Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Lettera al tagliateste

Ago 21 2014

Caro tizio dell'Isis che decapita la gente,

immagino che il tuo gesto e la conseguente diffusione del video che lo ritrae siano mirati a spaventare noialtri del mondo occidentale. Congratulazioni: ci sei riuscito. Purtroppo per te, non ti servirà a niente. Il problema, vedi, è che noi abbiamo paura di un sacco di cose – la crisi finanziaria, Ebola, il cancro, l'infarto, il global warming, l'immigrazione, le tasse, le alluvioni – che una più o una meno non fa differenza. Addirittura, più paure abbiamo più siamo contenti perché, in un certo senso, sono proprio loro a rappresentarci meglio e a tenerci in gamba. La nostra cultura altro non è, in sintesi, che un ventaglio di reazioni a queste paure: alcune reazioni sono razionali e scientifiche, altre isteriche e distruttive.

Nel tuo caso, temo che la nostra reazione sarà quella di bombardarti via della faccia della Terra. Nel corso di questo simpatico processo, oltre a eliminare te – che, detto francamente, te lo meriti di venire polverizzato – è altamente probabile che cancelleremo qualche villaggio, uccideremo un discreto numero di bambini e consegneremo ad anziani e donne superstiti condizioni di vita simili a quelle dell'età della pietra. I nostri generali chiamano questi incidenti “effetti collaterali”. Chi dice che la lingua non può fare miracoli?

In altre parole, il tuo gesto omicida non solo finirà per ritorcersi contro di te, ma soprattutto contro coloro che ti circondano. Grazie alla tua bravata, invece di sperare di avere accesso a un mondo pieno di straordinarie opportunità materiali e intellettuali, la gente con cui sei cresciuto dovrà accamparsi nelle grotte, accontentarsi di un'aspettativa di vita ridotta e sguazzare nell'ignoranza e nella superstizione. Complimenti, bel lavoro. Forse conterai di soccorrerli con la coperta del fanatismo. Attento, però: se una bomba non ti polverizzerà prima, allora la prossima testa a rotolare sarà proprio la tua.

Mario Schiani

Accettabile raffreddore

Ago 20 2014

In una giornata intontita dalla febbre - il raffreddore del secolo che, come tuono insistente, si annuncia all'orizzonte con la sfacciataggine del visitatore indesiderato - non c'è altro rifugio se non la lettura.

È questa un'abitudine anche in giornate di temperatura corporea fresca e dinamica, intendiamoci, ma la lettura da acciacco è una cosa del tutto particolare: i concetti espressi dal testo prescelto sembrano penetrare nella materia grigia con più lentezza, forse affollandosi ai pochi neuroni rimasti attivi; eppure, una volta entrati, vanno nel profondo, precipitano come il mercurio del termometro si impenna, ristagnano sulla sabbia di ciò che sembra essere il centro della Terra.

Ecco perché riprendere in mano "Vite di uomini non illustri" di Giuseppe Pontiggia (1993) mi ha fatto un'impressione quasi schiacciante. Redatte in un linguaggio che le recensioni vorrebbero "giornalistico" (e magari lo fosse nella realtà), Pontiggia raccoglie 18 biografie immaginarie, dalla data di nascita a quella di morte, che pur nella loro straordinaria diversità trovano in comune il tratto dell'autoinganno, della sconoscenza di ciò che ha determinato le grandi svolte dell'esistenza, il compromesso e molto spesso la deviosità. Vien da precipitarsi alla penna di Pontiggia perché essa finalmente riveli di noi ciò che noi non vediamo, e viene nel contempo da scappare, perché una volta che il segreto fosse nero su bianco, allora sarebbe indelebile: una macchia eterna sulla nostra umana reputazione. La verità, e la malinconica ironia delle vite di Pontiggia, tanto immaginarie quanto obiettive come nessuna mai, mi ha addirittura turbato.

Ho provato sollievo, devo dirlo, quando ho voltato l'ultima pagina: potevo rituffarmi finalmente nell'incoscienza della mia giornata, forse della mia vita tutta. Un raffreddore anche epocale, mi è apparso tutto sommato un danno accettabile.

Mario Schiani

La signora e l’estraneo

Ago 19 2014

Non si è mossa dalla sua panchina vicino al municipio ma, se chiedete a lei, sembrerà sia stata vacanza in qualche luogo esotico, lontanissimo. Il fatto è che anche in fatto di viaggi e ferie la signora Malinpeggio usa una logica tutta sua. Volete scommettere?

«Buongiorno signora!»

«Buongiorno a lei».

«Un piacere rivederla. È stata in vacanza?»

«Ci sono andata eccome. Grazie a voi».

«A noi?»

«Sicuro. Quasi tutti, in paese, si sono concessi qualche giorno di ferie. C’è chi è stato via due settimane piene, chi soltanto un weekend. In ogni caso, tante assenze tutte insieme hanno significato, per me, una decisa riduzione del numero di seccatori che, ogni giorno, ronzano intorno a questa panchina. In altre parole, una vacanza anche per me: lontano da voi. Che differenza fa se a spostarsi sono stati gli altri e non io? Secondo me nessuna».

«La differenza c’è, invece. Il concetto di vacanza non si esaurisce nel fatto di non vedere facce vecchie per un po’ di tempo. Accanto a questo vantaggio, che pure non disconosco, ne offre un altro: ci dà la possibilità di incontrare facce nuove».

«Ci tiene molto alle facce nuove, lei?»

«Insomma, abbastanza. Proprio ieri scrivevo di quanto la gente aspiri, pur senza ammetterlo, a incontrare estranei. Ha letto?»

La risata sarcastica della signora Malinpeggio mi ha un poco ferito, ma ho voluto continuare.

«L’idea era questa: la gente per istinto tende a chiudersi in se stessa e a limitare la cerchia delle sue conoscenze. Soprattutto, si impone di scoraggiare gli approcci degli estranei. Salvo poi accorgersi che, il più delle volte, si tratta di esperienze positive, piacevoli».

«Mi ha convinto».

«Davvero?!»

«Certo. Vada via e mi mandi qui un estraneo».

Mario Schiani

Il treno del silenzio

Ago 18 2014

Da anni utente dei mezzi pubblici - ho “cominciato” con i bus per darmi, negli ultimi tempi, ai treni - con il trascorrere delle stagioni umane mi è toccato assistere a cambiamenti non indifferenti. Ho visto l’insorgere dei walkman prima e degli iPod poi, apparecchi che, tappando le orecchie dei viaggiatori, hanno ucciso una tradizione di non trascurabile nobiltà: la comversazione da treno.

Credo di aver già commemorato la perdita in uno di questi articoli, per cui non vorrei ripetermi. Se torno sull’argomento, è perché me lo impone la scienza. Uno studio ha infatti deciso di affrontare di petto uno dei nodi psicologici più intricati che avviluppano l’umanità: quello, appunto, delle conversazioni tra estranei. Lo ha fatto distribuendo nelle linee della metropolitana, sui taxi e sugli autobus di Chicago una pattuglia di “attaccatori di bottoni”. Costoro, lo avrete capito, avevano il compito di avviare conversazioni con chiunque su qualunque argomento e registrare non tanto le opinioni quanto le reazioni alle chiacchierate.

Va forse detto che, a differenza di quanto accadeva da noi dove, prima dell’avvento dei menzionati iPod, le conversazione da mezzo pubblico erano abbastanza frequenti - scendendo da Nord a Sud aumentava la frequenza e l’intensità sonora delle medesime - nei Paesi influenzati dalla cultura anglosassone questi approcci sono stati sempre scoraggiati. Una legge non scritta impone, nel “Tube” londinese, non solo di non parlare con gli altri passeggeri ma anche di evitare ogni incrocio di sguardi. Ciò detto, la ricerca di cui sopra ha stabilito in sintesi che, una volta estratti dal loro guscio, gli “altri” ricavano dalle conversazioni un rimarchevole piacere, quasi una sensazione di felicità, e tuttavia l’esperienza non è, diciamo così, educativa: l’istinto pervicace a evitare ogni contatto rimane inalterato, fino all’ “assalto” successivo.Che dire? La nostra ricerca della solitudine è ampiamente erronea. Davvero vogliamo che il treno destinato a portarci via sia carico soltanto di silenzio e occasioni perdute?

Mario Schiani

Milano la scorbutica

Ago 17 2014

Anche se non siete stati indagati per tangenti saprete, almeno per sentito dire, che l’anno prossimo Milano ospiterà l’Expo: “Nutrire il pianeta, energia per la vita” il tema-slogan che la manifestazione, con tutta la larghezza, l’approssimazione e perfino l’ipocrisia del caso, dovrà svolgere a beneficio dei visitatori, che si annunciano in arrivo a milionate.

Il problemi della corruzione e del ritardo dei cantieri potrebbero rivelarsi poca cosa se, prima dell’appuntamento fatale, la città di Milano non risolverà una volta per tutte una questione che rischia di essere più distruttiva perfino delle mazzette e della politica avida e incompetente.

Il sondaggio annuale di Condé Nast Traveler condanna infatti il capoluogo lombardo. Nello stendere le classifiche delle città più e meno amichevoli del mondo, a Milano è toccato il poco invidiabile onore di appartenere alla seconda lista. A dirla tutta, in difetto di cortesia e calore sembrano essere quasi tutte le città europee - con la sola eccezione di Dublino, inclusa nell’elenco delle città più ospitali - e in particolare quelle francesi. Nei primi posti (appena dietro Johannesburg, considerata la metropoli più inospitale del mondo), figurano Cannes, Parigi, Marsiglia, Francoforte, Monte Carlo e, triste a dirsi, Milano: le spetta l’ottavo posto nella hit parade dei centri urbani più scorbutici del globo.

Con tutta la tara che va fatta ai sondaggi e dunque tenuto conto di ogni possibile riserva, che Milano sia considerata una città “scortese” fa dispiacere. Anche perché, tutto sommato, non è storicamente vero: sotto una pellaccia ingrigita dalla nebbia e dietro a un dialetto aspro e incline al sarcasmo, i milanesi, come i lombardi tutti, hanno sempre rivendicato un’umanità pratica, umile e retta. Sarà meglio ritrovarla presto: l’Expo, in questo senso, è un occasione unica. Altrimenti, meglio cambiare lo slogan: “Nutrire il pianeta, fà balà l’oeucc e andare a dar via i ciapp”.

Mario Schiani

Riforme balneari

Ago 15 2014

Anche a chi frequenta il giornalismo da lunga data e con competenza certe cose riescono incomprensibili. Figurarsi a uno come me: sulla lunga data posso dire il fatto mio, ma in quanto a competenza proprio non ci siamo.

A essere impenetrabile è la ragione per cui i fotografi scattano immagini dei politici in spiaggia, i giornali le comprano e le pubblicano e i lettori le guardano. La civiltà dell’immagine, governata con polso fermo da Re Photoshop I, offre legioni di bellezze praticamente perfette che, laddove in origine non fossero perfette, vengono rapidamente perfezionate al computer. Noi, invece, ci tuffiamo a guardare un ministro per le Riforme in bikini e alcuni arrivano a suggerire che siccome si occupa di aggiustamenti costituzionali, sarebbe il caso provvedesse a una riscrittura più asciutta degli articoli 1 e 2 del suo lato posteriore. È una fortuna, tra l’altro, che io non sia impiegato in qualità di guardaspiaggia.

L’altro giorno ho visto in un giornale la sequenza fotografica di quello che, all’apparenza, era un mostro marino approdato sul bagnasciuga. Una creatura dal profilo oblungo ma irregolare: flaccide intumescenze protendevano dal tronco centrale mentre sottili tentacoli - senza dubbio prensili - si allungavano in movenze goffe e sofferenti. A tale vista, io avrei chiamato la guardia costiera, i vigili del fuoco e il museo di storia naturale. Un pandemonio per nulla: la creatura marina altri non era che Gianfranco Fini. Sarebbe stato sufficiente chiamare la casa di riposo e tutto sarebbe finito lì.

