi di un modulo.

Piuttosto, potrebbe essere utile riferirsi a un esempio brillante e di successo. In questo, nulla di meglio della lettera che, nel 1482 o giù di lì, Leonardo da Vinci scrisse a Ludovico Sforza, signore di Milano, per offrigli i suoi servizi.

Breve senza essere telegrafica o scarna, precisa senza mancare di cuore e fantasia, la lettera è, a modo suo, un capolavoro tanto quanto la Dama con l’ermellino. In dieci agili punti, Leonardo elenca altrettanti modi in cui potrebbe rendersi utile al suo Signore. Nove di questi punti riguardano faccende guerresche - Leonardo afferma di poter costruire ponti mobili, cannoni e catapulte e sostiene di poter «distruggere qualunque fortezza» - l’ultimo, si concentra, «in caso di pace», su virtù ingegneristiche civili: «Posso darvi soddisfazione in ogni campo dell’architettura, sia per edifici pubblici che privati e nel convogliare acqua da un luogo all’altro». Le sue doti nella scultura e nella pittura sono sbrigate in due righe, quasi fossero un passatempo.

Nella chiusa, Leonardo assicura di poter dimostrare in ogni momento che quanto ha detto più sopra è la pura verità: un’affermazione fatta con inconfondibile sicurezza, elegante disinvoltura e, insieme, sincera umiltà. A rendere esemplare il suo tono è,credo, la certezza del saper fare. Mi chiedo che cosa renda le nostre parole, oggi, così balbettanti.

Mario Schiani

Colpevoli di innocenza

Lug 20 2014

Siamo abituati a considerare le tragedie sotto un profilo sentimentale. Ci toccano, ci commuovono, ci spaventano. Peccato: se la nostra visione riuscisse a essere un poco più ampia e oggettiva, scopriremmo che, dietro i disastri, i lutti e gli orrori, non di rado si nasconde il progresso. Magari non un progresso per tutti, ma certamente per qualcuno.

Facciamo il caso di quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni. Nei cieli dell’Ucraina un missile colpisce un aereo di linea: 295 civili morti. In Medio Oriente, il conflitto tra israeliani e palestinesi provoca vittime in grande maggioranza tra la popolazione civile, in particolare nel perimetro di Gaza. Riflettendoci, non si può non scorgere un grande progresso per i militari: continuano a fare la guerra ma non rischiano quasi nulla. In altri termini: loro sparano, noi crepiamo.

È un paradosso, ma neanche tanto: i militari sanno dove si fa la guerra, quando, con che cosa di spara e dove, sparando, si mira. Noi civili non sappiamo niente di niente. Certo, i mezzi di informazione ci dicono che esistono parti del mondo con conflitti in corso. Sappiamo che, a Baghdad, se si desidera fare una passeggiata serale, oltre al maglioncino è opportuno portarsi un giubbotto antiproiettile. Ma è tutto molto vago, indistinto, impreciso. Poco sappiamo dei conflitti, delle forze che li alimentano, dei rischi di contagio che presentano e delle dinamiche - calcolatrici, vili e ricattatorie - che li muovono. In sostanza, non sappiamo niente di niente. Ci fidiamo e basta: facciamo i turisti, quando possiamo, e ci imbarchiamo sulle navi, sugli aerei, prendiamo i treni e noleggiamo le automobili. Il tutto nella convinzione, ingenua, di esistere in una società che rispetta ed esalta la vita e mette a frutto il progresso allo scopo supremo di difenderla e migliorarla. Niente affatto: la vita deve valere ben poco, in questo mondo, se a perderla è spesso chi è colpevole soltanto di innocenza.

Mario Schiani

Musica in pillole

Lug 19 2014

Ogni mattina, per tutti noi, c’è un incontro pressoché inevitabile: quello, in bagno, con l’armadietto dei medicinali. Ciò accade perché il citato armadietto si trova, molto spesso, nei pressi dello specchio, a volte addirittura dietro a esso, e il quotidiano, anche se approssimativo, restauro al quale dobbiamo sottoporci, impone, appunto, la dolorosa necessità di confrontarci con la nostra immagine riflessa. In tutto questo, da oggi, c’è almeno un risvolto positivo: dell’armadio delle medicine non avete più bisogno. Non solo potere buttar via il callifugo che ivi giace dal 1974 - per quanto, ormai, abbia un certo valore per i collezionisti -: anche l’aspiriname recente non vi servirà a nulla, non più. Tutto ciò di cui avete bisogno è musica.

