Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

(facebook.com/mario.schiani - twitter: @MarioSchiani)

di Mario Schiani
Domenica 25 Marzo 2018

Benvenuti a una rubrica (quasi specializzata)

Il futuro, dicono, non ammetterà che un' unica via di floridezza: la specializzazione. Brutta notizia per un tuttologo stagionato come il sottoscritto, rimasto a galla in ormai tanti anni di carriera grazie a un ostinato rifiuto all' approfondimento, se non quello azzardato in termini empirici o, se volete, umanistici.

Non si vede però la ragione per cui il futuro dovrebbe fare un' eccezione proprio per me. Ecco dunque il tentativo di modificare la rotta: una "buonanotte" riveduta e corretta e, soprattutto, (quasi) specializzata. Il titolo "buonanotte.punto.com" vuole alludere a questa parziale metamorfosi: come dicono gli oratori cerchiobottisti «uno sguardo sull' avvenire senza dimenticare il passato». Insomma: "buonanotte" perché questa rubrica si aggancia a quella pubblicata quotidianamente dal 2007 al 2017, e "punto.com" perché vuole dedicarsi in esclusiva a ciò che accade sul Web. Sarà un appuntamento settimanale: ogni domenica, qui su "Stendhal". In sette giorni, ho immaginato, sarò pur capace di raccogliere spunti a sufficienza per organizzare una riflessione - ma neanche: un abbozzo di pensiero - su ciò che, ormai volenti o nolenti, vediamo in Rete di ora in ora. Uno specchio virtuale davanti al quale passiamo parecchio tempo e che, dobbiamo infine ammettere, ci condiziona parecchio.

Il guaio è che lo specchio dispone di occhi buoni almeno quanto i nostri se non di più, e di orecchie anche più potenti. Non solo, mentre lo fissiamo con l' ostinazione di Narciso, esso ci infila le mani in tasca e si frega il nostro portafoglio, o quantomeno i nostri "dati". Lo "scandalo Facebook", di cui si è tanto parlato in questi giorni, si può riassumere così: il social network si è fatto scappare, attraverso un' app-quiz ideata da Aleksandr Kogan, analista americano di origini russe, i dati di 50 milioni di utenti. Nonostante non potesse farlo, Kogan ha venduto questi dati a uno studio di consulenza politica - Cambridge Analytica - finanziato da prosperi donatori di tendenza conservatrice e legato a Steve Bannon, fino all' agosto 2017 consigliere di Donald Trump. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, è intervenuto pubblicamente spiegando che la sua compagnia ha già fatto molto per proteggere i dati degli utenti e molto di più farà in futuro. Parole rassicuranti, ma tardive: i fatti di cui sopra sono accaduti nel 2016 e solo ora, perché svelati da un "pentito" di Cambridge Analytica, Zuckerberg si è sentito in dovere di parlarne: l' avrebbe fatto comunque, se non ci fosse stata la soffiata? È legittimo pensare di no.

D' altra parte il buon Mark ha al suo fianco oltre 2 miliardi di complici: tutti noi che usiamo il suo social network. La stessa gente, in fondo, che si è fatta fregare con i "titoli spazzatura" prima del 2008 e che oggi ha sostituito all' avidità finanziaria una sorta di esibizionismo terra-terra e molto contraddittorio. L' uomo (e la donna) social è infatti uno strano animale dalle estremità inconciliabili: da un lato accetta ogni sorta di contratto digitale pur di vedere un filmato di dieci secondi in cui un passante cade in un tombino, dall' altro - individualista come non è mai stato - rivendica con ferocia la sua privacy, al punto di sostenere tesi assurde quando qualcuno ripubblica ciò che proprio lui ha pubblicato in prima istanza. Intendiamoci: i cattivi sono e rimangono quelli che prendono informazioni senza dircelo per farne un uso discutibile quando non losco. Purtroppo però bisogna ammettere che rendiamo loro la vita facile, fornendoli di debolezze da sfruttare, vanità da corteggiare e, qualche volta, anche di latifondi di ignoranza da coltivare.

di Mario Schiani

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