Altro che etica: è Amazon l’azienda più “pura”

Forse ci ha distratto la notizia del suo divorzio e ci ha provocato qualche scompenso pressorio leggere la cifra che potrebbe essere costretto a versare alla ormai ex moglie: di fatto, pochi hanno notato come Jeff Bezos, fondatore, presidente e amministratore di Amazon, si ritrovi oggi al vertice della società più capitalizzata del mondo, con un valore di 811 miliardi. Dovesse cedere anche metà del suo patrimonio (e perdere così il titolo di uomo più ricco del mondo) le sue risorse sarebbero comunque sufficienti al bilancio di una Nazione medio-piccola, a meno che, naturalmente, non si preveda l’intervento di un ministro delle Finanze formatosi nella palestra della Repubblica italiana.

Soprattutto, ci siamo persi l’esatto contorno di quel che, poco a poco, Amazon è diventato per tutti noi: dal sito Internet che, sul finire degli anni Novanta, ci vendeva qualche libro o qualche cd difficile da trovare nel negozio sotto casa, a una straordinaria potenza globale, quasi uno strumento virtuale nelle mani di tutti, un accessorio della nostra carta di credito, la via più breve tra noi e la soddisfazione di desideri compulsivi: in sintesi, un componente praticamente irrinunciabile delle nostre vite. Più di Instagram, più di Facebook e più di WhatsApp.

Se i social ci hanno conquistato per la facilità con cui ci consentono di comunicare e l’illusione che offrono di garantire alle nostre piccole vite una significativa dimensione pubblica, Amazon si è presa tutto il resto, ovvero il lato materiale dell’esistenza. A questo punto, varrebbe forse la pena riflettere sul gran muro di paccottiglia, intellettuale e fisica, che abbiamo alzato intorno a noi, ma il tentativo, qui, è capire che cosa in effetti è diventato Amazon.

Un interessante articolo su Quartz (qz.com) saluta il recente record di capitalizzazione della società di Bezos come un momento fondamentale nella storia del capitalismo: «Forse la più grande macchina capitalistica che abbiamo mai visto all’opera». Più della Ford che sfornava il Modello T, più della Coca Cola e più di McDonald’s.

«C’è qualcosa di puro, in Amazon» aggiunge Quarz, laddove con «puro» non si deve intendere una qualità morale: la purezza di Amazon sta nella straordinaria semplicità della sua missione: vendere, vendere e ancora vendere. Vendere e basta. Facebook vorrebbe farci credere nel motto “connecting the world”, Apple ci invita a “think different”, Google ha a lungo sbandierato il programma etico “don’t be evil” (“non essere cattivo”): tutte allusioni a un più alto scopo della loro attività, a un supposto impegno moralmente superiore al “banale” profitto.

Non Amazon, che in 24 anni di attività non ha mai deviato un millimetro dal progetto di trasformare ogni proposta d’acquisto in un evento quasi inevitabile, rendendola facile, conveniente, garantita, al punto che, come ha detto Bezos circa il servizio Prime, sarebbe «irresponsabile» non approfittarne: il tutto senza abbellimenti etici, senza chiedere scusa per la concorrenza annichilita e per la bulimia corporativa dimostrata passo dopo passo.

Questo il capitalismo con cui occorre fare i conti oggi: per quanto cinico possa sembrare, è comunque largamente battuto in ipocrisia e disonestà da chi vuol farci credere che esistano alternative facili, indolori e a portata di voto.

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