Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

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di Mario Schiani
Domenica 27 Maggio 2018

Mi sono laureato alla “Thoeni University” di sci

Dunque, lo sappiamo: il premier incaricato ha mentito. Si è attribuito nel curriculum vitae un titolo che non gli appartiene. Giuseppe Conte (se questo, in effetti, è il suo nome) ha voluto abbellire il profilo professionale con la frequentazione della New York University senza andare troppo per il sottile circa le circostanze della frequentazione medesima. Un inciampo - o una «leggerezza» come ha preferito definirla lui - non proprio elegante ma, a essere giusti, bisogna riconoscere che Conte (o come si chiama) è nello stesso tempo colpevole (di falso) e vittima (delle circostanze).

Facciamoci caso: mentre si vorrebbe far passare l’idea che la diffusione globale e individuale delle informazioni, in particolare tramite la Rete, sia motore di una grande equalizzazione sociale e promotrice di democrazia, i fatti dimostrano che, mai come oggi, l’esibizione di titoli di studio, l’ostentazione di veri o presunti curricula, il “resume” pomposo e la supercazzola accademica (meglio se declinata in inglese) sembrano contare sopra ogni cosa.

Un tempo bastava la laurea e il conseguente titolo di “dottore” o “professore” per assicurarsi un passaggio nella carrozza di testa del treno della vita, oggi serve ben altro: il “master”, lo “stage”, l’esperienza all’estero e, meglio di ogni cosa, il marchio di riconoscimento di un’università Ivy League: Harvard, Yale, Princeton, Columbia davanti a tutte. Siccome una vita sola per accumulare tutti queste medaglie non basta, tanto vale millantare: lo scopo, infatti, non è quello di assicurare il prossimo circa le proprie competenze, ma creare da zero l’illusione che una competenza, quale essa sia, esista. I titoli di studio all’estero, a questo proposito, aiutano molto, ma utile risulta anche l’enunciazione, meglio se casuale, quasi “tirata via”, della pubblicazione di un libro, della partecipazione a una mostra collettiva e, se appena credibile, del successo in un campionato sportivo nazionale.

C’era una volta chi aveva studiato e chi no. Questi ultimi avevano a disposizione molti pretesti per vantarsi di conquiste personali: catture di pesci di dimensioni tali da meritare la citazione nell’Enciclopedia Britannica, immersioni a profondità vicine a quella della fossa delle Marianne, prodezze mangiatorie, possanza muscolare e, nel caso dei maschi, smodati successi in campo sessuale. Un catalogo di “titoli” ampio ma mai sovrapponibile a quello, rigido e ufficialmente sanzionato, spettante a chi, in effetti, aveva conseguito una laurea o si era visto riconoscere un’onorificenza.

Oggi la situazione, direbbe qualcuno, è un tantino più “liquida”o, se si vuole, “vaporizzata”, considerate le difficoltà che si presentano a chi vorrebbe guardarci attraverso. Titoli, medaglie, attestati e diplomi vengono esibiti con la baldanza di carpe smisurate, bicipiti alimentati dagli steroidi, cerchioni in lega e cambio sequenziale al volante.

«Sono stato azzurro di sci» cercava di vantarsi il povero Fantozzi in un episodio della saga, rivelando un’imperdonabile disorganizzazione della menzogna, una patetica improvvisazione della millanteria. Oggi come oggi dovrebbe procurarsi per tempo un “master” in “advanced ski studies” della “Thoeni University”.

di Mario Schiani

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