Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

  • di Mario Schiani

Entro il 2050

Set 02 2014

Giornata gloriosa, quella di ieri, sotto il profilo atmosferico. Cielo blu, temperatura piacevole, gradiente di umidità perfetto.

Un clima del genere invoglia a socializzare e, che ci crediate o no, poche persone sono aperte alla socializzazione quanto la signora Malinpeggio. Ella, naturalmente, socializza alla sua maniera: senza slanci sentimentali.Tuttavia, è sempre ben informata e, nel caso qualcosa le sfugga, è disponibile ad ascoltare e a confrontarsi.

Ieri l’ho raggiunta sulla sua panchina e, dopo qualche convenevole circa il cielo tiepido e la temperatura blu, ho affrontato la questione che mi stava a cuore.

«Cara signora - ho detto - oggi ci godiamo questa bella giornata ma, in fondo, il nostro è un gesto egoista. La Terra sta per affrontare un cambiamento climatico straordinario e tocca a noi agire per frenarlo».

«E come?»

«Cambiando dieta».

«Prego?»

«Ho letto proprio oggi che un cambiamento delle nostre abitudini alimentari è fondamentale perché, di questo passo, tra trentacinque anni le emissioni di gas serra generate per produrre cibo aumenteranno dell’80% rappresentando da sole, se non superando, il target di emissioni globali fissato per il 2050».

«Continui».

«Con il progressivo incremento della popolazione mondiale, unito a un cambiamento dei gusti verso le diete occidentali ricche di carne, le rese agricole non riusciranno a soddisfare la domanda, rendendo necessario aumentare i terreni coltivati anche per produrre mangime. Le conseguenze saranno pesanti in termini di deforestazione e quindi di minor sequestro di CO2, e di maggiori emissioni di metano causate dall’aumento del bestiame allevato».

«Ho capito. E lei?»

«Io»?

«Pensa di fare qualcosa per limitare le sue emissioni? Entro il 2050, intendo».

Mario Schiani

L’alieno siamo noi

Set 01 2014

Tenetevi forte perché la scienza – che fino a oggi ha scherzato occupandosi di buchi neri, bosoni, relatività generale e genetica – potrebbe finalmente aver svelato un mistero degno di questo nome, penetrando in uno degli scrigni più inviolabili della conoscenza: il cervello degli adolescenti.

Questo mistero è tanto più affascinante in quanto, per paradosso, esposto in piena luce. Tutti siamo stati adolescenti e pertanto abbiamo avuto esperienza diretta dei meccanismi mentali tipici dell’età. Tuttavia, appena superata questa delicatissima stagione, è come se alle nostre cellule cerebrali fosse stato imposto un “reset” e quel modo di ragionare – ombroso, ribelle, a volte semplicemente ottuso – ci risulta del tutto incomprensibile.

Un sostanziale sforzo di esplorazione è stato compiuto con la redazione di un libro (“Teenage brains: think different?”) nel quale, fondendo e comparando 19 studi diversi in materia, si giunge a qualche conclusione interessante. Una di queste ci conferma come gli adolescenti si facciano un baffo delle minacce di punizione e rappresaglia che gli adulti indirizzano loro. Non che sgridarli o privarli di Internet sia controproducente: è semplicemente inutile. Ancora: uno scienziato ha dimostrato come la molecola attiva negli adulti e che produce la sensazione di paura, negli adolescenti sia spesso “dormiente”. Questo li spinge verso ogni sorta di comportamento a rischio: non c’è un campanello d’allarme pronto ad avvertirli dell’enormità che stanno per commettere.

Con tutta la saggezza e l’impegno profusi in questa analisi, il libro fallisce però in un compito fondamentale: comporre l’unicità della persona. Per quanto “strano” e irritante, l’adolescente non è un alieno: siamo noi in una particolare fase della nostra vita. Ma, come accade anche in altre circostanze, è più facile staccarlo da noi ed esaminarlo come un batterio in provetta che riconoscerlo dentro di noi, comprenderlo, abbracciarlo e, infine, per quanti faticosi compromessi ci vogliano (inclusa la visione di Mtv), amarlo.