Credo che l’unica spiegazione possibile di questo accanimento istituzional- balneare sia l’abitudine. Qualunque personaggio - Gasparri compreso - servito ogni giorno sul tavolo mediatico diventa oggetto di curiosità, ironia e perfino desiderio. Non so quale sia il nome tecnico per l’eccitazione sessuale in presenza di un sottosegretario, ma sono certo che esiste. Sepolto in qualche antico testo di frenologia e trattamento della demenza.

Mario Schiani

Almeno la Rete

Ago 14 2014

Pubblicare qualcosa - qualsiasi cosa - su Internet e ricevere un milione e centomila risposte significa aver lanciato un argomento di un certo interesse. Nessun argomento, a quanto pare, è interessante quanto la libertà, perché il milione e passa di commenti di cui sopra la riguarda molto da vicino.

La Fcc americana (Federal communications commission) ha racconto questa straordinaria messe di opinioni lanciando una sorta di sondaggio-inchiesta sulla “Net neutrality”, la neutralità della Rete, ovvero circa il dibattito sugli eventuali limiti da imporle e i controlli da applicarle.

Un milione e centomila risposte per dire, in sostanza, che da Internet si faccia la cortesia di tener giù le mani: controlli non ne vogliamo, limitazioni neanche e privilegi neppure a parlarne. La questione centrale, infatti, è che, in futuro, Internet potrebbe non essere uguale per tutti: già si parla di “fast lanes”, corsie preferenziali per enti e corporazioni, si temono monopoli nel controllo dei domini e si denuncia il pericolo che, introducendo formule a pagamento “pay-to-play” (paga per giocare) anche l’accesso e l’uso della Rete si volga a vantaggio dei cittadini ad alto reddito.

Un milione eccetera di persone (la comunità “commentante” più folta mai raccolta) vuole non sia così: esige che il web mantenga il suo status di comunità democratica, addirittura anarchica ed estremamente livellata. Guai a chi intende infiltrarvi strutture gerarchiche, regole giuridiche, salette Vip, dogane, posti di blocco e “favorisca un documento”. Meglio rischiare di beccarsi un virus, meglio sopportare lo spam dei venditori di Viagra e, addirittura, meglio tollerare i traffici di chi si nasconde nella “darknet” - la Rete sotterranea dove l’anonimato è tutto - che concedere un millimetro a governi, commissioni, multinazionali e censori vari. Il che la dice lunga sulla fiducia che la gente ha nella civiltà della democrazia, della partecipazione consapevole e del potere “controllato”. A tutto ciò, i più preferiscono perfino le mail di chi promette loro allungamenti del pene.

Mario Schiani

Darwin e l’anguilla

Ago 13 2014

Avete idea, così sui due piedi, di che cosa accadeva nel 1859? L’Italia, non ancora ufficialmente nata, è in pieno bailamme risorgimentale: si combattono le battaglie di Palestro, Turbigo, Melegnano, Magenta, Boffalora e anche quella di San Fermo. L’8 giugno Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano a Milano e il 10 novembre l’Austria cede la Lombardia alla Francia che la assegna al Regno di Sardegna. Quindici giorni più tardi, suppergiù, Charles Darwin consegna alle stampe il suo libro “L’origine delle specie”.

Ignara delle teorie di Darwin sul destino suo e delle altre creature viventi, nel 1859 in Svezia vede la luce (si fare per dire) un’anguilla. Si può tranquillamente immaginare che nello stesso anno e nello stesso Paese siano nate più anguille, ma questa ci interessa in particolare perché, secondo quanto riferiscono i media, è morta da pochi giorni all’età di 155 anni.

