Come (non) scrivere una frase di insulti

Temo di avere un limite, tra i tanti che caratterizzano la mia persona, particolarmente grave: non riesco, anche mettendocela tutta, a scrivere una frase offensiva, o solo sprezzantemente polemica. Capirete che questo, al giorno d’oggi, è un problema serio: come si fa, in quest’epoca, a transitare per la strada della vita senza additare qualcuno a responsabile dei guai del mondo, senza irridere un elettore di opposta inclinazione e, infine, senza padroneggiare quei quattro epiteti che consentono al gentiluomo di cavarsela in ogni situazione “social”, fosse per insultare un omosessuale, disprezzare un “negro” o svergognare una femmina che osa esibire un’opinione.

Oddio, tecnicamente sarei pure capace di formare una frase di buon gradiente offensivo e di proporla in Rete, ma sento che, come dire?, non sarebbe sincera, ovvero espressa con quella tipica, ottusa arroganza che fa “grandi” i più scafati tra i leoni da tastiera. Questo non perché, a modo mio, mi manchi l’arroganza: il problema è che tali frasi non riesco a pensarle sul serio. Per spiegarmi meglio: arrivo fino al punto di pensarle, ma quando si tratta di scriverle è tutta un’altra storia.

La ragione, credo, è che scrivere equivale a pensare per davvero, mentre l’azione che comunemente chiamiamo “pensare”, ovvero il processo di formare pensieri nella nostra testa, è in realtà un atto interrotto e dunque parziale, una sorta di brutta copia del pensiero vero e proprio che esiste, a mio avviso, solo quando è propriamente espresso: a voce e, soprattutto, con la scrittura.

C’è di più, lo scritto non è solo il prodotto finale,e necessario, di quel processo che chiamiamo pensare; prima ancora, l’atto dello scrivere rappresenta un passaggio in cui il flusso libero del pensiero grezzo viene costretto ad affrontare una serie di filtri, di limitazioni, di accorgimenti intesi a depurarlo dall’assurdo e dall’ovvio: così, la scrittura non si limita a trasferire il pensiero, organizzandolo e magari intruppandolo, ma crea essa stessa il pensiero, perché gli rivela nuove possibilità, lo stimola a precisare se stesso, a trovare forme più acute, luminose e comprensibili.

Per il sottoscritto la scrittura, esercitata regolarmente ormai da decenni, temo sia diventata un modo di pensare che rifiuta di tradursi in insulti, sferzate polemiche, allusioni sardoniche e sentenze a getto continuo. Se la si forza in quella direzione, può al massimo produrre una frase meccanica e costruita sui luoghi comuni. Imprecisa nell’articolazione, sarà dunque inefficace nel provocare ciò che le si chiede: l’approvazione di chi è già su quelle posizioni e l’irritazione di chi è attestato su quelle opposte.

Tutto questo non certo per una qualche superiore qualità morale del sottoscritto, per carità, ma perché l’esercizio dello scrivere e, per conseguenza, l’abitudine allo sforzo di provarsi a pensare, impone sempre che si lasci uno spiraglio aperto all’opinione diversa, perfino a quella più diversa. Altrimenti l’inevitabile insorgere di un senso di amarezza segnalerà il fallimento del processo, come l’accensione della spia dell’olio annuncia un imminente guasto: non si è scritto nulla di leggibile, non si è pensato nulla di valido, non si è offerto nulla di utile.

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