Mario Schiani

Viva il sonoro

Ago 31 2014

La notizia è di quelle che mettono il sorriso a chi le scrive e a chi le legge. Difficile che ne escano brani di gran letteratura: il reporter, di solito, non rinuncia a qualche ammiccamento, infila - e non gli par vero! - l’aggettivo “boccaccesco” a riga tre e, sul finale, sbrocca e accenna a “torride carezze” e “appassionati scambi”.

Poco importa: cercavamo una cronista salace, non un epigono di D. H. Lawrence. Purtroppo, anche a cercarle, cronache così non se ne trovano più. Nelle strade della crisi, nell’era del sesso virtuale, dispensato dai download e, semmai reale, confinato nei vialoni di periferia, la passione un po’ ruspante, genuina e casareccia è quasi impossibile da reperire, tantomeno nei giornali.

Quasi, abbiamo detto, perché in soccorso ci arriva una storiella accaduta a Pavia, dove per contenere l’impeto di due amanti - 52 anni lui, 34 lei - è stato necessario l’intervento della Questura. Pur praticando l’amplesso nell’intimità della camera da letto, e dunque lontano da occhi indiscreti, la coppia non ha saputo garantire altrettanta protezione alle orecchie del prossimo. Gemiti, urla, incoraggiamenti, boati, schiocchi e cachinni hanno finito per irritare i vicini i quali, più per esasperazione acustica che per sanguinamento del pudore, hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

In effetti, i due dovevano darci dentro e parecchio se è vero, come è vero, quanto riferito nel rapporto degli agenti: «Già dalla strada era possibile verificare la veridicità della segnalazione». Come dire che la passione, espressa in decibel, aveva superato i limiti imposti, oltre che dalla decenza, anche dai mattoni e dal calcestruzzo, per scendere sulla pubblica via e investire i passanti. L’intervento degli agenti ha giustamente ricondotto la coppia a un comportamento più socialmente accettabile ma a noi resta, sotto sotto, un sorriso. Che non è solo di malizia, ma anche di ammirazione. Per chi, a dispetto di tutto - dei segnali, delle tendenze, dello spread e delle analisi - ha saputo affermare la vita nel modo più umano possibile. Insomma: nello Sblocca Italia, io, questi due ce li metterei.

Mario Schiani

Come funziona?

Ago 30 2014

Questa faccenda dei “mille occupati in meno al giorno”, in Italia, è la spinta che giusto serviva a chiudere il coperchio sulla nostra definitiva depressione di cittadini, individui, sognatori e amanti della speranza. Altro non è che uno slogan, si capisce, una formazione sintattica destinata a colpire la nostra immaginazione e a comunicarle un dato: le cose vanno male, è in corso un’emorragia di produttività. Come ogni affermazione di carattere generale, trascura di segnalare quelle aree dove, al contrario, spunta qualche rinnovata speranza e, grazie a contingenze favorevoli, ingegno e magari perfino fortuna, l’economia, invece di seccarsi, riprende a crescere.

Le descrizioni generali sono tuttavia necessarie per capire dove, grosso modo, ci troviamo e quale clima, avventurandoci nelle strade, incontreremo. Quel “mille in meno” dipinge con angosciante efficacia una situazione addirittura bellica, in cui si contano le perdite e si moltiplicano i lutti. Ogni posto di lavoro perduto è una ferita di incertezza che si apre e un futuro che s’incupisce. Una lampadina trema, dietro la finestra, manda qualche lampo, infine si spegne, resta il buio. Lampadina dopo lampadina, è facile precipitare un’intera città nelle tenebre.

Leggere di queste fosche contingenze e assistere agli sforzi – improduttivi, insufficienti, differiti nel tempo – con i quali la politica risponde, dà l’idea dello scartamento culturale di cui siamo prigionieri. Ogni volta che una Cassandra riferisce di sventure, voltiamo gli occhi a chi non ha più risposte. Un giorno, penso, arriverà un segnale così forte e lugubre da svegliarci tutti. Sarà allora che capiremo come alle nostre vite dovremo imprimere, senza più tentennamenti, svolte che ieri erano inconcepibili, oggi sembrano improbabili e domani, appunto, saranno necessarie. Per arrivare a tanto servirà soprattutto coraggio. A proposito, chi si ricorda come funziona?

Mario Schiani

Il libro illeggibile

Ago 29 2014

Visto che siamo in piena stagione di fiere del libro, mostre del libro e vetrine del libro, allora parliamo di un libro. Attenzione: è questo un libro di cui nessuno, di solito, parla. È un testo che mette a disagio e che, da un punto di vista storico e ideologico, è morto e sepolto: tuttavia, appare ancora in grado di provocare imbarazzo, come quando il nonno, nel bel mezzo del pranzo di Natale, si toglie la dentiera. Il libro in questione è “Mein Kampf” di Adolf Hitler.

Se, come dicevamo, il manifesto del “pensiero” hitleriano è morto e stramorto, altrettanto defunta non può essere dichiarata la fascinazione che il testo, al pari del suo sinistro autore, continua a esercitare nel mondo. Addirittura, allargandosi il gap temporale che ci separa dalla Seconda guerra mondiale, si riducono la prudenza, il rispetto e la conoscenza dei fatti: tutto ciò porta a discutere di Hitler e del “Mein Kampf” con una disinvoltura intellettuale che metterebbe i brividi se non fosse anche profondamente ridicola.

C’è chi, in Rete, si è preso la briga di passare in rassegna le centinaia e centinaia di recensioni che, su Amazon, accompagnano il libro di Hitler: c’è anche l’edizione Kindle, tra l’altro, per il nazista al passo (dell’oca) con i tempi. Oltre alle recensioni ci cono le valutazioni: da una a cinque stelle. Sorprende il numero dei “lettori” che danno all’opera il massimo dei voti: meglio di Dan Braun, pardon Brown. Alcuni si limitano a commentare la bontà delle nuove traduzioni con un distacco filologico comunque sospetto, altri esaltano il testo come «attualissimo» e sottolineano «inquietanti» parallelismi:Hitler e Obama, secondo loro, sarebbero gemelli. Entrambi “socialisti”, entrambi hanno scritto un libro. Peccato solo che Barack, per passare da ariano, debba aspettare una notte senza luna.

I commentatori del “Mein Kampf”, in ogni caso, non dicono nulla di nuovo su Hitler e sul nazismo: confermano però quell’attrazione per l’abisso che è in tutti noi. Ovvero per il libro che non osiamo leggere.

Mario Schiani

Italia da incubo

Ago 28 2014

La televisione è diventata un incubo. Non è questo un commento di carattere generale sulla qualità dei palinsesti. Sono i programmi che, con orgoglio, applicano a se stessi la definizione “da incubo”.

Ci sono cucine da incubo, bar da incubo, hotel da incubo, giardini da incubo, case da incubo e perfino coppie da incubo. La televisione cerca “incubi” ovunque: allo scopo di trasformarli in sogni. È difficile non farsi catturare da questi programmi che fanno leva sul meccanismo espiazione-redenzione.

Prendiamo ad esempio lo show “Cucine da incubo”, sia nella versione italiana sia in quella originale americana. Uno chef stellato - questa la premessa - viene convocato dai gestori di un ristorante che sta andando a rotoli: «Aiutaci!» I gestori medesimi non riescono a individuare il «problema specifico», ovvero a capire «come mai» il ristorante non guadagna soldi a palate. Lo chef, dall’alto della sua «professionalità», chiarisce l’arcano: i clienti non gradiscono gli scarafaggi nel pane, la pasta scotta e le verdure marce. Valli a capire.

