L’uomo radiatore

Il genere umano, lo sanno tutti, si divide in tre categorie: 1) gli uomini, 2) le donne, 3) quelli che mettono la foto della propria automobile come profilo Facebook.

Ecco. Tutto quel che so è che oggi volevo aprire la rubrica con questa frase (devo confessarlo: suonava meglio nella mia testa che non messa sulla carta): il resto - ovvero l’argomento centrale e portante dell’articolo - ancora mi sfugge. Come possibile conseguenza della premessa, potrei avventurarmi sul terreno, alquanto accidentato, dell’equità tra i generi. Perché se nessuno dubita (più) che uomini e donne debbano essere trattati da uguali, pure restano da rimuovere alcuni ostacoli verso il raggiungimento di questo nobile traguardo. Quanto a coloro che identificano la loro immagine con un’auto, temo che non possano aspirare ad alcuna forma di giustizia sociale.

Il primo ostacolo, il più alto, è il pregiudizio che scattando - inconsciamente o meno - dentro di noi ci spinge, anche quando siamo ben disposti, ad assegnare a uomini e donne ruoli diversi, ovvero a diffidare delle seconde se inserite in alcuni contesti, oppure a trattarle in maniera diversa. All’ascesa di una donna in una posizione di comando, noi maschi reagiamo ancora - purtroppo - con retropensieri difensivi e, ahimè, ingenerosi quanto volgari.

C’è poi un secondo problema che sarebbe quello di evitare, se possibile, che uguaglianza non diventi conformismo e che il prezzo da pagare per i pari diritti non sia quello di un livellamento che annulli le differenze, legittime e stimolanti, tra donne e uomini. Uguali per la legge, identici per il mercato del lavoro e nei diritti da cittadini; diversi perché il contributo che i due sessi apportano al mondo è distinto e insostituibile, complementare e non interscambiabile. Che società evoluta e civile sarebbe quella che approda a questo obiettivo!  Anche se, non illudiamoci, ci sarà sempre qualcuno che, invece di metterci la faccia, esibirà un radiatore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA