Parliamo d’altro: qualcosa di squallido, scalzo, peregrino

Parliamo d’altro. D’altro rispetto a cosa non c’è neanche bisogno di dirlo. Bisogna anzi evitare di evocarlo, perché tanto basterebbe per finire per parlare di “quello” e non di “altro”.

Ma che cos’è allora quest’“altro” di cui dovremmo parlare? A pensarci bene, “altro” è tutto ciò di cui ci occupiamo nel corso della vita nel tentativo di rimuovere “quello”, che non è una notizia specifica, per quanto allarmante, ma il timore più profondo che nella notizia trova il suo riflesso e la sua eco: la paura della morte.

“Altro” è allora la vita in sé per sé, per dar senso alla quale abbiamo inventato un sacco di cosette simpatiche, tipo l’amore, che con tutte le sue dannate complicazioni è pur sempre una bella distrazione rispetto all’approssimarsi di “quello”.

Woody Allen, nel suo ispiratissimo “Manhattan” (1979) cercava al magnetofono di buttar giù un elenco delle cose per cui, al quel tempo e in quel luogo, valeva la pena vivere. Ne usciva una lista che mescolava classico a quotidiano: «Il vecchio Groucho Marx per dirne una e… Joe Di Maggio e… il secondo movimento della sinfonia Jupiter e… Louis Armstrong, l’incisione di “Potato Head Blues” e… i film svedesi naturalmente… “L’educazione sentimentale” di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra… quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne… i granchi da Sam Wo». Finiva naturalmente per planare sul sentimento puro: «Il viso di Tracy», ovvero la ragazzina co-protagonista del film, interpretata da Mariel Hemingway.

Sì, può davvero essere l’amore l’“altro” di cui parlare a fuga da “quello”, ma va detto che il concetto di amore, qui, andrebbe esteso ben oltre l’idea di una relazione sentimentale tra due persone, l’amore delle tormente ormonali, insomma, quello romantico e passionale. Cerchiamo invece un amore assoluto e o, se preferite, un assoluto dell’amore.

Ci aiuta in questo il “Simposio” di Platone nel quale Socrate riferisce ciò che dell’amore ha da dire una donna, Diotima: «Innanzitutto, [l’amore] è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti,ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista».

Un “altro” così val certamente il nostro parlare: un cavallo tanto bizzoso quanto leggiadro in groppa al quale scappare da “quello”. Lontano, il sole in faccia, fino a quando avremo gioia e fiato.

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