Di fronte a queste manchevolezze, lo chef procede a un tremendo cazziatone: umilia i gestori, i cuochi e i camerieri provocando, non di rado, una profusione di lacrime. Fatta tabula rasa, provvede a ricostruire sulle macerie psicologiche. Spiega che è importante «fare squadra» e che il segreto della buona ristorazione consiste - ma non ditelo in giro - nel non avvelenare gli avventori. Dopo di che il locale viene ristrutturato - in una notte! - e si presenta alla serata di riapertura. C’è ancora qualche problemino - un cameriere si ostina a servire un topo morto - ma il pronto intervento dello chef raddrizza la situazione: la serata è un successo, il ristorante rilanciato, i gestori felici e noi spettatori in delirio. Nulla è potente come lo spettacolo della purificazione, della liberazione e del riscatto. Basterebbe a questo punto intitolare le nostre vite “Italia da incubo” e sperare nell’arrivo di un redentore. Ma, in fondo, è quello che facciamo da sempre.

Mario Schiani

Addio al grottesco

Ago 27 2014

Si chiede nel Corriere della Sera lo scrittore Paolo Di Stefano perché, in Italia, sia scomparsa la letteratura di satira, quella che sapeva «sferzare il potere». Cita Campanile, Zavattini, Flaiano e Longanesi. A me, vengono in mente anche le “Scorciatoie” di Saba. Dove sono questi signori? O meglio, come mai nessuno si propone per raccoglierne l’eredità? Ci sono vignettisti che fanno satira, comici che fanno satira, senza contare la satira che i politici, involontariamente, producono da sé. Ma la letteratura?

Non che io abbia una risposta, tanto meno una risposta da poter competere con la domanda, resa tanto autorevole dal talento di chi l’ha posta e dal giornale che l’ha pubblicata. Ho però una riflessione: modesta, intima e sommessa. Ho il sospetto che la letteratura di satira manchi perché incompreso e incomprensibile, oggi, è il linguaggio che la sostiene.

Rileggiamo Flaiano, rileggiamo Zavattini. Qualcuno scrive ancora così? Qualcuno, soprattutto, è in grado di mettere in rilievo con la stessa tecnica le figurine, singolari e plurime nello stesso tempo, che allora si agitavano sul palcoscenico del primo e del secondo Novecento e oggi affollano gli studi tv del XXI secolo? Si chiamava “grottesco”: Fellini lo portò al cinema con felice e personalissima intuizione.

«Una signora - racconta Flaiano nel “Diario notturno” - in visita ad un illustre critico se ne va dimenticando l’ombrello sul tavolo. “Lo recensirà.” dice F. a cui il piccolo incidente viene riferito». Nella stagione - più che epoca o era - in cui si trasferiscono le emozioni sulla pagina con faccine ridenti e variamente distorte, l’ironia di F. è semplicemente troppo sommessa o è addirittura incomprensibile?

Forse gli stessi Flaiano, Zavattini e Campanile scriverebbero, oggi, in modo diverso, trovando la chiave per far brillare comunque la loro intelligenza. C’è da chiedersi, a questo punto, dove siano finite intelligenze come le loro. Ma questo è un altro discorso.

Mario Schiani

Mezzi o interi?

Ago 26 2014

Questo articolo potrebbe sembrare un poco interessato - nel senso che io, per andare a lavorare, prendo i mezzi pubblici - ma in realtà non lo è, visto che tutti qualche mezzo, pubblico o privato, per andare in ufficio o in officina dobbiamo pur usarlo. A giudicare dall'andamento dell'economia presto la questione sarà risolta: non ci sarà più il lavoro e non serviranno gambe, o veicoli, per recarsi da ciò che non c'è.

Fino ad allora, però, tutti abbiamo un bravo itinerario da compiere. Chi è il più fortunato tra noi? Una ricerca condotta in Gran Bretagna e Canada si è presa la briga di rispondere. I più "felici" tra i pendolari a breve o lunga distanza sono, rispettivamente, chi al lavoro va a piedi, chi in treno e chi in bici. I meno soddisfatti sono invece gli automobilisti, chi prende il metro e chi usa l'autobus.