Un’età straordinaria per un’anguilla e, guardiamoci intorno, per qualsiasi altra cosa non sia fatta di marmo o abbia la tempra di un sottosegretario. L’anguilla Åle, questo il suo nome, è vissuta in un pozzo svedese dove, poco dopo la sua nascita, fu scaraventata con gesto davvero poco signorile da un ragazzetto il quale, va detto per la cronaca, è certamente morto e stramorto da tempo.

Il pozzo qualche proprietà benefica deve averla perché sul suo fondo rimane, ancora viva, una seconda anguilla di 110 anni di età alla quale, giovinetta com’è rispetto ad Åle, nessuno ha pensato a dare un nome. La cosa sorprende perché, di norma, le anguille vivono tra i dieci e i vent’anni e se si fanno vedere dalle parti di Comacchio anche meno, vista la tendenza degli indigeni a cucinarle marinate.

Laggiù nel fondo di un pozzo svedese, Åle pareva aver barattato l’immortalità con l’assenza di luce e calore. Non è andata così e la vita (ovvero la morte) ha infine fatto i conti anche con lei. Centotrentadue anni dopo Darwin, e questa certo può essere una soddisfazione.

Mario Schiani

Leggere e basta

Ago 12 2014

Buone notizie per chi legge, specialmente se è giovane, addirittura giovanissimo, e questa abitudine, pur contratta da poco, gli è già diventata cara e preziosa e se, pensando alla propria vita, non riesce a immaginarla se non accompagnata da uno o più libri, da uno o più giornali.

Le buone notizie di cui sopra possono essere sintetizzate in un annuncio: chi legge fin da giovane vivrà a lungo, sarà più intelligente e, in generale, più realizzato sotto il profilo personale e professionale. Acchiappare un Harry Potter (anche se personalmente, in fatto di letteratura per l’infanzia, io preferirei avventarmi su George McDonald, Roal Dahl e Astrid Lindgren) equivale per un ragazzo a investire su se stesso, sul suo futuro e ad allontanare la prospettiva di diventare, da adulto, membro del gruppo parlamentare Movimento di responsabilità nazionale.

Lo ha dimostrato uno studio ripreso di recente da molti mezzi di comunicazione: per la prima volta una ricerca ha potuto mettere in diretta relazione l’abitudine alla lettura alla migliore educazione e questa a una vita, in media, più soddisfacente.

Credo che il risultato dello studio abbia sorpreso e interessato tutti tranne i lettori di lungo corso. Costoro hanno da subito saputo che leggere era la cosa giusta da fare. Non appena chiuso il primo libro, usciti dalla lettura come dal sogno si esce alla luce accecante, un po’ felici e un po’ malinconici, hanno subito chiesto che si passasse loro un altro volume. Non c’era, in questa brama, la consapevolezza che leggere fosse un investimento, che il coltivare questa abitudine potesse rispondere a un interesse materiale: leggere rispondeva semplicemente a un’esigenza di vivere più in grande, di godere di altre vite così come si gode della propria, di orientarsi in una geografia della narrazione così come ci si orienta in quella della natura. Che ci fosse un tornaconto concreto e personale non lo sapevamo e siccome siamo gente intelligente ed educata, neppure ci interessa saperlo.

Mario Schiani

Fornitrice iniziale

Ago 11 2014

Il sospetto che tra i due settori, diciamo così, professionali ci fosse più di una affinità è stato sempre fortissimo tra chi ha frequentato l'uno, l'altra o, cosa affatto probabile, tutti e due. I settori di cui sopra sono il giornalismo e la prostituzione ma le affinità, più che di carattere generale (anche se non ne mancano perfino di questo tipo) sono da ricercarsi nelle specifiche professioni di cronista e pappone o, se preferite un linguaggio più raffinato, di giornalista e pappone.

La circostanza che ora conferma le affinità di cui sopra deriva dalla crisi simultanea che ha colpito entrambi i professionisti, crisi che ha la stessa origine: Internet. Un'inchiesta dell'Economist ha rivelato come le tariffe del sesso mercenario siano ovunque in forte calo. Questo è dovuto alla scomparsa della figura intermedia: il pappone, appunto. I contatti tra signorine e clienti avvengono direttamente, grazie a prenotazioni online: non dover più pagare la "protezione" consente all'operatrice di offrire ampi sconti all'utilizzatore finale, come l'avvocato Ghedini volle eloquentemente definire questa essenziale figura di costituzionalista. Lo stesso, duole dirlo, sta avvenendo nel giornalismo. Social network e blog consentono uno scambio diretto di informazioni senza più il filtro del giornalista che raccoglie il fatto, lo stende in forma di notizia e lo pubblica. Di conseguenza, l'editoria sta conoscendo una crisi la cui profondità solo i papponi possono comprendere.

Non so se c'è una ricetta comune che possa risollevare le sorti di queste sventurate professioni. Ragioni personali mi portano a sperare che tra le due abbia più chance quella del giornalista. Ma forse dovrei liberarmi dagli schemi e incominciare ad allargare le mie vedute. In fondo, visto che questa rubrica esiste anche in forma di blog, e dunque in diretto contatto con i lettori, il sottoscritto ormai non ha più affinità con un giornalista o con un pappone di quante ne abbia con, ehm, la fornitrice iniziale.

Mario Schiani

Rien ne va plus

Ago 10 2014

Privati quasi del tutto i mestieri del loro contenuto di essenzialità materiale, le professioni infine si riassumono in una: convincere il prossimo a consegnarci i suoi soldi.

Tra tutti gli enti, privati e pubblici, preposti a questa delicata operazione due spiccano per abilità e sopraffina tecnica: Equitalia e i casinò. Della prima ben sono conosciuti i sistemi, ruvidi se non proprio brutali, mentre dei secondi si sa poco. In apparenza, si potrebbe pensare che le case da gioco facciano leva sull’avidità umana, proponendo come statisticamente convenienti giochi d’azzardo in cui, come è ovvio, il rischio è praticamente tutto dalla parte dei giocatori. È vero, ma solo in parte: per attingere con maggiore efficacia al portafoglio del cliente, il casinò provvederà ad applicare alcune tecniche, più sottili, che,messe insieme, gli garantiranno il successo. Tra queste, ben nota è l’assenza di orologi: la coscienza del tempo che passa potrebbe richiamare il giocatore a impegni “esterni” al gioco e strapparlo alla trappola delle “chance”.

Una seconda tecnica, di recente svelata, prevede che i saloni da gioco vengano organizzati in modo che l’avventore, per raggiungere tavoli, slot-machine, eccetera, non debba mai compiere svolte a 90 gradi. A quanto pare, un percorso che prevedesse angoli retti avrebbe sul giocatore un effetto, come dire, morigerante. Lo sforzo di imporre a se stessi un brusco cambio di direzione potrebbe suggerire al cervello una deviazione altrettanto radicale: dal baccarat il nostro “pollo” potrebbe incominciare a pensare alla Tasi o all’affitto e pertanto decidere - oh, sciagura! - di tamponare l’emorragia di denaro. Un tracciato sinuoso e ininterrotto, invece, lo contiene e conserva nell’umore adatto al dissanguamento più totale.

Problemi dei giocatori incalliti, direte voi. Non ne sono tanto sicuro, dico io. È mia convinzione infatti che dalla vita di noi cittadini pensanti e consapevoli molti angoli siano già stati smussati e i giochi fatti. Come si dice? Rien ne va plus.

Mario Schiani

Viva la Route 67

Ago 09 2014

Lo ammetto: ero preoccupato. Come Vladimiro ed Estragone, protagonisti di “Aspettando Godot”, la mia attesa, con il passare dei giorni, sprofondava nell’assurdo e, se vogliamo, nel metafisico. Ieri, la rivelazione: nulla in me tende a Beckett, le mie aspettative erano concrete e ragionevoli, tanto che sono state premiate.

Ciò che aspettavo, ed è infine arrivato, è il solito servizio giornalistico estivo sulla “Route 66”, la storica strada americana che collega Los Angeles con Chicago.

Decaduta da decenni sotto il profilo economico e sociale, rimane un’arteria ricchissima di riferimenti culturali: da Steinbeck a Kerouac, per finire con Steve McQueen e Woody Guthrie. Ebbene, non c’è estate che la Route 66 non conosca la visita di un giornalista italiano il quale, prontamente, la racconta come fosse una cosa nuova, quando il suo bello, se vogliamo, è l’essere piuttosto vecchia e testimone di un’America affascinante ma senza dubbio appartenente al passato.

La mia attesa per il servizio sulla Route 66 edizione 2014 è stata soddisfatta ieri con il pezzo di Gloria Mattioni apparso sul Venerdì di Repubblica. Nulla da eccepire sull’articolo, non fosse il fatto che fin da quando ero ragazzino - e dunque tanto, tanto tempo fa - la strada in questione viene raccontata ogni anno dai giornalisti italiani di passaggio con immutabile nostalgia, con identici accenti di meraviglia e di rimpianto, con lo stesso stordito innamoramento per un’accozzaglia di elementi - dalle Harley Davidson a Billy the Kid, dal Mago di Oz al «vento nei capelli» - da far sospettare una certa pigrizia della categoria nell’aggiornare i suoi riferimenti culturali.

Dico questo non perché quell’America meriti di finire nel dimenticatoio, tutt’altro, ma in virtù del fatto che nel frattempo ha continuato a evolversi, a progredire e regredire insieme, a erigere nuovi miti su quelli vecchi e a demolire e ricostruire se stessa con incessante fervore. Cosa di cui noi sembriamo incapaci: forse per questo ci è tanto difficile passare a raccontare, finalmente, la Route 67.

Mario Schiani

I rossi e i neri

Ago 08 2014

Con una partita giocata a Houston, Texas, contro i messicani del Chivas Guadalajara, il Milan ha concluso il suo tour nordamericano in preparazione al campionato di serie A. La fine del viaggio e delle amichevoli in esso comprese mi ha riempito di malinconia perché, in questa estate così incerta e cadenzata da eventi drammatici, nulla quanto le vicissitudini del Milan sono riuscire a risollevarmi lo spirito.

Non fraintendetemi, non sto dicendo di aver assistito compiaciuto alla serie di sconfitte incassata dalla squadra rossonera: ero e rimango tifoso del Milan e, pertanto, ogni scivolone rappresenta per me un piccolo-grande dolore. Il divertimento, soverchiante rispetto alla rabbia per rovesci in partite del tutto ininfluenti, consisteva nel seguire l’account Facebook del Milan e nel godere dell’esilarante contrasto tra i post - permeati di un ottimismo “ufficiale”, dovuto e quanto mai artificiale - e i commenti dei tifosi: innamorati traditi, viste le pessime prospettive della squadra, e dunque amari, esasperati, sarcastici e spesso apertamente ostili.

Nelle settimane di viaggio per gli Stati americani e di schiaffoni rimediati sui campi, frequentati a trottola fino a quando si è trovata una squadra, quella messicana, disposta a farsi battere, la dicotomia non si è mai placata, e anzi ha conosciuto un irresistibile crescendo rossiniano. Da una parte i “ciao, ragazzi”, gli “amici rossoneri”, i “#forzamilan” e “la squadra è al lavoro!”, dall’altra gli “andate a lavorare”, i “fate pena” e i “vergogna brocchi”. Sublime un commento sotto le facce sorridenti di due anonimi calciatori (?) in aereo: «E questi chi c... sono?»

La comicità, ovviamente, sta nel rifiuto della società di ammettere, attraverso l’account, che i giorni di gloria sono evidentemente finiti. Il “social network” è dunque tutto meno che “social”: denuncia il rifiuto di ragionare, di guardare la realtà, in nome di una facciata immutabile. È una scoperta importante: il sorriso dell’ottimista non è speranza; più probabilmente, trattasi di paresi.

