Mi spezzo ma non mi spiego

Con storica puntualità, e sempre meno ironia, anche la stampa occidentale ha riferito del discorso con cui il leader cinese Xi Jinping ha aperto i lavori del diciannovesimo Congresso del Partito Comunista, in corso a Pechino. Il dato sottolineato con insistenza dai giornalisti è che il discorso è stato lunghetto: circa tre ore e mezza. D’altra parte, Xi si era imposto di delineare, nel suo intervento, i piani per i prossimi cinque anni di sviluppo in Cina: non proprio una faccenda da sbrigare in pochi minuti. E neppure - volendo osservare -  in un tweet.

Se vogliamo, il paradosso è proprio qui: i capi delle due più potenti nazioni al mondo hanno scelto tecniche di comunicazione molto diversi. Il leader orientale Xi, come abbiamo visto, si dilunga, approfondisce, sottolinea, ripete e, in definitiva annoia (qualche telecamera birichina non ha mancato di riprendere, tra le migliaia di delegati, sbadigli clamorosi e teste ciondoloni); il capo occidentale Trump, al contrario, spara sentenze in pochi caratteri: i 140 di un tweet.

Peccato che a tecniche diverse non corrispondano intenzioni opposte. Al contrario, i due ottengono lo stesso effetto: il senso del messaggio di Xi si perde per sfinimento, quello di Trump per eccesso di semplificazione. Due strade per arrivare allo stesso risultato: mi spezzo ma non mi spiego.

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