Nonna “tassista” e finto investito  Como, occhio alla truffa
Il presunto incidente avvenne vicino all’incrocio di San Bartolomeo

Nonna “tassista” e finto investito

Como, occhio alla truffa

La disavventura di un’anziana comasca finita a processo (e poi assolta) ma in realtà vittima di una truffa perché l’investimento di un pedone in via Milano era in realtà un trucco

Quattro mesi senza patente, una imputazione per omissione di soccorso, un processo penale trascinatosi per qualche mese conseguenza di quel che appare come un tentativo di raggiro bello e buono, sulla falsa riga di tanti altri episodi che in città si ripetono con sempre maggiore frequenza.

In questo caso la vittima è una signora che di mestiere fa la nonna, e che lo fa a tempo pieno. Come centinaia di “colleghe” comasche, trascorre gran parte dei suoi pomeriggi a scorrazzare in giro nipotini e nipotine, e così faceva anche lo sciagurato pomeriggio del 14 febbraio 2013, quando in via Cadorna, all’incrocio con via Milano, immobile nel traffico, vide un giovane straniero avvicinarsi alla sua auto lamentando di essere stato urtato. Con una bambina di nove anni seduta sul sedile posteriore, e la certezza di non avere urtato proprio nessuno, la signora si guardò bene dal fermarsi. E mal gliene incolse. La sera stessa, a casa, fu raggiunta dalla polizia locale, alla quale la “vittima” - di nazionalità ghanese - si era rivolta presentando denuncia, dopo essersi fatta soccorrere dal 118 e dopo essere stata trasportata in ambulanza in ospedale.

Poi il processo, davanti al giudice Nicoletta Cremona. Il giovane straniero sostenne di essere stato travolto mentre il veicolo viaggiava a 50, 60 chilometri orari. Ha chiesto il giudice: «Ma scusi, e lei non è caduto a terra?». Risposta: «No, mi sono appoggiato su una mano». Vista la sentenza di assoluzione «per non aver commesso il fatto», pronunciata ieri mattina - accogliendo le richieste non solo dell’avvocato difensore ma anche del pubblico ministero - c’è da credere che il tribunale non gli abbia creduto affatto. E che abbia chiuso la vicenda come andava chiusa. In realtà, l’imputata e il suo avvocato ci avevano provato già in fase di indagine a spiegare che doveva trattarsi di un tentativo di raggiro. Non era servito. La giustizia è lenta, ma prima o poi ci arriva.


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