Mario Schiani

L’albergo permaloso

Ago 07 2014

Un albergo di New York ha deciso di rispondere in modo originale alle pessime recensioni ricevute sul popolare sito Yelp. Anziché scusarsi e impegnarsi per migliorare il servizio, come fanno gli albergucci dozzinali, la Union Street Guest House ha adottato una politica aggressiva: l’ospite che dovesse frignare online per uno scarafaggio sotto il cuscino o per un bagno sporco, si ritroverà 500 dollari addebitati sulla carta di credito. Così impara.

Non sono sicuro di aver afferrato del tutto il perché, ma qualcosa mi dice che la notizia di cui sopra è parecchio significativa dei tempi che viviamo. Non perché condivida la risibile politica dell’albergo di New York (lungi dal contenere le critiche negative, l’iniziativa ha raggiunto i mezzi d’informazione dotando la Guest House di un’istantanea pessima reputazione): piuttosto mi sembra che prima o poi doveva succedere, ora che critiche, lazzi e insulti immotivati sono diventati una forma di (in)comunicazione molto diffusa. Era logico che a qualcuno dovessero saltare i cinque minuti: fa ridere sia capitato a uno sprovveduto albergatore.

La stagione del pensiero (forte, debole, acuto, stupido e insignificante) che corre sul filo o si allarga nel wi-fi sopravvive in bilico su un paradosso: da una parte, esprimere (meglio: diffondere) opinioni è facile, criticare è questione di un clic e perfino la diffamazione - esercizio antico quanto l’uomo - è oggi comoda e ben servita; dall’altra, nessuno sembra disposto ad accogliere, le critiche, a nessuno di certo interessano le opinioni altrui e tutto si riduce a un parossismo comunicativo in cui a insulto si risponde con diffamazione, a calunnia si reagisce con minaccia e a sberleffo con intimidazione.

In questo senso, l’iniziativa dell’albergo americano ha un suo valore dimostrativo: anche il gusto di sparlare dovrebbe avere un prezzo. E cinquecento dollari non sono neppure un’esagerazione.

Mario Schiani

L’uomo invisibile

Ago 06 2014

Il problema di essere “visibile” - e quando dico visibile intendo “sessualmente visibile” - a lungo è rimasto confinato alla parte femminile dell’umanità. Non so quanto la parte in questione considerasse un piacere occuparsi di questo aspetto della propria sfera personale, e quanto fosse invece un peso, un obbligo imposto dalla controparte, notoriamente più prepotente e autoritaria. Sta di fatto che per molto tempo è stato così: le donne dovevano preoccuparsi del loro aspetto e gli uomini, che avevano costruito le regole del “gioco” sessuale a loro convenienza, potevano permettersi qualche sciatteria in più. A lungo, dunque, le donne hanno temuto l’arrivo di quell’età che segnava, diciamo così, la loro pensione estetica, il ritiro dal “gioco” di cui sopra per “raggiunti limiti”.

Tutta roba che appartiene al passato. A giudicare da quanto vedo in giro, per “raggiungere il limite”, esteticamente e socialmente, oggi per una donna ci vuole molto ma molto più tempo e l’età, comunque mai amata, comincia a non essere altrettanto temuta. Il problema, semmai, investe oggi gli uomini ai quali non basta più, come nel passato, puntellare i canoni estetici con le coordinate bancarie: le donne chiedono di più e sono più selettive.

Al punto che un sondaggio è stato in grado di determinare a quale età un uomo esca dal “radar” dell’interesse femminile: 39 anni. Arrivato alla soglia dei quaranta, l’uomo verrebbe percepito più come una “figura paterna” che come possibile attrezzatura ginnica atta alla stimolazione dei centri del piacere. Al sottoscritto, che purtroppo ha superato da tempo la soglia critica, resta nell’animo un po’ di amarezza, per questo confinamento coatto, ma anche il sollievo di chi non avverte più lo stress di dover dimostrare qualcosa. Chissà, magari, senza impegno e tanto per ridere, da questa zona grigia ignorata dal radar, sarà possibile lanciare, a titolo dimostrativo, qualche imprevisto segnale di fascino. E firmarlo, anche: L’Uomo Invisibile.

Mario Schiani
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