La ricerca dimostra inoltre che il mezzo di trasporto condiziona non solo l'umore ma anche la salute. Gli automobilisti sono, statisticamente parlando, più grassi di chi va a piedi o usa la bici ma anche, e questo è un poco più sorprendente, di chi va in treno o prende bus e metro. Va detto che l'uso dei mezzi pubblici è ben lontano dal rappresentare sempre una soluzione soddisfacente. Se chi usa il treno si dichiara "felice" (ma forse non è mai venuto a prenderlo da queste parti), i "condannati" a bus e metro sono messi peggio.

I dati rivelano che la pianificazione urbanistica delle città spinge verso la separazione dei posti di lavoro da quelli di residenza: il pendolarismo è dunque destinato (economia permettendo) ad aumentare. La scelta diventa di anno in anno più urgente e drammatica: puntare sulle auto o sui mezzi? Come si è visto, non è detto che i secondi siano in grado di influire in modo positivo sulla vita delle persone, anzi. L'auto, però, a meno di investimenti sulle infrastrutture oggi inimmaginabili, sembra essere diventata - nonostante quasi tutti, con il loro comportamento, ogni giorno si ostinino a negarlo - una trappola di sicura infelicità. Comunque sia, bisogna decidere, e presto. Anche senza aspettare quei ciccioni degli automobilisti.

Mario Schiani

Stupide spie

Ago 25 2014

Nel settembre del 1940 dodici spie tedesche vennero paracadutate in Gran Bretagna. La loro missione era preparare l'invasione dell'Isola. In codice: Operazione Lena.

Nel giro di poche settimane questi occulti invasori finirono, quasi tutti, agli arresti. Uno di loro si tradì ordinando una pinta di sidro un un pub: non c'era chi non sapesse, allora, che in tempo di guerra al mattino lo smercio di alcol era vietato. Altri si fecero notare in Scozia, procedendo, in bicicletta, lungo il lato sbagliato della strada. In generale, le spie naziste si dimostrarono inefficienti, poco preparate e, come recita un rapporto dell'epoca, "vittime della loro stessa stupidità".

Perché l'intelligence del Terzo Reich - che in altre occasioni aveva dato prova di impeccabile preparazione - avesse affidato una missione tanto importante a una versione allargata dei Brutos è un mistero che da anni tormenta gli storici (se passate davanti all'uscio di uno storico, fate attenzione: ne udirete i lamenti). Oggi scopriamo che la scelta potrebbe essere stata intenzionale. Dopo uno studio approfondito delle carte lasciate da Herbert Wichmann, l'ufficiale responsabile dell'ufficio di Amburgo del servizo segreto, la ricercatrice Monika Siedentopf è giunta alla conclusione che ci fu la precisa volontà, da parte dell'organizzazione di intelligence hitleriana, o almeno da una frazione di essa, di assicurarsi fin da subito che il piano di invasione della Gran Bretagna fosse destinato a fallire. Un vero e proprio sabotaggio. Ecco perché fu scelto un manipolo di spie che poteva passare, al massimo, la selezione per il Grande Fratello 5. All'insaputa del Führer, il servizio segreto tedesco voleva evitare un massacro.

Questa ipotesi storica ci lascia attoniti rispetto al passato e confusi davanti al presente. E se la situazione attuale di stupidità diffusa, trasversale, convinta e istituzionale fosse in realtà un piano voluto da un'entità segreta al fine di risparmiarci un male peggiore? Ecco che cosa siamo ridotti a sperare: di essere stupidi per volontà dell'intelligenza.

Mario Schiani

Asciugati Narciso

Ago 24 2014

Ora che l'Ice Bucket Challenge, o doccia gelata, ha felicemente contagiato (ma si può dire così, parlando di un'iniziativa contro la malattia?) anche l'Italia, ora che il nostro premier è intirizzito, Celentano bagnato come un pulcino e che Mina, da costui "nominata", senz'altro si prepara alla raggelante manovra, ora che tutto ciò è accaduto, bisognerà trovare anche qualcuno che, con fantozziano coraggio, proclami la verità: l'Ice Bucket Challenge è una cagata pazzesca.

