Mercoledì 25 Giugno 2014

Yara, la pista della difesa
per scagionare Bossetti

In un fermo immagine tratto da un video della polizia il 19 giugno 2014 le fasi del fermo di Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio
(Foto by UFFICIO STAMPA POLIZIA)

Vittorio Attanà

«Ci sono delle possibili spiegazioni che potrebbero giustificare la presenza del mio dna su Yara». Lo avrebbe detto Massimo Bossetti, ieri pomeriggio, nel lungo colloquio avuto in carcere con Claudio Salvagni, il legale comasco che da lunedì affianca l’avvocato Silvia Gazzetti nel delicato compito di difendere l’artigiano edile di Mapello accusato del delitto. La difesa avrebbe dunque qualche carta da calare nella partita – tutta in salita – con la procura. Carte che però i legali non vogliono scoprire prima del tempo.

La prova che inchioda il quarantatreenne carpentiere residente alla Piana di Mapello è quella del dna: è suo il profilo biologico trovato dai Ris di Parma sugli slip e sui leggins della vittima, sotto forma di (probabili) tracce di sangue latenti. È quindi la prova del dna che i legali di Bossetti dovrebbero riuscire a contrastare. Due le strade ipotizzabili. La prima: mettere in discussione – affidandosi a un consulente – il lavoro degli inquirenti sulla traccia e insinuare dubbi su come i Ris sono arrivati a determinare le caratteristiche biologiche di «Ignoto 1». Una strategia rischiosa, però: potrebbe essere disposta una nuova perizia e, con un risultato analogo del test, la difesa di Bossetti si troverebbe all’angolo.

La seconda ipotesi è quella di una spiegazione alternativa, che lasci aperto il dubbio su come abbia fatto il profilo biologico dell’artigiano edile a finire sugli indumenti di Yara. E sembra questa la strada che i difensori potrebbero percorrere. «Non credo che la procura abbia sbagliato i test del dna», si lascia andare l’avvocato Salvagni. In lacrime, Bossetti avrebbe parlato al suo legale di «possibili spiegazioni che potrebbero giustificare quelle tracce finite su Yara». Argomentazioni, quelle del carpentiere che «mi hanno convinto, mi riservo di valutarle e percorrerle», si è limitato a dire l’avvocato.

Bossetti, di fronte al gip Ezia Maccora che lo interrogava, ha sostenuto di non aver mai conosciuto Yara. Quindi cosa potrebbe affermare l’artigiano edile per giustificare quelle tracce? Potrebbe ad esempio sostenere che qualcuno potrebbe essersi impadronito di oggetti che appartenevano a lui. Un arnese da lavoro poi usato da ignoti come arma per ferire Yara, ad esempio. Magari un attrezzo che potrebbe essere stato sottratto all’artigiano o utilizzato a sua insaputa.

Risulta ad esempio che Bossetti due anni fa si presentò ai carabinieri per sporgere denuncia di furto. Ai militari denunciò la sparizione di alcuni attrezzi (fra cui una livella elettronica) dall’interno del suo furgone, che era parcheggiato sotto casa. Sarebbe questo, fra l’altro, l’unico «contatto» che risulta gli atti fra il carpentiere (incensurato) e i carabinieri negli ultimi anni. La denuncia di furto presentata da Bossetti è successiva alla morte di Yara, ma se Bossetti riuscisse a dimostrare che anche prima del 26 novembre 2010 qualcuno potrebbe essersi impadronito di arnesi suoi, così com’è accaduto in tempi più recenti?

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