Alle donne uguale stipendio
In Svizzera da oggi
la parità diventa legge

Oltreconfine in vigore la normativa contro il gender pay gap. Il sindacato ticinese Ocst è critico: «Interessate solo le grandi aziende, si doveva fare di più»

Da oggi, in Svizzera - a quasi 40 anni dall’introduzione di un articolo costituzionale ad hoc - la parità salariale è legge, anche se il cammino da compiere per arrivare a questo nobile obiettivo pare ancora lungo e complesso, a partire dal fatto che la prima analisi interna dovrà essere compiuta dalle aziende che contano 100 o più collaboratori, che nella Confederazione sono meno dell’1% del totale. Ieri, in una lunga nota, il sindacato ticinese Ocst ha parlato apertamente di “risultato deludente”, lanciando un appello forte alla politica perché si attivi per migliorare un provvedimento che, ad esempio, «non prevede sanzioni per gli inadempienti». «Ci sarebbe stato tempo e modo per porre rimedio ad un’ingiustizia che si perpetua da diverso tempo. Invece i passi avanti compiuti sono ancora limitati», sottolinea Ocst.

Il divario

Il dato di fatto è che dal 2014 al 2018, la disparità salariale nel settore privato è aumentata, passando dal 15,8% al 17,3%. In soldoni o meglio in franchi svizzeri, la differenza di salario si attesta in media attorno ai 1200 franchi. «In Ticino la marcia indietro è addirittura preoccupante», fa notare ancora Ocst. La legge, da oggi, dà alle aziende un anno di tempo per adeguarsi ai nuovi dettami in tema di parità salariale, ma l’assenza di sanzioni non preoccupa più di tanto i diretti interessanti.

Le Pmi escluse

C’è poi un altro “freno” importante all’iniziativa, rappresentato dal fatto che le piccole e medie imprese - che in Ticino rappresentano la stragrande maggioranza dei vari comparti produttivi - sono praticamente escluse dal provvedimento legislativo. E’ necessario invertire la rotta e la strada tracciata passa da una innovativa piattaforma web, in cui aziende e soprattutto dipendenti possono trovare tutte le informazioni relative alla nuova legge. Per le aziende virtuose, in particolare, è prevista una “lista bianca”, allargata anche a quelle tra 50 e 100 dipendenti (ricordando che l’obbligo scatta dai 100 dipendenti in poi) che hanno deciso di verificare su base volontaria «l’attuazione della parità nonostante non fossero obbligate a farlo». Tema questo di stretta attualità soprattutto in Ticino, Cantone in cui «solo l’1,3% delle aziende supera i 50 dipendenti», occupando - a livello di numeri - addirittura un terzo di lavoratori e lavoratrici. Le organizzazioni sindacali puntano dunque ad abbassare l’asticella da “quota 100” a 50 dipendenti, anche se difficilmente la politica tornerà in tempi celeri sull’argomento. Da segnalare che il provvedimento sarà applicato anche all’interno della stessa Confederazione (intesa come sede lavorativa), che - come statuito lo scorso anno dal Parlamento - «sarà trattata allo stesso modo del settore privato».

Un altro tema rimarcato da Ocst sta nel fatto che, per motivi familiari, spesso le donne hanno occupazioni part-time. E anche qui la politica dovrà studiare aiuti concreti e non solo buone intenzioni.

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