Naturalmente non si può, perché la bontà del fine (la raccolta di fondi per la cura della Sla, la Sclerosi laterale amiotrofica o morbo di Gehrig) è talmente urgente e lampante da oscurare la stupidità del mezzo. Basterebbe però poco per ammetterlo: è il mezzo, qui, a essere il vero fine. Lo stesso fine che si persegue inondando la Rete di selfie e informando il mondo, tramite Facebook e Twitter, di ogni nostro movimento mentale, fisico e intestinale. Una gran voglia di essere visti, ammirati, amati. Poco importa che, per contribuire alla lotta alla Sla, siano disponibili, da anni, chiare coordinate bancarie.

Si dirà che solo lo spettacolo delle secchiate ha portato su questo terribile morbo la necessaria attenzione collettiva, impossibile da ottenere altrimenti e certo non tramite seriose campagne di sensibilizzazione. Va bene, ma allora bisognerà ammettere che soffriamo tutti di un'altra malattia gravissima, la Sna, Sindrome narcisistica acuta, e che solo sfruttandone le caratteristiche, ovvero cortoricuitandola con malizia, possiamo fare in modo che lavori a vantaggio del prossimo. Questo però equivale a dire che se esistono ancora comportamenti eroici, buone azioni e atti di giustizia, i gesti di pura generosità sono invece certamente morti. Bello sarebbe se qualche Vip proponesse un gioco a catena per una raccolta (di consapevolezza più che di denaro) contro la Sna: "Mi stacco da tutti i social per una settimana e invito Tizio a fare altrettanto!”.

Mario Schiani

Mario Polo

Ago 23 2014

È curioso come tutti noi, in branco dietro la guida dei media, si stia salutando la partenza di Mario Balotelli per l'Inghilterra come quella di Colombo per le Indie.

Come se non sapessimo che, recandosi a Liverpool (destinazione così remota da risultare, tra i voli Ryanair, "disponibile a partire da euro 22,99”), l'estroso, irritante, infantile e talentuoso calciatore, anziché allontanarsi, si avvicinerà di molto a quella nebulosa di mezze informazioni, curiosità, pettegolezzi e dibattiti d'aria fritta che, da bravi, sempre ci portiamo a spasso.

Il trasferimento a Liverpool acuirà l'interesse dei giornali per lui: che cosa combinerà lassù? Come lo accoglieranno i tifosi? Imparerà le parole di "Penny Lane”? Farà infuriare tutti tanto da essere il primo, da quelle parti, a dovere in effetti "to walk alone"? Noi invece tutti a salutarlo come il capitano Nobile, l'Apollo 11, un Magellano con la mania dei selfie. Mario Polo, in pratica.

Forse proprio in questo sta il trucco: convincerci che il viaggio sia lungo e pericoloso, che la destinazione sia esotica e inesplorata per preparare il terreno a reportage che, solo così, appariranno avventurosi ed esclusivi. Volete mettere una multa per divieto di sosta a Liverpool piuttosto che al Gratosoglio?

Il bello è che quando i viaggiatori siamo noi, ci spingiamo ben oltre Liverpool per appagare la nostra fame di scoperte, emozioni e aneddoti da riportare (imporre) agli amici. Ma poi, siccome le vite di alcuni privilegiati ci sembrano più significative della nostra, ci sorprenderemo immersi nella lettura di qualche notte brava balotelliana, di qualche baruffa al pub (quanta differenza rispetto a una scaramuccia in una discoteca milanese!) e offriremo al mondo la nostra opinione sulla nuova fiamma di SuperMario: un'esotica indossatrice del Merseyside prodotta in appena cinquantamila esemplari identici.

Mario Schiani

Il disco dei sogni

Ago 22 2014

Dovete sapere (in realtà non dovete affatto, ma era un modo come un altro per incominciare) che in fatto di musica rock, pop, mettetela come volete basta che ci intendiamo su quell'area che, un tempo, era definita "leggera", ebbene dovete sapere che in questa area mi muovo con disinvoltura negli anni Sessanta, frequento abitualmente gli anni Settanta, mi oriento negli anni Ottanta: dopo di che è tutta nebbia con qualche raro faro che si incrocia di tanto durante la navigazione.

Per questa ragione, disinteressato alle vicende di Beyoncé, Katy Perry e Berry Kengé, la mia attenzione si è attestata ieri sulla riscoperta di un disco del 1964, "The dream world of Dion McGregor". Non un gran successo allora, quando pure fu pubblicato da un'etichetta importante - Decca, la stessa che rifiutò i Beatles - e non un gran successo, si prevede, neppure oggi, nonostante l'attenzione riservatagli da un popolare sito di cultura, appunto, pop.

Dion McGregor era negli anni 60 un autore di canzoni che cercava di avere successo. Un giorno, il suo partner d'arte e d'affari, Michael Barr, decise che Dion, come compositore, era meglio da addormentato che da sveglio (curioso come la stessa sensazione si provi nei confronti di molte persone). Egli infatti parlava nel sonno, descrivendo dettagli dei sogni che passavano nella sua mente: immagini fantastiche che, a sentirle, potrebbero fornire ad abili autori di fantasy spunti notevoli. Come avrete capito, a finire sul disco furono proprio i soliloqui notturni di Dion. Assicura un critico che, messo in sottofondo come musica d'ambiente, il "Dream world" ha un effetto rilassante. Io preferisco trarne una specie di morale: tutte le creazioni provengono dal nostro intimo ma, una volta fuori, vanno modellate in relazione al prossimo. Altrimenti resteranno sempre musica di sottofondo.

PS - Qualche notte fa ho sognato che non riuscivo a chiudere questa rubrica: rimaneva sotto uno spazio bianco. Che, adesso, ho riempito proprio com queste ultime righe.

Mario Schiani

Lettera al tagliateste

Ago 21 2014

Caro tizio dell'Isis che decapita la gente,

immagino che il tuo gesto e la conseguente diffusione del video che lo ritrae siano mirati a spaventare noialtri del mondo occidentale. Congratulazioni: ci sei riuscito. Purtroppo per te, non ti servirà a niente. Il problema, vedi, è che noi abbiamo paura di un sacco di cose – la crisi finanziaria, Ebola, il cancro, l'infarto, il global warming, l'immigrazione, le tasse, le alluvioni – che una più o una meno non fa differenza. Addirittura, più paure abbiamo più siamo contenti perché, in un certo senso, sono proprio loro a rappresentarci meglio e a tenerci in gamba. La nostra cultura altro non è, in sintesi, che un ventaglio di reazioni a queste paure: alcune reazioni sono razionali e scientifiche, altre isteriche e distruttive.

Nel tuo caso, temo che la nostra reazione sarà quella di bombardarti via della faccia della Terra. Nel corso di questo simpatico processo, oltre a eliminare te – che, detto francamente, te lo meriti di venire polverizzato – è altamente probabile che cancelleremo qualche villaggio, uccideremo un discreto numero di bambini e consegneremo ad anziani e donne superstiti condizioni di vita simili a quelle dell'età della pietra. I nostri generali chiamano questi incidenti “effetti collaterali”. Chi dice che la lingua non può fare miracoli?

In altre parole, il tuo gesto omicida non solo finirà per ritorcersi contro di te, ma soprattutto contro coloro che ti circondano. Grazie alla tua bravata, invece di sperare di avere accesso a un mondo pieno di straordinarie opportunità materiali e intellettuali, la gente con cui sei cresciuto dovrà accamparsi nelle grotte, accontentarsi di un'aspettativa di vita ridotta e sguazzare nell'ignoranza e nella superstizione. Complimenti, bel lavoro. Forse conterai di soccorrerli con la coperta del fanatismo. Attento, però: se una bomba non ti polverizzerà prima, allora la prossima testa a rotolare sarà proprio la tua.

