Soluzione semplice a un problema difficile

A pensarci bene, la soluzione potrebbe essere semplice. Prima di spiattellarvela, mi tocca costringervi alla lettura di una premessa. Questa: si dà per scontato, qui, che la maggior parte di noi conduce ormai una doppia vita. Quella nel mondo fisico: fatta di lavoro, rapporti sentimentali, figli, tasse, cani, gatti, code e al supermercato e telefonate di gente che vuol vendere qualcosa. C’è poi la vita che per comodità definiremo “virtuale”: quella, apparentemente autonoma, assunta dai profili Facebook, Twitter e Instagram che designiamo a rappresentarci. Vite parallele ma non del tutto estranee l’una all’altra: la seconda, potremmo dire, interferisce spesso con la prima, la condiziona, ne modifica umore, temperatura, gradiente di produttività e coefficiente di serenità e/o felicità.

Questo - e qui ci avviciniamo alla pensata di cui sopra - avviene perché ci ostiniamo a vivere questa “vita” virtuale come fosse effettivamente una seconda vita a noi concessa, sulla quale ci viene spontaneo tentare di esercitare un controllo, ricavarne un rendiconto, alzare un recinto protettivo per noi e i nostri cari. Ma vita non è, a pensarci: è un crocevia di fantasmi, un miscuglio di voci, un caleidoscopio arrugginito. Inutile - e dannoso - cercare di immergersi in esso come si farebbe in una società, ovvero in un consesso che aspiri in qualche modo all’ordine, alla razionalità, al rispetto e perfino, parola abusata ma qui necessaria, al dialogo.

Purtroppo molti, moltissimi ci provano e il risultato è quello di ottenere precisamente l’effetto contrario: il caos del virtuale entra nel reale, le frustrazioni di qualcuno diventano veleno psicologico per tanti, il codice - linguistico e no - di comunicazione si fa sfrenato, volgare, apocalittico, approssimativo, smodato, menzognero. E soprattutto impunito.

La tendenza, come direbbe un politico sprofondato in una poltrona di Porta a Porta, va invertita perché, se siamo onesti, e anche solo un pochino ricettivi, dalla Rete possiamo prendere molto di buono, almeno tanto quanto di negativo ci passa sotto gli occhi, se non di più. Quante volte, infatti, ci è capitato di scoprire, in Rete, un buon autore, oppure una bella canzone o, ancora, di venire a conoscenza di una mostra interessante? Tutte cose che esistevano al di fuori del web, ma che il web ha avvicinato a noi purché avessimo l’accortezza di tradurle poi nella vita “reale”.

Stessa cosa vale per le persone: per quelle, tante, che si presentano online con la loro faccia e il loro nome, sono disposte al confronto e all’amicizia e non “usano” la Rete, come si sente dire, più di quanto “usino” il prossimo: non si lasciano tentare dalla profferta di una vita virtuale perché sanno che la vita è una sola e qualunque cosa rifletta la nostra, è bene renda di essa un’immagine decente, onesta, dignitosa.

Internet ci ha dato orecchi e occhi per sentire e vedere, come in una straordinaria visione contemporanea, tutte le sciocchezze e tutte le nefandezze che accadono al mondo, o almeno buona parte di esse. È come se avessimo sviluppato, di colpo, la facoltà di percepire gli ultrasuoni e gli ultravioletti: questo può cambiare la nostra percezione del mondo, ma certo non sposta di un millimetro la nostra responsabilità di umani e l’occasione che ci è data di una vita di cui non vergognarci.

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