Elogio tardivo dell’ispettore Javert

Il caso dei carabinieri di Piacenza sotto accusa per un ventaglio di reati che va dal traffico di stupefacenti all’estorsione, dalla violenza privata alla truffa ai danni dello Stato, rappresenta la materializzazione di un incubo: la divisa alla quale si dovrebbe (vorrebbe) guardare per protezione e aiuto diventa mascheratura che adombra illegalità, prepotenza, abuso.

La notizia, clamorosa, rattrista ma non stupisce: altri casi di cronaca in tutto il mondo da tempo ci hanno avvertito che non sempre l’uniforme fa il galantuomo. Letteratura e cinema, addirittura, hanno fatto del poliziotto corrotto e violento un “topos” frequente al punto da diventare banale.

Senza aggiungere altro sul caso specifico di Piacenza - analisi e commenti non mancano e non mancheranno - si può forse notare come anche in questa dimensione drammatica il presente lasci un poco a desiderare in termini di profondità e, volendo, di tragicità, rispetto al passato.

Quelle che circolano oggi, a Piacenza come altrove, in Italia e all’estero, ci sembrano figure possedute da un’avidità esaltata e sciocca, fatta di una grossolanità attraverso la quale è impossibile scorgere una luce, sia pure lontana e rossastra, di umano mistero.

In un romanzo ottocentesco come “I miserabili” di Victor Hugo si trova invece un poliziotto in negativo, ovvero “cattivo”, che offre maggiori aspetti di interesse.

L’ispettore Javert, che perseguita il protagonista Jean Valjean lungo le pagine dello sconfinato romanzone, non è affatto un poliziotto corrotto: è semmai integerrimo al punto da essere ottuso. Per lui il marchio di criminalità è indelebile e le persone che lo portano devono senz’altro stare in galera, ovvero separate dalle altre, la cui presunta purezza va tutelata a ogni costo.

Javert non riconosce possibilità di redenzione, è incapace di empatia con chi abbia violato anche soltanto la lettera della legge. In lui c’è una tale adesione a quella che ritiene essere la società legale e organizzata, e dunque per lui indiscutibilmente benigna quanto autorevole, che non esita a farsi spia tra i ribelli, a conquistare la loro fiducia per poi tradirli senza batter ciglio. Scoperto e condannato a morte, è sorpreso dal gesto di clemenza che gli rivolge l’uomo al quale per anni ha dato la caccia. Una prova di umanità che lo sconvolge portandolo al suicidio, ovvero a una dichiarazione di incompatibilità con un mondo nel quale, come scopre inorridito, un “criminale” può essere una brava persona.

Ditemi voi se questo durissimo dilemma morale può essere rintracciato in qualcuno dei protagonisti della contemporaneità, per i quali il compromesso, stiracchiato a raggiungere e superare i limiti dell’ipocrisia, è atteggiamento quotidiano e disinvolto.

I poliziotti delle comiche che un tempo bastonavano il povero Charlot accusandolo di vagabondaggio ora gli venderebbero una dose. Forse per questo “oggi le comiche” è un’espressione alla quale ci diciamo assuefatti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA