Tra noi e il clic c’è solo il “politicamente corretto”

L’hanno chiamato, con la misura tipica di chi cerca clic in Rete, il «dibattito del secolo». Di certo, l’incontro pubblico che a Toronto ha messo di fronte lo psicologo canadese Jordan Peterson e il filosofo sloveno Slavoj Žižek deve essere stato interessante. Non come una puntata di “Ciao Darwin”, si capisce, ma comunque interessante.

Diciamo questo perché Peterson, insegnante universitario e scrittore, è noto soprattutto per le sue apparizioni televisive, nelle quali riesce sempre a essere efficace e provocatorio al punto giusto, mentre Žižek è una delle intelligenze riconosciute della modernità. Il loro incontro non può che aver prodotto uno scambio stimolante: la riprova è disponibile online ma, spoiler doveroso, dura giusto quelle tre orette.

A dimostrazione definitiva del fatto che nulla si crea e nulla si distrugge, Peterson e Žižek hanno scelto di dibattere su un tema freschissimo: meglio il capitalismo o meglio il comunismo? Messa così sembra una ben poco auspicabile riesumazione di un conflitto del Novecento ma, in fondo, la discussione sul rapporto tra mercato e Stato è ancora d’attualità.

Per farla breve, Peterson ha difeso il capitalismo, attaccando il comunismo nel suo «mancato riconoscimento della gerarchia come fatto naturale», mentre Žižek, lungi dal riconoscersi comunista, ha tuttavia sostenuto che gli individui possono aspirare a sviluppare pienamente le loro potenzialità solo se garantiti di educazione e assistenza sanitaria.

È interessante sottolineare che, divisi sulla visione del mondo, Peterson e Žižek si sono ritrovati uniti sugli strumenti a loro disposizione per esprimere questa divisione. Vale a dire che entrambi hanno fatto stracci di ciò che oggi viene definita “cultura del politicamente corretto”.

Quello di proiettarsi all’attacco di tale “cultura” è decisamente l’esercizio sportivo più in voga tra gli intellettuali, non importa se di destra o di sinistra. Quest’ultima è spesso accusata di essere depositaria di tale cosmesi del linguaggio e del pensiero ma, a ben guardare, parecchi, in quell’area, la rifiutano in quanto museruola del pensiero, marcia bassa della libertà di espressione. In tutto ciò c’è del vero: l’umanità, o almeno quella parte di essa che ha accesso illimitato alle opinioni, è diventata molto “sensibile”, facile allo scandalo “dovuto” e all’indignazione automatica. È difficile allora esprimere posizioni di una certa sostanza su temi che possano coinvolgere minoranze, inclinazioni sessuali, tendenze sociali e radicate “verità” storiche.

Ne consegue che il pensiero - e i pensatori che tale pensiero producono - soffrono all’idea di dover trattare con i guanti argomenti sensibili, evitare parole ricche di grassi saturi e limare concetti grossolani: sottoposto a tale trattamento, il pensiero ne esce diminuito, quasi umiliato. E poi la sfida di esprimere un’idea, qualunque essa sia, senza oltrepassare i confini della decenza, mai tracciati ma sempre ben presenti alla coscienza, è davvero troppo impegnativa: occorrerebbe pensare per davvero i pensieri senza poi, beffa delle beffe, incassare mai il premio di un misero clic.

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