Spotify, servizio di musica on demand e streaming, ha portato a termine uno studio inteso a identificare i brani più “emozionali”, ovvero quelli che agiscono più in profondo e più velocemente sui sentimenti e li stimolano. Per ogni sentimento, un brano specifico. Facciamo qualche esempio: se volete sorridere, la canzone perfetta è “Birthday” di Katy Perry; la tristezza, al contrario, è meglio evocata da “I need” di OneRepublic. Un incremento dei livelli di ottimismo si può ottenere grazie alla somministrazione di “Best day of my life” degli American Authors, mentre per sfogare la rabbia niente di meglio che “Bad” di David Guetta. Se poi ci si trova nella necessità di superare una difficoltà e vincere una paura, allora sotto con i Coldplay: “Magic” guarirà ogni vostra incertezza.

Che la musica avesse un alto potere “emozionale”, non lo scopre Spotify. Sorprendono, tuttavia, queste “prescrizioni” così precise, indiscutibili e indistinte. Mi chiedo che cosa si penserebbe di me sapendo che, per star bene, ancora mi faccio una dose di Beach Boys e, in quanto a malinconia, niente supera una goccia di “A day in the life” dei Beatles. Roba vecchia, lo so, ma non credo sia scaduta.

Mario Schiani

Irresistibile a chi?

Lug 18 2014

Se, nel futuro, a qualcuno venisse l’uzzolo di sceglie un aggettivo, uno solo, per definire la nostra era, ecco che il sottoscritto avrebbe pronta una candidatura, e sarebbe disposto a sostenerla con impegno e calore. L’aggettivo è “irresistibile” e più lo leggo e lo sento, più mi faccio convinto che rispecchi alla perfezione i nostri tempi.

Non perché siano tempi davvero “irresistibili” - c’è molto da resistere, questo è vero, ma per chi voglia farlo l’impresa non è impossibile - quanto perché, appiccicato a ogni cosa e a ogni circostanza - l’aggettivo deve avere per noi un fascino molto particolare, al punto da nascondere qualche tratto della nostra sensibilità collettiva.

L’ultima cosa “irresistibile” in cui mi è capitato di imbattermi - “irresistibile”, tengo a dirlo, perché così definita a caratteri di stampa - è un video nel quale si fa la parodia dell’inglese volonteroso ma largamente imperfetto del premier Matteo Renzi. Un montaggio buffo, forse perfino divertente, ma per nulla “irresistibile”: resistervi, infatti, era questione di un minuto e lo sforzo richiesto, credo, minimo per chiunque.

Ma “irresistibili”, oltre al video di cui sopra, sono mille e più mille cose, ogni giorno: sughi al pomodoro, scarpe firmate, commedie sentimentali, servizi da tavola, stelline televisive,patacche da catalogo, riviste modaiole, comici improbabili, villaggi turistici, yogurt gelati, fotografie di gattini appiccicate su Facebook, poesie alla melassa, canzoni rimasticate, calendari patinati, gadget di dubbia utilità e perfino persone dall’ostentato e un po’ ridicolo portamento sessuale.

Ci si immagina, insomma, come una massa di edonisti soggetti a continue tentazioni che spingono ora a consumare, ora a piangere, ora a godere, ora a spettegolare. Nulla di male in tutto ciò se non fosse che, alla radice, c’è la convinzione che resistere non si può ma, soprattutto, non si deve.

Mario Schiani

Buoni e cattivi

Lug 17 2014

In teoria il concetto è semplice: bisogna essere gentili e servizievoli perché conviene. La gentilezza e l’altruismo, in altre parole, sono atti di grande egoismo e siccome l’egoismo appartiene alla nostra intima natura, essere egoisti, e dunque gentili, dovrebbe venirci facile. Nella realtà, le cose non funzionano così, se è vero, come è vero, che di gentilezza in giro non si può dire ce ne sia in abbondanza.

