Se il tuo stereotipo è peggio del mio

L’incidente diplomatico - chiamiamolo così - in cui sono incappati Dolce e Gabbana stabilisce una verità fondamentale: moda e gusto non sono la stessa cosa. Ciò detto, sugli spot che, a quanto pare, hanno offeso l’intera Cina pare legittimo avventurarsi in qualche considerazione. Più che gli spot in sé, a sollevare domande impellenti è la reazione da essi provocata, non tanto in Cina, quanto qui da noi.

Ieri, nell’homepage del suo sito, il Corsera presentava collegamenti ai filmati e chiedeva ai lettori: «Sono davvero offensivi? Giudicate voi». Un buon sistema per attirare l’attenzione, nessun dubbio, ma la domanda è evidentemente oziosa: per sapere se gli spot sono offensivi bisognerebbe essere cinesi e, il dato potrebbe sorprendere, non moltissimi italiani sono cinesi. Tuttalpiù, possiamo dire che sì, un filmato pieno di stereotipi sulle bacchette per prendere il cibo è parecchio a rischio di essere offensivo: prima di tutto perché fa leva su un’osservazione incredibilmente stupida e arretrata, e poi perché, nella presente fase storica, i cinesi sono un po’ suscettibili.

Questo perché la Cina ha scalato, in un tempo relativamente breve, le classifiche economiche mondiali, superando l’odiato Giappone e mettendosi al passo degli Stati Uniti. Un progresso che ha alimentato non poco lo spirito nazionalistico di un Paese che, a lungo umiliato dalle potenze occidentali, poi isolato nel recinto maoista, si ritrova oggi a recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale: ovvio che gli stereotipi lo infastidiscano. I cinesi sentono finalmente di contare qualcosa, e vogliono essere presi sul serio. Pertanto, non sono disposti a farsi sfottere impunemente.

Un sentimento qui da noi del tutto incompreso, tanto che molti sembrano inclini a considerare lo scivolone di Dolce e Gabbana con sorridente indulgenza. Ognuno ha diritto alla sua opinione, si capisce, ma è difficile esimersi dal sottolineare come una certa doppia morale si sia messa immediatamente al lavoro. Non molto tempo fa, una discreta parte dei nostri connazionali era decisa a muovere “manu militari” su Parigi per qualche vignetta sguaiata o per il sorrisino ironico di un inquilino dell’Eliseo. Gli stessi patrioti oggi ironizzano sulla permalosità dei cinesi, pronti però a infiammarsi se qualcuno di loro a stereotipo dovesse rispondere con stereotipo, magari rispolverando la nota ferraglia della “mafia, pizza, mandolino”.

La questione pressante è però un altra: c’è il forte sospetto che l’Italia (senza generalizzare: diciamo una buona quota di italiani) sia rimasta un po’ indietro di cottura nel confrontarsi con gli stranieri. È ben vero che tanti altri Paesi manifestano sintomi della prevalenza del cretino, e allineano buffoni, populisti e trucidi vari in posizioni di prestigio e responsabilità, ma da noi si indovina un sostrato di povertà culturale, approssimazione e amore per il luogo comune davvero preoccupante, soprattutto in prospettiva. È evidente che venticinque anni o giù di lì di politica da operetta, con Brighella, er Monnezza e il Tromba a rappresentarci sul piano internazionale, non possono essere trascorsi senza lasciare traccia. Al punto che perfino personaggi abituati alla passerella internazionale - letteralmente - possono passare da duo fashion a coppia comica nel volgere di una pernacchia.

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