Coronavirus, le imprese  «Il  decreto liquidità  è una presa in giro»
Un'operaio metalmeccanico al lavoro in un'immagine d'archivio

Coronavirus, le imprese

«Il decreto liquidità

è una presa in giro»

L’intervista all’imprenditore comasco Angelo Maiocchi, presidente di Nessi&Majocchi, sull’intervento del governo per le imprese

Un mare di liquidità in soccorso alle imprese? Suona come una presa in giro. C’è una sola certezza per consentire alle aziende di non affondare e si chiama possibilità di lavorare. Angelo Maiocchi, presidente della storica impresa Nessi & Majocchi, non le manda a dire di fronte al nuovo decreto. E chiede di riaprire le attività che nel frattempo si sono organizzate sul fronte della sicurezza.

Si è annunciata la mobilitazione di risorse per oltre 750 miliardi con il decreto liquidità. Un grosso aiuto alle aziende in difficoltà per l’impatto dell’emergenza coronavirus?

Il decreto ancora non si è visto, continuano a fare conferenze stampa, ma per ora c’è una bozza di 87 pagine, il che la dice già lunga. Poi uno può essere piacevolmente smentito, ma sembra più una grossa presa in giro. Si sta prendendo in giro cioè la sopravvivenza delle aziende di questo Paese, questione su cui non si può scherzare. Da quello che si legge, infatti, prima di vedere un euro ci vorranno mesi, tra istruttorie banche, Sace… poi non si sa a quale tasso, il rientro progressivo è molto vago.

Che cosa serviva?

Sarebbe stato meglio imparare a copiare bene. Bastava andare alla Confederazione elvetica, dove con tre pagine, non 87, hanno chiarito tutto, al 10% non al 25%. L’emergenza richiede di avere soldi immediatamente. Diamo regole chiare, magari anche qualcosa meno ma subito. Non dico nelle 24 ore svizzere, ma almeno in sette, dieci giorni. Poi tasso zero o massimo 0,50 garantito dallo Stato. E basta. Poi nei mesi successivi va bene che si arrivi dal 10 al 25%, ma il 10% del fatturato precedente subito metterebbe in sicurezza tutte le aziende, anziché illudere che si darà il 25% e quando arriverà sarà troppo tardi.

C’è altro che alimenta la sfiducia?

Guardiamo alle esperienze pregresse di questi giorni: i 600 euro per gli autonomi. Ancora non credo si sia visto un centesimo, anzi qualcuno non è riuscito a registrarsi. Se non sono in grado di dare 600 euro, pensare che lo siano per fornire milioni di euro…

Il dubbio viene?

Ahimè, ho certezze. E poi c’è la chicca di tutto: è subordinato all’approvazione dell’Unione europea. Sono molto preoccupato, per questo temo sia una presa in giro e che quelle 87 pagine contengano una serie di vincoli burocratici di questo Paese, che stritolano.

Anche sulla tassazione le imprese non sono convinte?

Se le aziende non producono, non pagheranno le imposte. Si tratta di un circolo vizioso. Ecco perché occorre far riprendere tutte le attività produttive, con tutte le sicurezze del caso perché sono morte 16mila persone e non ce lo possiamo dimenticare.

Lo dice da parte di un settore che ha deciso di chiudere per primo, ha sollecitato anzi questa misura: l’edilizia, no?

Siamo stati tra i primi a chiudere le nostre attività, perché non c’era sicurezza per continuare a lavorare. È trascorso un mese quasi dalla chiusura e abbiamo avuto modo di mettere a punto ogni procedura necessaria per poter riprendere a lavorare in assoluta sicurezza. Mascherine, guanti, occhiali, tutti i protocolli di sicurezza definiti con i responsabili. Noi siamo pronti a lavorare dal 14 aprile. Abbiamo dotato di ciò che serviva ogni spazio, l’accesso ai cantieri, gli spogliatoi, i servizi igienici. Mica siamo stati con le mani in mano in queste settimane: non siamo abituati e infatti ci siamo mossi.

E vi siete dovuti arrangiare da soli?

Da soli e senza neanche grandi linee guida, mettendosi d’accordo con i committenti e con i responsabili della sicurezza. Lo Stato latitante, in altri Paesi stanno già discutendo quando e come ripartire: qui si teme che la gente di riversi per le strade, forse. Eppure la stragrande maggioranza delle persone rispettano le regole, non siamo un popolo di sciagurati. Fanno bene a svolgere i controlli e anche a comunicare che li eseguono. Ma ripeto, possiamo lavorare in sicurezza, c’è anche un esempio concreto, anzi più di uno. Guardiamo al ponte di Genova: hanno operato in sicurezza. E poi agli ospedali da campo a Bergamo, a Cremona e a Milano: sono stati realizzati dalla filiera del mondo delle costruzioni. In Francia e Germania il settore siderurgico sta producendo, perché da noi non si può? Intanto chi lavora con l’estero perde quote importanti di mercato.

E neanche questi prestiti annunciati, pur con tutte le peculiarità che diceva, ovvero le loro incertezze, aiuteranno in questo contesto?

No, e visto che i soldi non arriveranno, questo diciamo noi: permetteteci di lavorare.

Il lavoro è l’unica garanzia certa di risorse per le nostre imprese?

La sicurezza sono i nostri lavoratori, a cui teniamo moltissimo. E non obbligheremo nessuno a lavorare se non se la sente. O ne veniamo fuori con le nostre mani… Ma se ci tengono fermi, guardi: la crisi farà più morti che il coronavirus. Abbiamo già dimostrato che pensiamo alla sicurezza. Tra l’altro, dovremo abituarci a vivere parecchio con queste precauzioni. Non bisogna abbassare la guardia, ma ripartire punto e basta. A testa bassa, con tutti i presidi necessari.

All’orientale, insomma.

Dovremo abituarci, certo. Poi la produttività non sarà la stessa di prima, ci vorrà del tempo. Tra qualche mese dovremo portare guanti, mascherine e occhiali a 40 gradi e non sarà piacevole. Tuttavia, ci abitueremo. Per questo motivo chiediamo: fateci lavorare. Li risolviamo noi i problemi.

Non vede proprio niente di positivo nel decreto liquidità?

Positivo è il fatto che comunque si è capita l’importanza di dare iniezioni di liquidità al mondo economico. Altrimenti non si esce da questa situazione. Poi però bisogna fare in modo di fare avere le risorse nei tempi in cui si necessitano. Bisogna passare alla concretezza e far arrivare subito i soldi alle aziende.


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