Ma andiamo a capo e cerchiamo di chiarire. Molte ricerche dimostrano che la gentilezza nei confronti del prossimo e l’aiuto prestato agli altri sono estremamente benefici. Non per gli altri, attenzione: per noi stessi. Chi mantiene un profilo cordiale e offre parte del suo tempo per servizi di volontariato ottiene in cambio un sovrappiù di salute: il livello di stress si abbassa, tanto per incominciare, e il generale benessere psicofisico entra in una spirale benigna. Addirittura, in alcune circostanze si arriva al punto di indirizzare verso servizi di volontariato persone che lottano contro l’assuefazione a droghe o alcol, o che stanno affrontando il dolore di una perdita in famiglia.

Ecco perché, per paradosso, l’altruismo è egoistico: ci procura più benefici di una dieta salutare e, nel contempo, solletica i centri del piacere quanto se non meglio di una tavoletta di cioccolato. Siccome un po’ egoisti lo siamo tutti, non dovrebbe essere difficile essere anche altruisti. Ma qui torniamo alla domanda di cui sopra: se tutto ciò è vero, perché di gentilezza al mondo non ce n’è in abbondanza e, anzi, spesso bisogna andarsela a cercare come farebbe un soldato che balza dalla trincea, a zigzag tra un “vaffa” e l’altro nella speranza di non essere colpiti?

Forse perché - ma è solo un’idea - attribuiamo ancora alla gentilezza un valore assoluto e non ci riesce di considerarla un banale tornaconto. Se non possiamo essere gentili con disinteresse, almeno siamo maleducati senza secondi fini. Il prossimo, al diavolo, ce lo mandiamo proprio di cuore.

Mario Schiani

Autografi e selfie

Lug 16 2014

Ora che tutti parlano di “selfie” e, più che parlarne, lo praticano a mani basse, vale la pena riflettere sul fatto che le novità alle quali noi tutti portiamo il nostro contributo di entusiasmo e di conformismo sono tali a spese di cose che, all’improvviso, si scoprono sorpassate e inutili.

Il sospetto era in giro da tempo - bastava pensarci su, in effetti - ma ora che Taylor Swift, cantautrice e attrice americana, lo ha scritto sul Wall Street Journal, non c’è più dubbio alcuno: il “selfie” prospera sul cadavere eccellente dell’autografo.

Il fan che, un tempo, si ritrovava faccia a faccia con un personaggio famoso doveva rimediare un pezzo di carta e una penna perché esso potesse lasciargli una traccia di se stesso: l’autografo, appunto, meglio se accompagnato dalla sua devota sorella, la dedica; oggi, il fan di cui sopra, agguanta il telefonino e chiede alla persona toccata dalla celebrità di condividere con lui o lei lo spazio di un’inquadratura. Un clic ed ecco ciò che un tempo era l’autografo addensarsi in un rettangolo di pixel. Tutto più veloce, pratico, altrettanto - se non più - indelebile e, soprattutto, efficace: vuoi mettere uno scarabocchio con la faccia di [inserire qui il personaggio preferito] accanto alla nostra?

Ma è proprio vero che il “selfie” - o “autoscatto” come insisto a chiamarlo - rappresenta la perfetta evoluzione tecnologica dell’autografo? Non si tratta, forse, di due cose diverse? Una fotografia è un istante messo sotto vetro: si conserva perfettamente ma è intangibile. Una firma, per nostra sensibilità e cultura, è uno sbaffo che, attraverso la mano, si vuole arrivi direttamente dall’intima natura della persona che lo lascia: un riconoscimento di potestà, un attestato di partecipazione, un’accettazione di responsabilità. Non a caso, l’autografo aggiunge valore all’oggetto sul quale è posto. Il “selfie”, al contrario, ne sottrae un po’ a chi, come i moscerini, si accalca sotto la luce della fama.

Mario Schiani

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