Mario Schiani

Accettabile raffreddore

Ago 20 2014

In una giornata intontita dalla febbre - il raffreddore del secolo che, come tuono insistente, si annuncia all'orizzonte con la sfacciataggine del visitatore indesiderato - non c'è altro rifugio se non la lettura.

È questa un'abitudine anche in giornate di temperatura corporea fresca e dinamica, intendiamoci, ma la lettura da acciacco è una cosa del tutto particolare: i concetti espressi dal testo prescelto sembrano penetrare nella materia grigia con più lentezza, forse affollandosi ai pochi neuroni rimasti attivi; eppure, una volta entrati, vanno nel profondo, precipitano come il mercurio del termometro si impenna, ristagnano sulla sabbia di ciò che sembra essere il centro della Terra.

Ecco perché riprendere in mano "Vite di uomini non illustri" di Giuseppe Pontiggia (1993) mi ha fatto un'impressione quasi schiacciante. Redatte in un linguaggio che le recensioni vorrebbero "giornalistico" (e magari lo fosse nella realtà), Pontiggia raccoglie 18 biografie immaginarie, dalla data di nascita a quella di morte, che pur nella loro straordinaria diversità trovano in comune il tratto dell'autoinganno, della sconoscenza di ciò che ha determinato le grandi svolte dell'esistenza, il compromesso e molto spesso la deviosità. Vien da precipitarsi alla penna di Pontiggia perché essa finalmente riveli di noi ciò che noi non vediamo, e viene nel contempo da scappare, perché una volta che il segreto fosse nero su bianco, allora sarebbe indelebile: una macchia eterna sulla nostra umana reputazione. La verità, e la malinconica ironia delle vite di Pontiggia, tanto immaginarie quanto obiettive come nessuna mai, mi ha addirittura turbato.

Ho provato sollievo, devo dirlo, quando ho voltato l'ultima pagina: potevo rituffarmi finalmente nell'incoscienza della mia giornata, forse della mia vita tutta. Un raffreddore anche epocale, mi è apparso tutto sommato un danno accettabile.

Mario Schiani

La signora e l’estraneo

Ago 19 2014

Non si è mossa dalla sua panchina vicino al municipio ma, se chiedete a lei, sembrerà sia stata vacanza in qualche luogo esotico, lontanissimo. Il fatto è che anche in fatto di viaggi e ferie la signora Malinpeggio usa una logica tutta sua. Volete scommettere?

«Buongiorno signora!»

«Buongiorno a lei».

«Un piacere rivederla. È stata in vacanza?»

«Ci sono andata eccome. Grazie a voi».

«A noi?»

«Sicuro. Quasi tutti, in paese, si sono concessi qualche giorno di ferie. C’è chi è stato via due settimane piene, chi soltanto un weekend. In ogni caso, tante assenze tutte insieme hanno significato, per me, una decisa riduzione del numero di seccatori che, ogni giorno, ronzano intorno a questa panchina. In altre parole, una vacanza anche per me: lontano da voi. Che differenza fa se a spostarsi sono stati gli altri e non io? Secondo me nessuna».

«La differenza c’è, invece. Il concetto di vacanza non si esaurisce nel fatto di non vedere facce vecchie per un po’ di tempo. Accanto a questo vantaggio, che pure non disconosco, ne offre un altro: ci dà la possibilità di incontrare facce nuove».

«Ci tiene molto alle facce nuove, lei?»

«Insomma, abbastanza. Proprio ieri scrivevo di quanto la gente aspiri, pur senza ammetterlo, a incontrare estranei. Ha letto?»

La risata sarcastica della signora Malinpeggio mi ha un poco ferito, ma ho voluto continuare.

«L’idea era questa: la gente per istinto tende a chiudersi in se stessa e a limitare la cerchia delle sue conoscenze. Soprattutto, si impone di scoraggiare gli approcci degli estranei. Salvo poi accorgersi che, il più delle volte, si tratta di esperienze positive, piacevoli».

«Mi ha convinto».

«Davvero?!»

«Certo. Vada via e mi mandi qui un estraneo».

Mario Schiani
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