Un messaggio dall’antica Pompei

Tra le città italiane, così belle e vivaci, piene di arte e di iniziativa, ricche di storia e di tradizioni, Pompei è una delle mie preferite. Non vuol essere una battuta, che difficilmente potrebbe evitare di scivolare nel cattivo giusto, ma una constatazione onesta, in buona parte ingenua, comunque certamente convinta. Certo, so benissimo che da duemila anni a questa parte Pompei non è più una città in senso stretto: è considerata un sito archeologico, anzi «il sito archeologico più importante del mondo». Devo subito precisare che, qui, con Pompei intendo infatti il celeberrimo Parco archeologico, e non la cittadina moderna che gli sta a fianco, istituita come Comune nel 1928, e dotata di stazione, centro commerciale, pizzerie e svariati Bed&Breakfast. Su questa non c’è da discutere: è ovvio che si tratti di una città.

Io vado sostenendo invece che anche l’altra Pompei, quella “cancellata” dall’eruzione e ritrovata dagli scavi, ammirata nel mondo e spesso trattata, qui da noi, con incuria e indifferenza, sarebbe da includere a tutti gli effetti tra i centri abitati italiani. Proprio così: abitati. Certo, se chiediamo all’Anagrafe nessuno è tecnicamente residente in “questa” Pompei, eppure io non rinuncio a pensare agli antichi pompeiani, quelli sorpresi della lava, soffocati dai gasi e infine coperti dai lapilli, come a nostri connazionali viventi e, soprattutto, ammonenti. L’antica Pompei non avrà la raccolta differenziata, i cassonetti per le strade e i videocitofoni: non per questo è meno viva e sorprendente.

L’ultima sorpresa è emersa nei giorni scorsi sotto forma dei corpi «pressoché integri», così scrive l’Ansa, di due uomini: «Un quarantenne avvolto in un caldo mantello e il suo giovane schiavo». La parola “integri” è intesa naturalmente in senso relativo: vuol dire che è stato trovato un “vuoto” adatto alla realizzazione di calchi particolarmente dettagliati. Un’operazione che ha dato forma a due corpi svaniti da secoli, ma pronti a tornare tridimensionali all’intervento degli esperti e a restituire non solo vuoti e pieni, la curva del collo e la torsione delle braccia, la distensione delle gambe e la tensione del volto: i due uomini trovati a Pompei raccontano anche una storia. Che sta nella loro posizione, distesa ma non rassegnata, colma di terrore e tuttavia non del tutto scomposta. E sta anche nella coperta di lana che è riemersa al calco insieme a loro, dagli archeologi già definita “calda”, come a dare un senso di protezione a queste creature travolte dalla Natura e dal tempo.

Dopo duemila anni gli esperti hanno restituito loro anche lo status sociale: un uomo libero, forse ricco (il ritrovamento è avvenuto nella Villa del Sauro Bardato, definita «raffinata e signorile»), e il suo schiavo. Per l’uomo già si ipotizza che possa essere stato «un comandante militare o un alto magistrato», per il giovane non c’è e non ci sarà mai altra qualifica che quella di schiavo.

Schiavo per qualche anno, si capisce, poi per venti secoli del tutto unito nella sorte al padrone, al suo pari nella cieca attesa, un comune messaggio nelle orbite vuote e nelle labbra pietrificate: padrone e schiavo, superiore e inferiore, grande e umile, sono categorie che valgono un nonnulla.

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